uomo deprivato cammina strade
e in tondo porta effige ereditata
non più idea motore dei passi suoi
ma dello schermo immago e voce
si porta ignaro e fiuta beve e ride
e dei geni schiavo asseconda fini
acefalo non porta egli colpe e al
Dominio Dio Scienza e Tecnica
grato inchina giorni tempo e vita
analfabeta di sentimenti e storia
senza passato e di futuro privato
disabita della madre le stanze e
padre fratelli e prossimo i luoghi
sibarita gaudente l’attesa colma
osannando al Demiurgo buono e
alla Casta - aristocrazia bramante
e serva - abdicando prono prostra
l’Uomo
michele
(s. severo 30/12/2010 8.59.28)
giovedì 30 dicembre 2010
lunedì 27 dicembre 2010
è igiene
è igiene
elementi
acqua fuoco e venti
eruzioni terremoti diluvi
cataclismi
sottrarre togliere epurare
sopprimere
distruggere
strutture e ordine
sovrastrutture e privilegi
caste ordini sepolcri
simulacri
cancellare
confini e limiti
possesso abuso obbedienza
arroganza forza delitto
memoria
venti soffiano e rumoreggiando impetuosi scontrano direzioni
fauci di fuoco divorano ogni cosa e vivide fiamme incendiano l’aria
bollono fragorose le acque e vomitando impasti ricoprono la terra
eruttano vulcani sputando al cielo irridente magma piroettante
nascere
nuovi e liberi
nella morale le leggi e le disponibilità
tabula rasa
e nella rivoluzione permanenti
Uomo
al di là del bene e del male
michele
(san severo 27/12/2010 9.49.20)
elementi
acqua fuoco e venti
eruzioni terremoti diluvi
cataclismi
sottrarre togliere epurare
sopprimere
distruggere
strutture e ordine
sovrastrutture e privilegi
caste ordini sepolcri
simulacri
cancellare
confini e limiti
possesso abuso obbedienza
arroganza forza delitto
memoria
venti soffiano e rumoreggiando impetuosi scontrano direzioni
fauci di fuoco divorano ogni cosa e vivide fiamme incendiano l’aria
bollono fragorose le acque e vomitando impasti ricoprono la terra
eruttano vulcani sputando al cielo irridente magma piroettante
nascere
nuovi e liberi
nella morale le leggi e le disponibilità
tabula rasa
e nella rivoluzione permanenti
Uomo
al di là del bene e del male
michele
(san severo 27/12/2010 9.49.20)
Lettera aperta
Lettera aperta
Ai miei figli e a coloro che nella qualifica si riconoscono, questa.
Il Natale, per chi santo e per chi festa di tradizioni altre, ci vuole nello stereotipo, tutti più buoni, bravi, gentili e solidali.
Ci inventiamo le bontà mai praticate e nel ripeterlo e dircelo, ci crediamo davvero.
Somigliamo al Pezzente che dice bugie e falsità e ripetendosele, finisce per crederci egli stesso.
Salvo smentirsi seduta stante.
Così noi tutti.
Malvagi e delinquenti, buoni e cattivi, infami e leali, reprobi, retti… e via continuando, nel giorno di Natale trasformiamo le nostre nequizie, la sentina che ognuno si trascina in virtù e generosità e ci crediamo fino alla commozione.
Mi viene in mente Gaber in “Qualcuno era comunista”.
Ebbene, ho vissuto questa festa sempre con estremo disagio e estraneità.
Anno dopo anno, con l’aumento della consapevolezza, anche la miseria e l’ipocrisia della quale ci ammantiamo è con essa cresciuta, fino a provarne un fastidio a pelle.
Un atto di sincerità estremo per iniziare a volare, o tornarci in base ai punti di vista.
I figli - spero che qualcuno non si lasci ingannare essendo padre, e dimenticando d’essere stato figlio -, si recano a casa dei genitori per la ricorrenza e si sentono buoni, bravi e li amano.
Non fa niente se durante l’anno hanno lesinato su una telefonata, una visita, una giornata da stare con i vecchi.
In questa giornata recuperano il trascorso d’abbandono e si recano da questi sedotti e “buoni” genitori perché li amano.
Non si pongono il problema dei poverini che vorrebbero essere affrancati dal peso dell’irruzione e particolarmente della povera mamma, che diventa serva e schiava della festa, della fatica e del bene.
I genitori debbono essere per etichetta buoni e bravi, e non potendo non esserlo, dimenticano.
Hanno tutti figli che “va bene è il lavoro, il tempo, ma sono meravigliosi”.
Stupendi.
Sono tanto buoni che darebbero per loro la vita, poi i nipotini!
Ecco che questi disgraziati, stati sempre al loro servizio e considerati peso insopportabile, in nome del bene e della bontà del Santo Natale, ora felici e contenti si sobbarcano tutto il peso dello stare insieme e si nutrono dei figli che godono l’attesa vacanza stanti come in albergo, e seduti e serviti come al ristorante.
Dimenticano, l’amore fa scordare e perdonare.
Non hanno mai trascorso invitati una festività, una vacanza, una giornata di piacere disinteressato con loro da quando sono usciti di casa.
Tutte le ricorrenze alle quali hanno partecipato, quelle obbligate.
Pranzi e feste di laurea, fidanzamenti, sposalizi…
Ad essere maligni si potrebbe affacciare l’ipotesi: chissà se non dovevano pagare?!
Ora io l’ho finalmente detto.
Questo è ciò che penso e non ingoio il rospo.
Come ho riportato sono stato figlio anch’io.
Erano altri tempi, e ho la scusante di non avere mai festeggiato niente e fatto vacanze.
Buon Natale a tutti i figli, passati e presenti.
Michele Cologna
(Natale 2010)
Ai miei figli e a coloro che nella qualifica si riconoscono, questa.
Il Natale, per chi santo e per chi festa di tradizioni altre, ci vuole nello stereotipo, tutti più buoni, bravi, gentili e solidali.
Ci inventiamo le bontà mai praticate e nel ripeterlo e dircelo, ci crediamo davvero.
Somigliamo al Pezzente che dice bugie e falsità e ripetendosele, finisce per crederci egli stesso.
Salvo smentirsi seduta stante.
Così noi tutti.
Malvagi e delinquenti, buoni e cattivi, infami e leali, reprobi, retti… e via continuando, nel giorno di Natale trasformiamo le nostre nequizie, la sentina che ognuno si trascina in virtù e generosità e ci crediamo fino alla commozione.
Mi viene in mente Gaber in “Qualcuno era comunista”.
Ebbene, ho vissuto questa festa sempre con estremo disagio e estraneità.
Anno dopo anno, con l’aumento della consapevolezza, anche la miseria e l’ipocrisia della quale ci ammantiamo è con essa cresciuta, fino a provarne un fastidio a pelle.
Un atto di sincerità estremo per iniziare a volare, o tornarci in base ai punti di vista.
I figli - spero che qualcuno non si lasci ingannare essendo padre, e dimenticando d’essere stato figlio -, si recano a casa dei genitori per la ricorrenza e si sentono buoni, bravi e li amano.
Non fa niente se durante l’anno hanno lesinato su una telefonata, una visita, una giornata da stare con i vecchi.
In questa giornata recuperano il trascorso d’abbandono e si recano da questi sedotti e “buoni” genitori perché li amano.
Non si pongono il problema dei poverini che vorrebbero essere affrancati dal peso dell’irruzione e particolarmente della povera mamma, che diventa serva e schiava della festa, della fatica e del bene.
I genitori debbono essere per etichetta buoni e bravi, e non potendo non esserlo, dimenticano.
Hanno tutti figli che “va bene è il lavoro, il tempo, ma sono meravigliosi”.
Stupendi.
Sono tanto buoni che darebbero per loro la vita, poi i nipotini!
Ecco che questi disgraziati, stati sempre al loro servizio e considerati peso insopportabile, in nome del bene e della bontà del Santo Natale, ora felici e contenti si sobbarcano tutto il peso dello stare insieme e si nutrono dei figli che godono l’attesa vacanza stanti come in albergo, e seduti e serviti come al ristorante.
Dimenticano, l’amore fa scordare e perdonare.
Non hanno mai trascorso invitati una festività, una vacanza, una giornata di piacere disinteressato con loro da quando sono usciti di casa.
Tutte le ricorrenze alle quali hanno partecipato, quelle obbligate.
Pranzi e feste di laurea, fidanzamenti, sposalizi…
Ad essere maligni si potrebbe affacciare l’ipotesi: chissà se non dovevano pagare?!
Ora io l’ho finalmente detto.
Questo è ciò che penso e non ingoio il rospo.
Come ho riportato sono stato figlio anch’io.
Erano altri tempi, e ho la scusante di non avere mai festeggiato niente e fatto vacanze.
Buon Natale a tutti i figli, passati e presenti.
Michele Cologna
(Natale 2010)
sabato 18 dicembre 2010
E generava…
E generava…
Generava, generava, generava…
Partoriva senza freni e limiti.
Partoriva…
Non era donna, ma femmina e non aveva volto, né grembo.
Un flusso, eruttava senza posa nascituri di sembianze simili.
Succhiavano e ogni poro allattava menni che nutrivano altri.
Mutavano…
Poi somigliavano, e il difforme i sé moltiplicava in ghigni.
E non erano sorrisi ma labbri di denti e sanguinavano…
Brandelli di carne rigeneravano forme che variavano celeri.
Regredivano in grembi e mutuavano indistinte processioni.
Erano aborti già andati che occupavano aree di nuovi feti.
Mentre…
Sgranati occhi lacrimavano d’insazia fame corpi appassiti.
Orifizi vocianti emettevano soffi scomposti che oravano.
Indistinti suoni giubilavano e di fragori coprivano lamenti.
Di colpo fu silenzio e buio, e non era… prima del giorno.
Michele
(San Severo 18/12/2010 15.55.26)
Generava, generava, generava…
Partoriva senza freni e limiti.
Partoriva…
Non era donna, ma femmina e non aveva volto, né grembo.
Un flusso, eruttava senza posa nascituri di sembianze simili.
Succhiavano e ogni poro allattava menni che nutrivano altri.
Mutavano…
Poi somigliavano, e il difforme i sé moltiplicava in ghigni.
E non erano sorrisi ma labbri di denti e sanguinavano…
Brandelli di carne rigeneravano forme che variavano celeri.
Regredivano in grembi e mutuavano indistinte processioni.
Erano aborti già andati che occupavano aree di nuovi feti.
Mentre…
Sgranati occhi lacrimavano d’insazia fame corpi appassiti.
Orifizi vocianti emettevano soffi scomposti che oravano.
Indistinti suoni giubilavano e di fragori coprivano lamenti.
Di colpo fu silenzio e buio, e non era… prima del giorno.
Michele
(San Severo 18/12/2010 15.55.26)
domenica 12 dicembre 2010
non colti frutti
non colti frutti
profumi di non coltivati fiori
diffondono l’aria e feriscono
della mattina la dolente carne
cammina e il giorno gli andati
passi ricopre di non accesa luce
che regnando guida il mancato
assenze grevi di vita trascurata
lasciata a l’ignaro fluire del caso
che del senso priva ogni marcia
epifania di frutti mai colti ora
maturi dell’ipotetico se lacrime
grondano di non consumati riti
michele
(san severo 12/12/2010 17.47.08)
profumi di non coltivati fiori
diffondono l’aria e feriscono
della mattina la dolente carne
cammina e il giorno gli andati
passi ricopre di non accesa luce
che regnando guida il mancato
assenze grevi di vita trascurata
lasciata a l’ignaro fluire del caso
che del senso priva ogni marcia
epifania di frutti mai colti ora
maturi dell’ipotetico se lacrime
grondano di non consumati riti
michele
(san severo 12/12/2010 17.47.08)
domenica 5 dicembre 2010
arriva un tempo
arriva un tempo e lo tocchi
l’appartenuto non è più tuo
cambia del tuo il sentire e
la percezione t’abbandona
lo sguardo osserva l’identico
e non riconosce sembianze
l’ansia trasmigra nell’altrove
e in questo lì è l’indefinito
che il compiuto cattura e lo
dissolve nel dio crepuscolare
i giorni piena di passioni altre
scorrono gonfi e dell’antico
adducono il senso e non la traccia
e il futuro è indistinto desiderio
di libertà di vita costipata
allontanata per disconoscenza
dei doveri sottesi al tempo
ora ha dimensione del breve
e l’infinito lo naviga incerto
l’incerto è cammino disancorato
da giorni declinati al futuro semplice
e
dell’anteriore porta l’interrogativo
anche la forma passiva insinua il dubbio
e
ubriaco vacilla il presente che opprime
michele
(san severo 05/12/2010 9.38.48)
l’appartenuto non è più tuo
cambia del tuo il sentire e
la percezione t’abbandona
lo sguardo osserva l’identico
e non riconosce sembianze
l’ansia trasmigra nell’altrove
e in questo lì è l’indefinito
che il compiuto cattura e lo
dissolve nel dio crepuscolare
i giorni piena di passioni altre
scorrono gonfi e dell’antico
adducono il senso e non la traccia
e il futuro è indistinto desiderio
di libertà di vita costipata
allontanata per disconoscenza
dei doveri sottesi al tempo
ora ha dimensione del breve
e l’infinito lo naviga incerto
l’incerto è cammino disancorato
da giorni declinati al futuro semplice
e
dell’anteriore porta l’interrogativo
anche la forma passiva insinua il dubbio
e
ubriaco vacilla il presente che opprime
michele
(san severo 05/12/2010 9.38.48)
martedì 30 novembre 2010
Maestro...
Duro e tagliente, ispido nella canuta barba.
Ribelle negli occhi, lucidi d’intelligenza glabra.
Illuminista compassionevole.
Affrancato dai dogmi.
Osservante positivista.
Artista della vita nella commedia del vivere.
Furiosa, giovane galassia in un universo dilatato d’anni.
Amante del bello, del riso, della vita.
Nessuno può insultare l’amore per la vita, neanche la vita.
Vale, Maestro.
Michele (San Severo, 30/11/2010 9.05.31)
È triste, insopportabile assistere all’agonia della cosa che più amiamo.
La cosa più bella che tutti, nessuna persona esclusa ama sopra ogni cosa, è la propria vita.
Questa è la condizione dell’amore verso noi, gli altri e la percezione di tutto ciò che ci circonda.
Amiamo gli altri se amiamo noi stessi.
Ci commuoviamo alle lacrime se amiamo con generosità.
Diamo tutto di noi stessi se nell’amore riponiamo le nostre speranze.
La speranza di colui che ama non è attesa, ma attiva partecipazione alla trasformazione di tutto ciò che tende a escludere, separare, ignorare.
Perché la speranza dell’amore non è proiettare in un futuro indeterminato la soluzione dei problemi, ma operare nell’immediato per la realizzazione dell’amore che non è mai cosa data una volta e per sempre.
Amare la vita è partecipare della Modernità.
Praticare il Diritto.
Rispettare le Indisponibilità della Persona Umana.
Anteporre i Bisogni della persona a qualsiasi altro bisogno.
Percepirsi l’ultimo per sapere ascoltare.
Non subire arroganza e soprusi.
Ribellarsi al dominio dell’uomo sull’altro.
Controllare il potere senza indulgenze e convenienze.
Sapere quando è tempo d’andare.
Ribelle negli occhi, lucidi d’intelligenza glabra.
Illuminista compassionevole.
Affrancato dai dogmi.
Osservante positivista.
Artista della vita nella commedia del vivere.
Furiosa, giovane galassia in un universo dilatato d’anni.
Amante del bello, del riso, della vita.
Nessuno può insultare l’amore per la vita, neanche la vita.
Vale, Maestro.
Michele (San Severo, 30/11/2010 9.05.31)
È triste, insopportabile assistere all’agonia della cosa che più amiamo.
La cosa più bella che tutti, nessuna persona esclusa ama sopra ogni cosa, è la propria vita.
Questa è la condizione dell’amore verso noi, gli altri e la percezione di tutto ciò che ci circonda.
Amiamo gli altri se amiamo noi stessi.
Ci commuoviamo alle lacrime se amiamo con generosità.
Diamo tutto di noi stessi se nell’amore riponiamo le nostre speranze.
La speranza di colui che ama non è attesa, ma attiva partecipazione alla trasformazione di tutto ciò che tende a escludere, separare, ignorare.
Perché la speranza dell’amore non è proiettare in un futuro indeterminato la soluzione dei problemi, ma operare nell’immediato per la realizzazione dell’amore che non è mai cosa data una volta e per sempre.
Amare la vita è partecipare della Modernità.
Praticare il Diritto.
Rispettare le Indisponibilità della Persona Umana.
Anteporre i Bisogni della persona a qualsiasi altro bisogno.
Percepirsi l’ultimo per sapere ascoltare.
Non subire arroganza e soprusi.
Ribellarsi al dominio dell’uomo sull’altro.
Controllare il potere senza indulgenze e convenienze.
Sapere quando è tempo d’andare.
sabato 27 novembre 2010
egli…
egli…
della vita percorre la carne
e rapido egli apre germogli
di piacere e giardino rende
i boccioli freschi ai profumi
occupa veloce larghi spazi
e nel fiore già riposta ansia
allontana e speranza affina
nei fremiti disattesi i sogni
e nuovi mondi esplorando
cammina sentieri preclusi
a passi incorporei di madre
feconda di filiazione sterile
genera lacrime di passione
e nel pianto eleva a poesia
vissuti aridi transitorie vie
di sincopate rughe sintassi
michele
(san severo 27/11/2010 20.44.43)
della vita percorre la carne
e rapido egli apre germogli
di piacere e giardino rende
i boccioli freschi ai profumi
occupa veloce larghi spazi
e nel fiore già riposta ansia
allontana e speranza affina
nei fremiti disattesi i sogni
e nuovi mondi esplorando
cammina sentieri preclusi
a passi incorporei di madre
feconda di filiazione sterile
genera lacrime di passione
e nel pianto eleva a poesia
vissuti aridi transitorie vie
di sincopate rughe sintassi
michele
(san severo 27/11/2010 20.44.43)
sabato 20 novembre 2010
silloge...
silloge alcuna narrerà
di tanto amore profuso
un capoverso solo
poeta non vergherà
dell’ardente passione
l’immacolata pagina
quadro non porterà
del celeste arcobaleno
i colori dell’indaco
scrigno non conterrà
dei preziosi gemiti
essenze e incensi
no…
dolore dell’assenza
condurrà dei giorni
il consumo e l’uso
pensiero fluttuante
senza dimensione
vagherà l’ignaro
tinte consegnate
al tempo e segnerà
dell’oblio la strada
michele
(s. severo 20/11/2010 13.14.15)
di tanto amore profuso
un capoverso solo
poeta non vergherà
dell’ardente passione
l’immacolata pagina
quadro non porterà
del celeste arcobaleno
i colori dell’indaco
scrigno non conterrà
dei preziosi gemiti
essenze e incensi
no…
dolore dell’assenza
condurrà dei giorni
il consumo e l’uso
pensiero fluttuante
senza dimensione
vagherà l’ignaro
tinte consegnate
al tempo e segnerà
dell’oblio la strada
michele
(s. severo 20/11/2010 13.14.15)
domenica 14 novembre 2010
Sentire metafisico
Sentire metafisico
Nutriti, anima, del tuo disdoro!
Apri le porte alla verità, e
dell’infamia fanne il vessillo!
È processione d’ombre.
Necessità inconsistenti, sogni ingannati.
Parvenze di vita segnate dall’assenza.
Gestazione di progetti accarezzati.
Partoriti figli, poi affogati
nel pianto pazzo della culla rovesciata.
Amori sognati e amati, coltivati, e
all’incuria del tempo abbandonati.
Ignavia, azioni rimesse, inerzia del nulla.
Gesti abortiti, incuria dell’intelligenza.
Carezze mai date per nequizie e ignorate.
Bello… trascurato all’utile.
È dolore, e non passa.
Michele
(s. severo 14/11/2010 12.51.58)
Nutriti, anima, del tuo disdoro!
Apri le porte alla verità, e
dell’infamia fanne il vessillo!
È processione d’ombre.
Necessità inconsistenti, sogni ingannati.
Parvenze di vita segnate dall’assenza.
Gestazione di progetti accarezzati.
Partoriti figli, poi affogati
nel pianto pazzo della culla rovesciata.
Amori sognati e amati, coltivati, e
all’incuria del tempo abbandonati.
Ignavia, azioni rimesse, inerzia del nulla.
Gesti abortiti, incuria dell’intelligenza.
Carezze mai date per nequizie e ignorate.
Bello… trascurato all’utile.
È dolore, e non passa.
Michele
(s. severo 14/11/2010 12.51.58)
lunedì 8 novembre 2010
La lunga notte
La lunga notte
Lunga la notte e non lascia preda.
Cattura l’alba e il giorno non arriva.
Domina il buio. È buio.
Parvenze ingombrano il cammino.
In simulacri l’ombra inciampa.
Evanescenti mani tendono la calca.
Lì - luogo non luogo -, riso e sputi.
Il vuoto non ha appigli.
L’assenza regna l’indefinito.
Nulla domina e niente ricca messe.
Anime guaste ammorbano fetide l’aria,
che malsana stagna di iniziatici riti e
esecuzioni tribali, fagocitando il respiro.
Arriverà negletta l’alba e seguirà il giorno.
Solo occhi ignari cammineranno il tempo.
Michele
(S. Severo 08/11/2010 11.21.16)
Lunga la notte e non lascia preda.
Cattura l’alba e il giorno non arriva.
Domina il buio. È buio.
Parvenze ingombrano il cammino.
In simulacri l’ombra inciampa.
Evanescenti mani tendono la calca.
Lì - luogo non luogo -, riso e sputi.
Il vuoto non ha appigli.
L’assenza regna l’indefinito.
Nulla domina e niente ricca messe.
Anime guaste ammorbano fetide l’aria,
che malsana stagna di iniziatici riti e
esecuzioni tribali, fagocitando il respiro.
Arriverà negletta l’alba e seguirà il giorno.
Solo occhi ignari cammineranno il tempo.
Michele
(S. Severo 08/11/2010 11.21.16)
giovedì 4 novembre 2010
corpi riposavano...
corpi riposavano l’aria
ansimando disfatto letto
né alcova o talamo
disadorni muri
gemevano il piacere
profumi d’eterno
penetravano l’olfatto
e riproducevano gioia
sussulti coprivano
del silenzio l’armonia
e rinasceva vita
nei segni il tempo
mostrava immutato ardore
e amore cantava gli anni
mani non più fanciulle
incrociavano dita e
passione teneva il calore
e sincronie alzavano inni
di dimenticate danze
per ceduto credo
del lungo corso il miele
convogliava l’acque
michele
(s. severo 05/11/2010 7.41.45)
ansimando disfatto letto
né alcova o talamo
disadorni muri
gemevano il piacere
profumi d’eterno
penetravano l’olfatto
e riproducevano gioia
sussulti coprivano
del silenzio l’armonia
e rinasceva vita
nei segni il tempo
mostrava immutato ardore
e amore cantava gli anni
mani non più fanciulle
incrociavano dita e
passione teneva il calore
e sincronie alzavano inni
di dimenticate danze
per ceduto credo
del lungo corso il miele
convogliava l’acque
michele
(s. severo 05/11/2010 7.41.45)
giovedì 28 ottobre 2010
Quaratotto anni fa...
Sono vecchio come tu non lo sei mai stato, padre mio.
L’ultimo saluto quarantotto anni fa, e le nostre strade si son divise.
Certo hai riservato a me l’onore e l’onere dell’ultimo.
A me del quale non avevi nessuna considerazione e stima.
Te l’ho chiesto senza ottenere mai da te risposta, l’ho domandato a me e tante se ne sono affacciate alla mente.
Vere e false, o entrambe.
Chissà!
Abbiamo monologato - certo non possiamo definirlo dialogo -, il ricordo delle tue affermazioni, le mie azioni, rimorsi, paure e pentimenti.
Inevase richieste di perdono.
Quante macerie alle nostre spalle!
Dell’ultima assurda tua, il figlio che doveva salvarti dalle tasse, è oggi tra le altre, la mia maggiore pena.
È facile mollare tutto e andarsene.
Non ti sto addossando la colpa della tua morte, ma quel tuo cardiologo, fino alla sua dipartita, ogni volta che m’incontrava me lo ricordava.
Eri padrone nato e volevi comandare anche la morte, ma lei non t’ha ubbidito come tutte le tue donne.
Prendevi ciò che volevi e con la forza della tua posizione, se l’avessi accarezzata blandendola - ascoltando il tuo ippocrate che in prepotenza ti somigliava -, non t’avrebbe lasciato ancora un poco in vita?
Quante cose avrebbero preso differente corso?
È vero, la storia non si fa sui se e io sto imbastendo il nulla, ma quanta amarezza!
Cosa diresti in questa ricorrenza al figlio in età a te maggiore?
Useresti ancora il nerbo, la forza, la persuasione?
Sai, mi piacerebbe ricordarti il dolore che hai distribuito con gratuità e senza accorgertene.
Sì!, perché ora so con certezza che tu non consideravi le conseguenze delle tue volontà e azioni nei confronti dei tuoi sottoposti.
Hai annullato esistenze, papà, senza gratificarle del minimo risarcimento, il rimorso.
Una donna e il dolore di una vita e l’inesistenza.
Giorni atroci e la paura.
Nessuna considerazione e neanche il nome.
Cosa funzionale a un sistema.
Ingranaggio necessario, ma intercambiabile.
Sostituibile.
L’hai mai osservata persona, la tua donna, la mamma dei tuoi figli?
Quanto li hai amati, m’hai amato?
La generosità!?
Un figlio e la percezione del fallimento come vessillo.
Sarei curioso conoscere il tuo pensiero su quell’atleta caduto sempre un momento prima del tocco del filo di lana.
E il metro di misura?
Con l’appartenenza, ancora la roba?
Oppure l’intelligenza censuaria?
Forse son ora domande senza senso perché il tuo mondo è stato una civiltà ormai scomparsa.
Una civiltà grande e tanto violenta.
Ma nella giornata in cui la ricorrenza afferra ancora la gola, e il dolore mai sopito riaffiora vivo, del tutto peregrine non sembra siano.
Ti saresti mai adeguato?
Avresti compreso quest’uomo travagliato, figlio d’un tempo senza età, schiacciato da un opprimente passato che non passa, un presente senza senso che detesta e un futuro di nessuna cognizione?
Che domande!?
È vero, nessun senso, però m’ha alleggerito questa chiacchierata con te.
Ho vissuto nella certezza che non avrei mai superato la tua età.
Invece ecco che mi ritrovo di te maggiore di sei anni e a fare questi discorsi bambini.
Vale, padre mio.
Michele (San Severo 28/10/2010 16.06.36)
L’ultimo saluto quarantotto anni fa, e le nostre strade si son divise.
Certo hai riservato a me l’onore e l’onere dell’ultimo.
A me del quale non avevi nessuna considerazione e stima.
Te l’ho chiesto senza ottenere mai da te risposta, l’ho domandato a me e tante se ne sono affacciate alla mente.
Vere e false, o entrambe.
Chissà!
Abbiamo monologato - certo non possiamo definirlo dialogo -, il ricordo delle tue affermazioni, le mie azioni, rimorsi, paure e pentimenti.
Inevase richieste di perdono.
Quante macerie alle nostre spalle!
Dell’ultima assurda tua, il figlio che doveva salvarti dalle tasse, è oggi tra le altre, la mia maggiore pena.
È facile mollare tutto e andarsene.
Non ti sto addossando la colpa della tua morte, ma quel tuo cardiologo, fino alla sua dipartita, ogni volta che m’incontrava me lo ricordava.
Eri padrone nato e volevi comandare anche la morte, ma lei non t’ha ubbidito come tutte le tue donne.
Prendevi ciò che volevi e con la forza della tua posizione, se l’avessi accarezzata blandendola - ascoltando il tuo ippocrate che in prepotenza ti somigliava -, non t’avrebbe lasciato ancora un poco in vita?
Quante cose avrebbero preso differente corso?
È vero, la storia non si fa sui se e io sto imbastendo il nulla, ma quanta amarezza!
Cosa diresti in questa ricorrenza al figlio in età a te maggiore?
Useresti ancora il nerbo, la forza, la persuasione?
Sai, mi piacerebbe ricordarti il dolore che hai distribuito con gratuità e senza accorgertene.
Sì!, perché ora so con certezza che tu non consideravi le conseguenze delle tue volontà e azioni nei confronti dei tuoi sottoposti.
Hai annullato esistenze, papà, senza gratificarle del minimo risarcimento, il rimorso.
Una donna e il dolore di una vita e l’inesistenza.
Giorni atroci e la paura.
Nessuna considerazione e neanche il nome.
Cosa funzionale a un sistema.
Ingranaggio necessario, ma intercambiabile.
Sostituibile.
L’hai mai osservata persona, la tua donna, la mamma dei tuoi figli?
Quanto li hai amati, m’hai amato?
La generosità!?
Un figlio e la percezione del fallimento come vessillo.
Sarei curioso conoscere il tuo pensiero su quell’atleta caduto sempre un momento prima del tocco del filo di lana.
E il metro di misura?
Con l’appartenenza, ancora la roba?
Oppure l’intelligenza censuaria?
Forse son ora domande senza senso perché il tuo mondo è stato una civiltà ormai scomparsa.
Una civiltà grande e tanto violenta.
Ma nella giornata in cui la ricorrenza afferra ancora la gola, e il dolore mai sopito riaffiora vivo, del tutto peregrine non sembra siano.
Ti saresti mai adeguato?
Avresti compreso quest’uomo travagliato, figlio d’un tempo senza età, schiacciato da un opprimente passato che non passa, un presente senza senso che detesta e un futuro di nessuna cognizione?
Che domande!?
È vero, nessun senso, però m’ha alleggerito questa chiacchierata con te.
Ho vissuto nella certezza che non avrei mai superato la tua età.
Invece ecco che mi ritrovo di te maggiore di sei anni e a fare questi discorsi bambini.
Vale, padre mio.
Michele (San Severo 28/10/2010 16.06.36)
sabato 23 ottobre 2010
Inganno…
Inganno…
Inganno, tutto è inganno.
Vivere è illusione.
Muoversi e stare fermi è la stessa cosa.
Non camminiamo, non viaggiamo, stiamo.
Lì, e non usciamo.
Ci portiamo fermi.
L’inganno.
Vivere è stare sull’uscio in attesa.
La verità è il buio.
L’essenza l’ignoto.
Parvenza di moto il tutto.
Il nulla è l’essenza di ogni cosa e nell’assenza navighiamo la vita che fingiamo.
Nella finzione consumiamo la rappresentazione che non c’appartiene.
Perché solo il nulla è della vita il vero.
Nelle cose ferme e l’illusione d’esse abito l’essenza che non afferro.
L’illusione di movimento nell’immobile fugace dell’eterno.
Uguale a se stesso il nulla domina il movimento e nelle cose ferme illude.
Tutto è statico nel falso.
Immobile.
Vera è la vita che sulla bocca dello stomaco ora vuole recersi.
Tutto il resto è niente, nulla, inganno.
Michele
(san severo 23/10/2010 9.22.22)
Inganno, tutto è inganno.
Vivere è illusione.
Muoversi e stare fermi è la stessa cosa.
Non camminiamo, non viaggiamo, stiamo.
Lì, e non usciamo.
Ci portiamo fermi.
L’inganno.
Vivere è stare sull’uscio in attesa.
La verità è il buio.
L’essenza l’ignoto.
Parvenza di moto il tutto.
Il nulla è l’essenza di ogni cosa e nell’assenza navighiamo la vita che fingiamo.
Nella finzione consumiamo la rappresentazione che non c’appartiene.
Perché solo il nulla è della vita il vero.
Nelle cose ferme e l’illusione d’esse abito l’essenza che non afferro.
L’illusione di movimento nell’immobile fugace dell’eterno.
Uguale a se stesso il nulla domina il movimento e nelle cose ferme illude.
Tutto è statico nel falso.
Immobile.
Vera è la vita che sulla bocca dello stomaco ora vuole recersi.
Tutto il resto è niente, nulla, inganno.
Michele
(san severo 23/10/2010 9.22.22)
giovedì 21 ottobre 2010
e nacque…
e nacque…
Nacque dal tufo bagnato,
e di nessun alito il calore.
Una madre lacrima l’evento,
e sola, il non cercato frutto
culla di sconnessi affetti.
Fanciullo il sogno spezzava,
e colpa foriera d’assente gioia,
arginava del dolore il lamento.
giorni gravidi
speranza furiosa
futuro odiato
serva onorata
Trepida attende nell’ombra
dell’immanenza la luce,
e gli occhi tastano l’ansia
che divora lo spazio
e del tempo dimentica i giorni.
Michele
(s. severo 21/10/2010 14.54.34)
Nacque dal tufo bagnato,
e di nessun alito il calore.
Una madre lacrima l’evento,
e sola, il non cercato frutto
culla di sconnessi affetti.
Fanciullo il sogno spezzava,
e colpa foriera d’assente gioia,
arginava del dolore il lamento.
giorni gravidi
speranza furiosa
futuro odiato
serva onorata
Trepida attende nell’ombra
dell’immanenza la luce,
e gli occhi tastano l’ansia
che divora lo spazio
e del tempo dimentica i giorni.
Michele
(s. severo 21/10/2010 14.54.34)
giovedì 7 ottobre 2010
A Concetta, mamma di Sarah
A Concetta, mamma di Sarah
Occhi impietriti ascoltano,
e senso, nella fissità della parola,
rifiutano.
Il suono s’allontana,
torna silenziosa la voce e nega.
No, non è vero!
Mani che amano,
non macchiano l’innocenza.
Sottile il collo,
egli regge il viso fanciullo, e
delicate carezze ne son fattura.
Alcuno può dar pallore a viso amato.
Nessuno.
“Lei è nel sorriso, e piccola al dolore tace.”
Torna l’assenza.
Le palpebre puliscono la luce.
Nebbia non dirada e la mente offusca.
È buio.
michele
(s. severo giovedì 7 ottobre 2010)
L’immagine di Concetta, mamma di Sarah, ieri sera a “Chi l’ha visto?”, non si cancella dagli occhi, dalla mente e dal cuore.
Una trasmissione per molti aspetti ammirevole, indugia sul dolore e non ferma una diretta che nulla aveva da dire se non lo strazio di una mamma assente.
Una donna accecata e ammutolita dagli eventi e non comprendeva.
Lo spettacolo prima di tutto, signori.
Occhi impietriti ascoltano,
e senso, nella fissità della parola,
rifiutano.
Il suono s’allontana,
torna silenziosa la voce e nega.
No, non è vero!
Mani che amano,
non macchiano l’innocenza.
Sottile il collo,
egli regge il viso fanciullo, e
delicate carezze ne son fattura.
Alcuno può dar pallore a viso amato.
Nessuno.
“Lei è nel sorriso, e piccola al dolore tace.”
Torna l’assenza.
Le palpebre puliscono la luce.
Nebbia non dirada e la mente offusca.
È buio.
michele
(s. severo giovedì 7 ottobre 2010)
L’immagine di Concetta, mamma di Sarah, ieri sera a “Chi l’ha visto?”, non si cancella dagli occhi, dalla mente e dal cuore.
Una trasmissione per molti aspetti ammirevole, indugia sul dolore e non ferma una diretta che nulla aveva da dire se non lo strazio di una mamma assente.
Una donna accecata e ammutolita dagli eventi e non comprendeva.
Lo spettacolo prima di tutto, signori.
sabato 2 ottobre 2010
Il barbaro e la contaminazione
Il barbaro e la contaminazione
Sacro nel cammino batteva strade,
e nella parola affermava i luoghi.
Folla raccoglieva intorno e si porgeva
alla fresca conoscenza, nuovo.
Curiosità circondavano i passi, e
di barbare movenze arricchiva l’ascolto.
Altri mari adduceva a sconosciute terre,
idee giovani accendevano fantasie.
E…
Monti, mari e piane
fermi nel tempo
percorrevano spazi.
Il fato imprimeva le orme
e nutriva forte l’anima.
L’ignoto era conquista,
il nuovo amato fratello.
Possente nei passi
della terra e dei mari
era il re.
Michele Cologna
(San Severo 02/10/2010 7.47.48)
Sacro nel cammino batteva strade,
e nella parola affermava i luoghi.
Folla raccoglieva intorno e si porgeva
alla fresca conoscenza, nuovo.
Curiosità circondavano i passi, e
di barbare movenze arricchiva l’ascolto.
Altri mari adduceva a sconosciute terre,
idee giovani accendevano fantasie.
E…
Monti, mari e piane
fermi nel tempo
percorrevano spazi.
Il fato imprimeva le orme
e nutriva forte l’anima.
L’ignoto era conquista,
il nuovo amato fratello.
Possente nei passi
della terra e dei mari
era il re.
Michele Cologna
(San Severo 02/10/2010 7.47.48)
martedì 28 settembre 2010
vidi cose e ascoltai
vidi cose e ascoltai
e non avevo cuore
attraversai incontaminati spazi
e immobili ali mi portavano
non erano posti e neppure luoghi
erano percorsi
enti affacciavano l’aria e
d’assenze colmavano vuoti
esistenze perse
cercavano negando senso
narrazioni sospese
aspettavano obolo e riscatto
negava storie
vidi e sparuto tacevo
gemendo lai
sordo e piangevano
lacrime d’intonsi libri
erano e vidi e ascoltai
e senza cuore muovevo
michele
san severo 28/09/2010 7.17.55
e non avevo cuore
attraversai incontaminati spazi
e immobili ali mi portavano
non erano posti e neppure luoghi
erano percorsi
enti affacciavano l’aria e
d’assenze colmavano vuoti
esistenze perse
cercavano negando senso
narrazioni sospese
aspettavano obolo e riscatto
negava storie
vidi e sparuto tacevo
gemendo lai
sordo e piangevano
lacrime d’intonsi libri
erano e vidi e ascoltai
e senza cuore muovevo
michele
san severo 28/09/2010 7.17.55
sabato 25 settembre 2010
Gratuita crudeltà...
Perché mi state così addosso stamattina?
M’avete obbligato a levarmi per l’insistenza dei vostri occhi.
Siete un bel gruppo e non passate inosservati, e non è piacevole avervi tanto da presso.
Mi cercate perché?
Son io che vengo a cercarvi?
Questione di lana caprina che non muta alcunché.
Sapete che vi conosco tutti.
A uno a uno posso datarvi e d’ognuno di voi mostrarne impresso il marchio.
Sì, vi riconosco tutti.
Sfilate a me davanti in processione e salite il mio Golgota.
A occhi chiusi e dagli odori vostri ripercorro l’insieme.
Anatomista cieco, a naso vi ricompongo corpo.
E non date il senso.
Allora, perché?
Perché non passate come normalmente fanno gli anni e andate via?
Quale il motivo che in me stazionate senza pietà e decenza?
Non v’ho pianto forse di lacrime vere?
Tribolato dai vostri capricci e dal caso non v’ho versato già abbondante pedaggio?
Quale compenso?
Certo non conoscete di voi il peso.
Non si spiegherebbe, altrimenti, tanto accanimento.
Tanta gratuita crudeltà.
Ora, l’alba è trascorsa senza traccia e mentre il sole ride al pianto della notte, io solo di voi ho dimensione e tempo.
Michele Cologna
(San Severo 26/09/2010 8.00.00)
M’avete obbligato a levarmi per l’insistenza dei vostri occhi.
Siete un bel gruppo e non passate inosservati, e non è piacevole avervi tanto da presso.
Mi cercate perché?
Son io che vengo a cercarvi?
Questione di lana caprina che non muta alcunché.
Sapete che vi conosco tutti.
A uno a uno posso datarvi e d’ognuno di voi mostrarne impresso il marchio.
Sì, vi riconosco tutti.
Sfilate a me davanti in processione e salite il mio Golgota.
A occhi chiusi e dagli odori vostri ripercorro l’insieme.
Anatomista cieco, a naso vi ricompongo corpo.
E non date il senso.
Allora, perché?
Perché non passate come normalmente fanno gli anni e andate via?
Quale il motivo che in me stazionate senza pietà e decenza?
Non v’ho pianto forse di lacrime vere?
Tribolato dai vostri capricci e dal caso non v’ho versato già abbondante pedaggio?
Quale compenso?
Certo non conoscete di voi il peso.
Non si spiegherebbe, altrimenti, tanto accanimento.
Tanta gratuita crudeltà.
Ora, l’alba è trascorsa senza traccia e mentre il sole ride al pianto della notte, io solo di voi ho dimensione e tempo.
Michele Cologna
(San Severo 26/09/2010 8.00.00)
martedì 21 settembre 2010
Ore...
Poggia l’imbrunire il manto,
e sera con la sua quiete scura,
stempera il tempo e le voci.
L’occhio stende
e cercando fonde gli orli e
all’incerto tende la mano.
Tace il cuore
e nella luce riposa l’ansia,
mentre nell’ombre il pensiero
corre il non finito.
Ore, scure ristoratrici,
voi che dimorate la mia, e nel buio
me soccorrete a reggerne il peso,
dite:
l’uomini, tutti v’invocano sorelle?
E son gli stessi i travagli?
I crucci?
E di color che nell’attesa stipano fame?
I bimbi?
Quelli che, succhiando mammelle secche d’asciutte mamme, nutrono lamenti?
Guerre, violenze e stupri?
Oh Notte, riposa!
Placa l’uomo, è stanco.
Michele
(san severo martedì 21 settembre 2010)
e sera con la sua quiete scura,
stempera il tempo e le voci.
L’occhio stende
e cercando fonde gli orli e
all’incerto tende la mano.
Tace il cuore
e nella luce riposa l’ansia,
mentre nell’ombre il pensiero
corre il non finito.
Ore, scure ristoratrici,
voi che dimorate la mia, e nel buio
me soccorrete a reggerne il peso,
dite:
l’uomini, tutti v’invocano sorelle?
E son gli stessi i travagli?
I crucci?
E di color che nell’attesa stipano fame?
I bimbi?
Quelli che, succhiando mammelle secche d’asciutte mamme, nutrono lamenti?
Guerre, violenze e stupri?
Oh Notte, riposa!
Placa l’uomo, è stanco.
Michele
(san severo martedì 21 settembre 2010)
sabato 18 settembre 2010
Qualità eccelse le tue...
Qualità eccelse le tue, o donna, d’infinite bellezze.
Alcuno lodi e tocchi a te risparmia, e strazi molti.
Tanti.
Di te si fanno diletto e di voglie ancor turpi, ti vestono
bella e delle loro te insozzano.
Colpe e castighi non ne portano, perché puttana
l’uomini t’hanno vista, e le miserie loro a te apprese.
Lacere le tue vesti, del tuo corpo mercimonio.
Violenze. In belletto a bavose bocche di carni avide.
Gli alti tuoi, te non salvano da scempio grande, e
virtù disdoro a te offrono, lauto pasto regale.
Dolcezze lacere e biascicati divini all’altare tuo immolano,
e d’appestati fumi a te sopprimono il respiro.
Non sanno che tu sei dell’aria l’alito; dei fiumi e mari,
delle acque le gocce pure. Limpide. Del cielo colori e
tormenti e delle nuvole il cirro. Ignorano i tuoi voli
di boschi fanciulla e dea. Delle voci odoroso sussurro,
e dei pascoli armenti; sguardo di viandante e del barbaro
il rifugio. Patria e ricovero d’oppresso e ogni apolide.
Del logos forma e potenza. Del limite divino sentinella.
Viltà e cuore basso ora vestono lo splendore tuo; perle
e corona falsi t’ornano, il nous abdica e regna asfissia.
Michele Cologna
(San Severo 18/09/2010 10.52.02)
Alcuno lodi e tocchi a te risparmia, e strazi molti.
Tanti.
Di te si fanno diletto e di voglie ancor turpi, ti vestono
bella e delle loro te insozzano.
Colpe e castighi non ne portano, perché puttana
l’uomini t’hanno vista, e le miserie loro a te apprese.
Lacere le tue vesti, del tuo corpo mercimonio.
Violenze. In belletto a bavose bocche di carni avide.
Gli alti tuoi, te non salvano da scempio grande, e
virtù disdoro a te offrono, lauto pasto regale.
Dolcezze lacere e biascicati divini all’altare tuo immolano,
e d’appestati fumi a te sopprimono il respiro.
Non sanno che tu sei dell’aria l’alito; dei fiumi e mari,
delle acque le gocce pure. Limpide. Del cielo colori e
tormenti e delle nuvole il cirro. Ignorano i tuoi voli
di boschi fanciulla e dea. Delle voci odoroso sussurro,
e dei pascoli armenti; sguardo di viandante e del barbaro
il rifugio. Patria e ricovero d’oppresso e ogni apolide.
Del logos forma e potenza. Del limite divino sentinella.
Viltà e cuore basso ora vestono lo splendore tuo; perle
e corona falsi t’ornano, il nous abdica e regna asfissia.
Michele Cologna
(San Severo 18/09/2010 10.52.02)
mercoledì 15 settembre 2010
sole affaccia...
affaccia l’occhio il sole e
nella rugiada riflette lo sguardo
bacia e le lacrime fondono
e in brume sciolgono l’amore
commossi lai
colori accendono emozioni
e soffusi pianti di tripudio
vestono il mattino
michele
(s. severo 16/09/2010 7.21.08)
nella rugiada riflette lo sguardo
bacia e le lacrime fondono
e in brume sciolgono l’amore
commossi lai
colori accendono emozioni
e soffusi pianti di tripudio
vestono il mattino
michele
(s. severo 16/09/2010 7.21.08)
Mani unite...
Mani unite e nel suono perse,
percorrono luoghi, e note di
luce danzano dei cuori i ritmi.
Flessuosi i sensi, lì piegano al
piacere, dove tocchi soffusi di
dita pigiano rossore al diletto.
Labbra tumide d’odorosi baci
inebriano le narici, e passione
travolge furiosa i corpi ambiti.
Ora, stesi rotolano la sabbia e
ne la fretta del dono ansimano
abiti che scivolano nude carni.
Effluvi impregnano l’aria e
d’essenze il fiore, schiudendo
vaporosi petali, coglie amore.
Michele
(San Severo 15/09/2010 6.46.07)
percorrono luoghi, e note di
luce danzano dei cuori i ritmi.
Flessuosi i sensi, lì piegano al
piacere, dove tocchi soffusi di
dita pigiano rossore al diletto.
Labbra tumide d’odorosi baci
inebriano le narici, e passione
travolge furiosa i corpi ambiti.
Ora, stesi rotolano la sabbia e
ne la fretta del dono ansimano
abiti che scivolano nude carni.
Effluvi impregnano l’aria e
d’essenze il fiore, schiudendo
vaporosi petali, coglie amore.
Michele
(San Severo 15/09/2010 6.46.07)
mercoledì 8 settembre 2010
Assorto
Assorto lo sguardo assiso
sopra l’orgogliosa terra
guatava il tempo.
Erano passi bambini
e percorrevano ordini
di calpestate virtù.
Visi rubizzi e giumente e
redini d’odori coprivano
covoni d’arse giornate.
Ombre accaldate – faccettoni,
visi nascosti - di turgide poppe
si porgevano a bocche di latte.
Sorrisi, d’ammiccanti voglie,
nascosti al vigilante di grata
sorte, nascondevano invidia.
Fatiche d’anni amari e ansie
d’ambiti traguardi; conquiste
attese e consumati approdi.
Scivola ora canuto l’occhio,
misura e non trova il senso.
No.
Lei è lì eterna nell’indifferenza.
Non rende felicità a patimenti e
privazioni.
Né di figli, né di tormenti sa e
il destino ignora.
Piega il giornale nelle mani lasse
e il giorno che volge alla sera.
Michele
(San Severo 07/09/2010 12.47.23)
Faccettone, grosso fazzoletto che nascondeva la faccia al sole tenendola all’ombra.
sopra l’orgogliosa terra
guatava il tempo.
Erano passi bambini
e percorrevano ordini
di calpestate virtù.
Visi rubizzi e giumente e
redini d’odori coprivano
covoni d’arse giornate.
Ombre accaldate – faccettoni,
visi nascosti - di turgide poppe
si porgevano a bocche di latte.
Sorrisi, d’ammiccanti voglie,
nascosti al vigilante di grata
sorte, nascondevano invidia.
Fatiche d’anni amari e ansie
d’ambiti traguardi; conquiste
attese e consumati approdi.
Scivola ora canuto l’occhio,
misura e non trova il senso.
No.
Lei è lì eterna nell’indifferenza.
Non rende felicità a patimenti e
privazioni.
Né di figli, né di tormenti sa e
il destino ignora.
Piega il giornale nelle mani lasse
e il giorno che volge alla sera.
Michele
(San Severo 07/09/2010 12.47.23)
Faccettone, grosso fazzoletto che nascondeva la faccia al sole tenendola all’ombra.
sabato 4 settembre 2010
e camminavo percorsi
e camminavo percorsi
precedendo e seguendo
ascoltavo
e muovendo passi di silenzio
nella luce abbagliato
non vedevo
e percorrendo ombre di suoni
nel frastuono delle voci
non sentivo
e procedevo sconosciuto
lungo sentieri d’assenze
toccando approdi
e tastando brume di senso
nell’oscuro dell’uomo
osservai
era la luce e le tenebre
stessi tunnel e abisso
e chiudevano in cerchi
limiti
d’orme parlate emissioni di fiato
cristalli
riflessi tracce di gesti sacrificali
e riti
michele (s. severo 04/09/2010 8.41.30)
precedendo e seguendo
ascoltavo
e muovendo passi di silenzio
nella luce abbagliato
non vedevo
e percorrendo ombre di suoni
nel frastuono delle voci
non sentivo
e procedevo sconosciuto
lungo sentieri d’assenze
toccando approdi
e tastando brume di senso
nell’oscuro dell’uomo
osservai
era la luce e le tenebre
stessi tunnel e abisso
e chiudevano in cerchi
limiti
d’orme parlate emissioni di fiato
cristalli
riflessi tracce di gesti sacrificali
e riti
michele (s. severo 04/09/2010 8.41.30)
martedì 31 agosto 2010
il rogo acceso
il rogo acceso
la croce issata
e…
mai sgombri di Streghe e Cristi
avidi…
in fila attendono speranzosi
il turno… pur sia
né sacro
né profano
differenzia la bestia
michele (28/05/2009 23.25.30)
la croce issata
e…
mai sgombri di Streghe e Cristi
avidi…
in fila attendono speranzosi
il turno… pur sia
né sacro
né profano
differenzia la bestia
michele (28/05/2009 23.25.30)
giovedì 26 agosto 2010
Amo la notte...
Amo la notte perché mi è sorella.
La possiedo perché m’ha eletto sua creatura.
La percorro e mi restituisce i miei passi.
È cieca come io sono e luce ci squarcia le orbite.
M’assorbe d’amore indistinto, virgineo mi restituisce alla vita.
michele (27/05/2009 20.26.21)
La possiedo perché m’ha eletto sua creatura.
La percorro e mi restituisce i miei passi.
È cieca come io sono e luce ci squarcia le orbite.
M’assorbe d’amore indistinto, virgineo mi restituisce alla vita.
michele (27/05/2009 20.26.21)
mercoledì 25 agosto 2010
È l’Italia un paese da salvare?
È l’Italia un paese da salvare?
Se sì, sviluppiamo il discorso che vogliamo fare; se no, ammainiamo l’intelligenza e plaudiamo, alla Pangloss, a questo: il miglior dei mondi possibili.
Non c’è struttura pubblica elettiva, amministrativa che abbia dignità d’esistere in questo misero e miserabile Paese.
Funzionava male, ora malissimo.
C’era il potere del malaffare, ora quello della delinquenza.
Ogni velo è caduto.
Resta solo l’arroganza del potere fattosi dominio.
Nessuna forza organizzata a proclamare il re nudo.
Alcuna informazione della realtà, tutti dietro all’ignudo a magnificarne le vesti.
La realtà fagocitata dal Palazzo e dalla Casta che lo abita.
Il palazzo con tutte le sue diramazioni, uguale la casta.
Sappiamo tutto delle camere da letto di questi figuri, niente delle miserie che occupano le nostre realtà e incupiscono le esistenze.
Cosa si può fare mancante ogni credibilità di prospettiva migliore?
Proviamoci in dieci punti.
Uno, sospendere per la durata di due anni tutti i poteri elettivi.
Due, tutti i poteri al Capo dello Stato garante della Costituzione.
Tre, il governo del Paese verrà dal Presidente della Repubblica affidato a personalità di grande prestigio morale, distintosi a livello internazionale per indiscusse capacità nel mondo della governance pubblica. Questi formerà il governo, senza alcun politico attuale, che presenterà al Capo dello Stato nelle cui mani giurerà.
Quattro, gli esecutivi di ogni ordine e grado – Regioni, Provincie, Comuni - in mano a dei Commissari Straordinari nominati dall’esecutivo.
Cinque, i Commissari Straordinari a loro volta nomineranno tutti coloro che fino a oggi sono stati di nomina politica.
(Inutile affermare che i criteri di moralità e competenza debbono essere la conditio sine qua non.)
Sei, i partiti dovranno rifondarsi e ottemperare all’articolo della Costituzione che li vuole soggetti giuridici, pena l’esclusione dalle prerogative costituzionali.
Sette, nei due anni di transizione tutte le pendenze giudiziarie degli attuali politici locali e nazionali dovranno essere portate a termine, pena l’impossibilità di candidarsi.
Otto, sempre nei due anni, fare ex novo una legge elettorale o ritornare alla vecchia quella del proporzionale puro e indire elezioni sia per il Parlamento – che dovrà avere durata di tre anni - che per una nuova Assemblea Costituente, che dovrà avere durata di due anni.
Nove, il Parlamento eletto e il governo che si formerà svolgeranno le proprie funzioni con la vigente Costituzione. Mentre l’Assemblea Costituente dovrà terminare i suoi lavori in due anni e poi sciogliersi.
Dieci, il governo nel restante anno in base alle Nuove Norme Costituzionali porterà il Paese alle elezioni.
Forse poi potremo finalmente dire d’essere un Paese normale.
In un Paese come il nostro un ragionamento molto sensato come questo passerà per sovversivo, pazzo e tanto ancora.
Ma non si chiede forse da più parti di adeguare le istituzioni ai tempi?
Non potrebbe essere una soluzione anche per svelenire gli animi e gli insulti che hanno usurpato la politica?
A quale democratico farebbe paura un simile ragionamento?
Certo, so che è molto difficile azzerare i poteri leciti e illeciti, nonché oscuri consolidati.
Potremmo provarci, però.
No!?
Michele Cologna (san severo 25/08/2010 10.51.59)
Se sì, sviluppiamo il discorso che vogliamo fare; se no, ammainiamo l’intelligenza e plaudiamo, alla Pangloss, a questo: il miglior dei mondi possibili.
Non c’è struttura pubblica elettiva, amministrativa che abbia dignità d’esistere in questo misero e miserabile Paese.
Funzionava male, ora malissimo.
C’era il potere del malaffare, ora quello della delinquenza.
Ogni velo è caduto.
Resta solo l’arroganza del potere fattosi dominio.
Nessuna forza organizzata a proclamare il re nudo.
Alcuna informazione della realtà, tutti dietro all’ignudo a magnificarne le vesti.
La realtà fagocitata dal Palazzo e dalla Casta che lo abita.
Il palazzo con tutte le sue diramazioni, uguale la casta.
Sappiamo tutto delle camere da letto di questi figuri, niente delle miserie che occupano le nostre realtà e incupiscono le esistenze.
Cosa si può fare mancante ogni credibilità di prospettiva migliore?
Proviamoci in dieci punti.
Uno, sospendere per la durata di due anni tutti i poteri elettivi.
Due, tutti i poteri al Capo dello Stato garante della Costituzione.
Tre, il governo del Paese verrà dal Presidente della Repubblica affidato a personalità di grande prestigio morale, distintosi a livello internazionale per indiscusse capacità nel mondo della governance pubblica. Questi formerà il governo, senza alcun politico attuale, che presenterà al Capo dello Stato nelle cui mani giurerà.
Quattro, gli esecutivi di ogni ordine e grado – Regioni, Provincie, Comuni - in mano a dei Commissari Straordinari nominati dall’esecutivo.
Cinque, i Commissari Straordinari a loro volta nomineranno tutti coloro che fino a oggi sono stati di nomina politica.
(Inutile affermare che i criteri di moralità e competenza debbono essere la conditio sine qua non.)
Sei, i partiti dovranno rifondarsi e ottemperare all’articolo della Costituzione che li vuole soggetti giuridici, pena l’esclusione dalle prerogative costituzionali.
Sette, nei due anni di transizione tutte le pendenze giudiziarie degli attuali politici locali e nazionali dovranno essere portate a termine, pena l’impossibilità di candidarsi.
Otto, sempre nei due anni, fare ex novo una legge elettorale o ritornare alla vecchia quella del proporzionale puro e indire elezioni sia per il Parlamento – che dovrà avere durata di tre anni - che per una nuova Assemblea Costituente, che dovrà avere durata di due anni.
Nove, il Parlamento eletto e il governo che si formerà svolgeranno le proprie funzioni con la vigente Costituzione. Mentre l’Assemblea Costituente dovrà terminare i suoi lavori in due anni e poi sciogliersi.
Dieci, il governo nel restante anno in base alle Nuove Norme Costituzionali porterà il Paese alle elezioni.
Forse poi potremo finalmente dire d’essere un Paese normale.
In un Paese come il nostro un ragionamento molto sensato come questo passerà per sovversivo, pazzo e tanto ancora.
Ma non si chiede forse da più parti di adeguare le istituzioni ai tempi?
Non potrebbe essere una soluzione anche per svelenire gli animi e gli insulti che hanno usurpato la politica?
A quale democratico farebbe paura un simile ragionamento?
Certo, so che è molto difficile azzerare i poteri leciti e illeciti, nonché oscuri consolidati.
Potremmo provarci, però.
No!?
Michele Cologna (san severo 25/08/2010 10.51.59)
martedì 24 agosto 2010
E vidi...
E vidi...
e vidi di terre distese e armenti
afro odore di bianca giovenca
aprire rosa le carni mugghianti
e rotare guardo occhi di piacere
***
verdi filari elevare nenie e mani
operose di leggiadri sorrisi
petti scolpire in ornate fanciulle
colori ebbri di turgido furore
***
sospiri di rapiti sensi elevarsi e
inquieto il tempo disporre scene
d’ammalianti destini in passioni
usurate di belletto pallide ciprie
Michele
(san severo 24/08/2010 0.53.13)
e vidi di terre distese e armenti
afro odore di bianca giovenca
aprire rosa le carni mugghianti
e rotare guardo occhi di piacere
***
verdi filari elevare nenie e mani
operose di leggiadri sorrisi
petti scolpire in ornate fanciulle
colori ebbri di turgido furore
***
sospiri di rapiti sensi elevarsi e
inquieto il tempo disporre scene
d’ammalianti destini in passioni
usurate di belletto pallide ciprie
Michele
(san severo 24/08/2010 0.53.13)
mercoledì 18 agosto 2010
Ho seduto…
Ho seduto…
Scranna d’oro e declamando versi,
polvere d’aria, là ho liberato suoni.
Ho sostato…
Sassi lacrimati, e con occhi di stelle,
sinfonia di notturni, ascoltato verbo.
Ho abitato…
Parole di terra e di fuoco, bivacchi
di mugghianti lai, pianti ritualizzati.
Ho vissuto…
Deserti di senso e limiti sconosciuti.
Colli, sdruccioli in ombre d’uomini.
Piane di passi sterminate e battaglie.
Aridi pascoli e atavistica filiazione.
e…
Libere speranze precipitare catene.
Progetti – fausti? - abortire il tempo.
Assenze vive, apparenti presenze.
Cammini privi d’orme e viandanti.
Michele
(san severo 18/08/2010 11.14.55)
Scranna d’oro e declamando versi,
polvere d’aria, là ho liberato suoni.
Ho sostato…
Sassi lacrimati, e con occhi di stelle,
sinfonia di notturni, ascoltato verbo.
Ho abitato…
Parole di terra e di fuoco, bivacchi
di mugghianti lai, pianti ritualizzati.
Ho vissuto…
Deserti di senso e limiti sconosciuti.
Colli, sdruccioli in ombre d’uomini.
Piane di passi sterminate e battaglie.
Aridi pascoli e atavistica filiazione.
e…
Libere speranze precipitare catene.
Progetti – fausti? - abortire il tempo.
Assenze vive, apparenti presenze.
Cammini privi d’orme e viandanti.
Michele
(san severo 18/08/2010 11.14.55)
venerdì 13 agosto 2010
Un popolo non è una quantità...
Un popolo non è una quantità, è una coscienza.
La coscienza che è il sentire collettivo si compone di tante consapevolezze, tante quante ne sono le individualità che la compongono.
La consapevolezza è data dalla realtà, esperienza personale, cultura.
Questi danno identità individuale e quindi coscienza del sé.
La somma dei sé danno luogo alla coscienza collettiva.
Questa è l’identità di un popolo.
L’epitome farà storcere il naso a qualche ben pensante, ma il nocciolo è quello descritto.
Realtà e cultura vengono veicolati da tanti canali in-formativi.
L’esperienza personale dal nostro particolare che, per completarsi, si prefigura il generale, ma non potendo raggiungerlo per sproporzione di dimensioni, si nutre dell’informazione.
Possiamo dire - con possibilità infinitesimale d’errore - che la formazione dell’individuo è affidata per la quasi totalità all’in-formazione.
Se così è, come abbiamo dimostrato, la coscienza collettiva e quindi un popolo, sono strutturati dall’informazione.
L’informazione edifica un popolo.
Quel popolo e gli individui che lo compongono, saranno ciò che la comunicazione formativa loro propria è.
Informazione plurale, coscienze e popolo plurale.
Dottrinale, coscienze e popolo dottrinale.
Non democratica, coscienze e popolo non democratici.
Nel Villaggio Globale l’informazione è il Potere Assoluto.
Anzi il potere che si trasforma in Dominio.
Chi domina l’informazione domina il mondo.
Domina coscienze e popoli.
A quali leggi e controlli obbedisce l’informazione.
Al denaro.
Siamo sotto il dominio del denaro che forma e informa coscienze e popoli.
Quale democrazia allora?
La democrazia del denaro?
Potremmo continuare nello schema-analisi, ma non mi proponevo la dimostrazione di nulla se non che la democrazia è una chimera se non sono sottoposti a controllo democratico i mezzi formativi e informativi.
Popper - il filosofo della “verificabilità”, “falsicabilità”, della confutazione e quindi della libertà - negli ultimi anni della sua vita all’affermazione che consacrava il concetto di democrazia: “L’essenza della democrazia non sta nel governo del popolo, ma in quel potere d’interdizione incruenta che consente ai cittadini di sbarazzarsi attraverso il voto dei governi che hanno dato cattiva prova.”, aggiunse che nessuna democrazia potrà esistere senza una informazione non solo plurale, ma responsabile.
E per renderla tale presupponeva “una patente” per coloro a essa deputati.
Cioè l’idoneità a informare.
La stessa che occorre per poter in-formare dei bambini, adolescenti, giovani nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado.
Michele (san severo 13/08/2010 10.07.40)
La coscienza che è il sentire collettivo si compone di tante consapevolezze, tante quante ne sono le individualità che la compongono.
La consapevolezza è data dalla realtà, esperienza personale, cultura.
Questi danno identità individuale e quindi coscienza del sé.
La somma dei sé danno luogo alla coscienza collettiva.
Questa è l’identità di un popolo.
L’epitome farà storcere il naso a qualche ben pensante, ma il nocciolo è quello descritto.
Realtà e cultura vengono veicolati da tanti canali in-formativi.
L’esperienza personale dal nostro particolare che, per completarsi, si prefigura il generale, ma non potendo raggiungerlo per sproporzione di dimensioni, si nutre dell’informazione.
Possiamo dire - con possibilità infinitesimale d’errore - che la formazione dell’individuo è affidata per la quasi totalità all’in-formazione.
Se così è, come abbiamo dimostrato, la coscienza collettiva e quindi un popolo, sono strutturati dall’informazione.
L’informazione edifica un popolo.
Quel popolo e gli individui che lo compongono, saranno ciò che la comunicazione formativa loro propria è.
Informazione plurale, coscienze e popolo plurale.
Dottrinale, coscienze e popolo dottrinale.
Non democratica, coscienze e popolo non democratici.
Nel Villaggio Globale l’informazione è il Potere Assoluto.
Anzi il potere che si trasforma in Dominio.
Chi domina l’informazione domina il mondo.
Domina coscienze e popoli.
A quali leggi e controlli obbedisce l’informazione.
Al denaro.
Siamo sotto il dominio del denaro che forma e informa coscienze e popoli.
Quale democrazia allora?
La democrazia del denaro?
Potremmo continuare nello schema-analisi, ma non mi proponevo la dimostrazione di nulla se non che la democrazia è una chimera se non sono sottoposti a controllo democratico i mezzi formativi e informativi.
Popper - il filosofo della “verificabilità”, “falsicabilità”, della confutazione e quindi della libertà - negli ultimi anni della sua vita all’affermazione che consacrava il concetto di democrazia: “L’essenza della democrazia non sta nel governo del popolo, ma in quel potere d’interdizione incruenta che consente ai cittadini di sbarazzarsi attraverso il voto dei governi che hanno dato cattiva prova.”, aggiunse che nessuna democrazia potrà esistere senza una informazione non solo plurale, ma responsabile.
E per renderla tale presupponeva “una patente” per coloro a essa deputati.
Cioè l’idoneità a informare.
La stessa che occorre per poter in-formare dei bambini, adolescenti, giovani nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado.
Michele (san severo 13/08/2010 10.07.40)
venerdì 6 agosto 2010
I regimi muoiono…
I regimi muoiono…
I regimi muoiono o perché spazzati via da forze esterne, o per implosione.
Il nostro che ora nessuno può negarlo è stato un regime, è imploso.
Berlusconi è finito.
Il berlusconismo ha esaurito il suo ciclo.
Ci saranno colpi di coda, faranno anche molto male, ma il regime di celluloide legato alle bassezze più sconce è finito.
Cosa è accaduto.
La repubblica dei partiti era miseramente crollata e tutti sappiamo in quale modo.
Tutti, chi in misura maggiore e chi minore, partecipavano della stessa mensa.
C’era la politica la faccia ufficiale, pulita; l’affare o meglio il malaffare la faccia nascosta.
Il troppo storpia.
Sempre.
Un ondata d’indignazione, appoggiata da voglia moralizzante, supportata da un attivismo della magistratura ha scoperchiato la pentola della repubblica dei partiti e della loro impunità.
I politici spiazzati dall’ondata e sbandati senza governo dei partiti, hanno appoggiato chi meglio, chi peggio questo sentimento montante.
Si sono riciclati non facendo politica, ma scimmiottando il sentimento che come si sa non è mai politica, perché la politica è ragionamento.
Il questo scenario è apparso alla ribalta il peggiore di tutti, quello che più aveva pasteggiato con il politico più spregiudicato e mascalzone che l’Italia, dopo Mussolini, abbia mai avuto, Craxi.
Inizia l’era Berlusconi che s’inventa una biografia e spaccia lo sporco, il peggio di ciò che sta per morire, come il nuovo che redimerà la politica e salverà il Paese.
Solo pochi attenti e coloro che non avevano scheletri negli armadi, denunciano il pericolo e lottano.
Le forze sono impari e Berlusconi trionfa.
Nessun partito e tanto meno i politici prendono posizione netta e smascherano Berlusconi, pericolo letale per il Paese, ma scudo magnifico per le loro malefatte.
Berlusconi era “una risorsa” per il Paese.
Ricordate?
Berlusconi e la sua indecenza salvava un poco tutti.
Rivoluzionava per non cambiare nulla.
I politicanti credevano Berlusconi un fenomeno temporaneo, stupido e governabile.
Invece il Mostro c’ha creduto e ha iniziato a fare sul serio.
Il gioco ha preso la mano e la Politica è scomparsa dal sistema Italia.
È storia recente il tutto, e a nessuno può sfuggire.
La Politica era scomparsa dai ragionamenti, dalla informazione, dalla formazione, dal Parlamento.
Il Paese aveva ceduto il passo al Palazzo, esisteva solo questi.
Giornali, informazione, intellettuali e pseudo tali, operatori culturali avevano sostituito la realtà con il Palazzo e il suo interesse.
La corsa a servire il nuovo sovrano.
Nudo e tutti delle vesti ne cantavano le lodi.
Il Paese incantato dalle doti del Nano.
Perfino delle pruderie se ne cantavano le lodi.
L’icona dell’Italia era di poco inferiore a quella della Corea del Nord.
Ci saremmo arrivati.
In questo scenario addormentato, un’altra casta ha resistito, ha fatto breccia, ha blandito è iniziato il risveglio.
La caduta dei regimi, quando non è determinata da forze esterne, avviene sempre per scivolata sulla classica buccia di banana.
Fini è stata la buccia, il piede la sicumera del Nano.
L’occasione Caliendo, è la Politica riappare nel luogo a essa deputato, in Parlamento.
Da mercoledì 4 agosto, niente sarà più come prima.
Politici infetti.
Politica malata.
Partiti inadeguati.
Tutto vero.
Però riappare la Parola e si rompe l’incantesimo.
Ora la realtà può riprendere il suo posto.
Il ragionamento la Politica.
I Berlusconi, i Vendola, i D’Alema, i Fini, i Casini e compagnia non bella, debbono usare la Parola.
E come si sa le Parole sono la realtà, tutto il resto è chiacchiera.
Michele Cologna (San Severo, venerdì 6 agosto 2010)
I regimi muoiono o perché spazzati via da forze esterne, o per implosione.
Il nostro che ora nessuno può negarlo è stato un regime, è imploso.
Berlusconi è finito.
Il berlusconismo ha esaurito il suo ciclo.
Ci saranno colpi di coda, faranno anche molto male, ma il regime di celluloide legato alle bassezze più sconce è finito.
Cosa è accaduto.
La repubblica dei partiti era miseramente crollata e tutti sappiamo in quale modo.
Tutti, chi in misura maggiore e chi minore, partecipavano della stessa mensa.
C’era la politica la faccia ufficiale, pulita; l’affare o meglio il malaffare la faccia nascosta.
Il troppo storpia.
Sempre.
Un ondata d’indignazione, appoggiata da voglia moralizzante, supportata da un attivismo della magistratura ha scoperchiato la pentola della repubblica dei partiti e della loro impunità.
I politici spiazzati dall’ondata e sbandati senza governo dei partiti, hanno appoggiato chi meglio, chi peggio questo sentimento montante.
Si sono riciclati non facendo politica, ma scimmiottando il sentimento che come si sa non è mai politica, perché la politica è ragionamento.
Il questo scenario è apparso alla ribalta il peggiore di tutti, quello che più aveva pasteggiato con il politico più spregiudicato e mascalzone che l’Italia, dopo Mussolini, abbia mai avuto, Craxi.
Inizia l’era Berlusconi che s’inventa una biografia e spaccia lo sporco, il peggio di ciò che sta per morire, come il nuovo che redimerà la politica e salverà il Paese.
Solo pochi attenti e coloro che non avevano scheletri negli armadi, denunciano il pericolo e lottano.
Le forze sono impari e Berlusconi trionfa.
Nessun partito e tanto meno i politici prendono posizione netta e smascherano Berlusconi, pericolo letale per il Paese, ma scudo magnifico per le loro malefatte.
Berlusconi era “una risorsa” per il Paese.
Ricordate?
Berlusconi e la sua indecenza salvava un poco tutti.
Rivoluzionava per non cambiare nulla.
I politicanti credevano Berlusconi un fenomeno temporaneo, stupido e governabile.
Invece il Mostro c’ha creduto e ha iniziato a fare sul serio.
Il gioco ha preso la mano e la Politica è scomparsa dal sistema Italia.
È storia recente il tutto, e a nessuno può sfuggire.
La Politica era scomparsa dai ragionamenti, dalla informazione, dalla formazione, dal Parlamento.
Il Paese aveva ceduto il passo al Palazzo, esisteva solo questi.
Giornali, informazione, intellettuali e pseudo tali, operatori culturali avevano sostituito la realtà con il Palazzo e il suo interesse.
La corsa a servire il nuovo sovrano.
Nudo e tutti delle vesti ne cantavano le lodi.
Il Paese incantato dalle doti del Nano.
Perfino delle pruderie se ne cantavano le lodi.
L’icona dell’Italia era di poco inferiore a quella della Corea del Nord.
Ci saremmo arrivati.
In questo scenario addormentato, un’altra casta ha resistito, ha fatto breccia, ha blandito è iniziato il risveglio.
La caduta dei regimi, quando non è determinata da forze esterne, avviene sempre per scivolata sulla classica buccia di banana.
Fini è stata la buccia, il piede la sicumera del Nano.
L’occasione Caliendo, è la Politica riappare nel luogo a essa deputato, in Parlamento.
Da mercoledì 4 agosto, niente sarà più come prima.
Politici infetti.
Politica malata.
Partiti inadeguati.
Tutto vero.
Però riappare la Parola e si rompe l’incantesimo.
Ora la realtà può riprendere il suo posto.
Il ragionamento la Politica.
I Berlusconi, i Vendola, i D’Alema, i Fini, i Casini e compagnia non bella, debbono usare la Parola.
E come si sa le Parole sono la realtà, tutto il resto è chiacchiera.
Michele Cologna (San Severo, venerdì 6 agosto 2010)
giovedì 29 luglio 2010
Percorri...
Percorri cammini impraticati.
Affronti spazi d’infinito spaventosi.
Passi che non portano orme.
Limiti frastagliati di sconosciuti strazi.
e negli abissi
di fiamme non alimentate
fuochi siderali d’oscure luci
elementi d’esistenze ignare
assenze mai avvicinate
cerchi…
In sentieri di senso interroghi parole.
Oltre l’ostacolo allunghi lo sguardo.
Dell’orizzonte e delle leggi valichi il limite.
Negli interstizi bui incunei zeppe di chiaro.
Chi sei, che cerchi al calare della sera?
Essenze di pini e faggi e silvestri balsami
calano su rossi roventi di memorie antiche.
Monti e piani e copiose acque, lacrime…
nutrite passioni allentano la presa, poeta.
Michele (s. severo 29/07/2010 9.32.37)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/percorri/420817977479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
Affronti spazi d’infinito spaventosi.
Passi che non portano orme.
Limiti frastagliati di sconosciuti strazi.
e negli abissi
di fiamme non alimentate
fuochi siderali d’oscure luci
elementi d’esistenze ignare
assenze mai avvicinate
cerchi…
In sentieri di senso interroghi parole.
Oltre l’ostacolo allunghi lo sguardo.
Dell’orizzonte e delle leggi valichi il limite.
Negli interstizi bui incunei zeppe di chiaro.
Chi sei, che cerchi al calare della sera?
Essenze di pini e faggi e silvestri balsami
calano su rossi roventi di memorie antiche.
Monti e piani e copiose acque, lacrime…
nutrite passioni allentano la presa, poeta.
Michele (s. severo 29/07/2010 9.32.37)
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https://www.facebook.com/michele.cologna
martedì 27 luglio 2010
La libertà…
La libertà…
Una frase lasciata lì ed è direttiva di vita.
Ho avuto la fortuna di una grande frequentazione.
Per pochissimo tempo, è vero.
Le intensità però non le misura il tempo, fortunatamente.
Giovane impegnato politicamente e alla ricerca di un ruolo, mi sono imbattuto per condivisione dello stesso amore: i libri, nel grande Nino Casiglio.
Scrittore e vincitore di parecchi premi, intellettuale, professore, uomo di cultura sterminata, pensiero gentile: socialista.
Ci piacemmo e mi gratificò della sua amicizia.
Si discuteva di molte cose e in particolare di Politica – attenzione alla maiuscola – e certo non di quella praticata.
Il mio cruccio, il rovello tra l’impegno organico alla politica, al partito il PCI e l’appartenenza ma disorganica.
Lo scrittore - il Verga pugliese - s’era per un breve periodo affacciato alla politica e aveva ricoperto anche la carica di sindaco della mia città San Severo.
Dopo appena tre mesi, e senza dare mai spiegazioni, si dimise e non praticò più la politica attiva.
Con tormento vero e forse per apparire più di tanto e quanto sapessi, lanciai al mio mentore la frase: “Professore, hanno fatto scappare lei, figuriamoci se non si fagocitano uno come me”.
Si rivolse a me e fissandomi con gli occhi spenti – era quasi cieco – disse: “No, figlio mio! Chi te l’ha dette queste scemenze. Nessuno m’ha fatto scappare o cacciato, me ne sono andato io. Solo mia è stata la decisione”.
Rimasi spiazzato e con l’ingenuità giovane gli chiesi il perché.
“Ma come, figlio mio, non ti è chiaro? Se fossi restato ancora un poco con Loro, avrei incominciato a pensare come loro.”
Una breve pausa, “Chi lavora col pensiero per mantenere la propria integrità deve appartenere, non può schierarsi. La militanza è la morte del pensiero libero”.
La passione politica era forte e cercai di conciliare le due cose.
Impossibile.
Quando per loro la misura fu colma, mi invitarono all’organicità del ruolo oppure a trarre le conclusioni.
Me ne andai mantenendo l’appartenenza, però.
È questo per loro fu tormento.
La lezione la praticai in ogni mia attività.
Non mi fruttò mai salario, l’estraneità e solo questa è stato sempre il compenso.
Nei giornali per i quali ho scritto come in ogni mio ruolo.
Non sono mai stato accettato se non per necessità.
Alla prima occasione fuori.
Chiedo scusa se ho parlato di un tratto della mia vita, solo per ricordare prima a me che la libertà di pensiero è la condizione prima dell’essere e poi, per fare bene qualsiasi attività.
La libertà si può e dev’essere mantenuta anche nell’appartenenza.
I giornalisti, fatte delle pochissime eccezioni, l’hanno mai praticata?
I politici?
I cittadini?
Non è il gregarismo, lo spirito gregario degli italiani il male di questo Paese?
E non parte da questo modo d’essere la questione morale che mai ha abbandonato gli italiani e l’Italia?
Leggere i giornali e seguire l’informazione tutta oggi, finisci per omologarti.
Non comprendi più la realtà.
Entri nel sistema militante della chiacchiera, del pettegolezzo, della guerra delle caste contrapposte, e delle faide all’interne d’esse.
La politica identico discorso.
Non c’è differenza tra i partiti sono tutti simili, avvitati su se stessi, fuori dalla realtà e dalla verità.
L’unica è quella dell’interesse proprio.
Il paese i cittadini sono strumentali alla funzione loro.
Non esistono se non nella dimensione del proprio tornaconto.
Dei giornalisti freelance, facendo il loro lavoro, hanno scovato e resi pubblici la documentazione segreta sulla guerra sporca afgana.
Certo non erano italiani, non sarebbe mai accaduto.
Assisteremo mai a qualcosa di simile nel giornalismo italiano?
E nella politica?
Nella popolazione?
Il sapore della dignità, del riscatto?
La pratica della libertà che è vita?
Michele (san severo 27/07/2010 20.14.37)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/la-libert%C3%A0/420186932479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
Una frase lasciata lì ed è direttiva di vita.
Ho avuto la fortuna di una grande frequentazione.
Per pochissimo tempo, è vero.
Le intensità però non le misura il tempo, fortunatamente.
Giovane impegnato politicamente e alla ricerca di un ruolo, mi sono imbattuto per condivisione dello stesso amore: i libri, nel grande Nino Casiglio.
Scrittore e vincitore di parecchi premi, intellettuale, professore, uomo di cultura sterminata, pensiero gentile: socialista.
Ci piacemmo e mi gratificò della sua amicizia.
Si discuteva di molte cose e in particolare di Politica – attenzione alla maiuscola – e certo non di quella praticata.
Il mio cruccio, il rovello tra l’impegno organico alla politica, al partito il PCI e l’appartenenza ma disorganica.
Lo scrittore - il Verga pugliese - s’era per un breve periodo affacciato alla politica e aveva ricoperto anche la carica di sindaco della mia città San Severo.
Dopo appena tre mesi, e senza dare mai spiegazioni, si dimise e non praticò più la politica attiva.
Con tormento vero e forse per apparire più di tanto e quanto sapessi, lanciai al mio mentore la frase: “Professore, hanno fatto scappare lei, figuriamoci se non si fagocitano uno come me”.
Si rivolse a me e fissandomi con gli occhi spenti – era quasi cieco – disse: “No, figlio mio! Chi te l’ha dette queste scemenze. Nessuno m’ha fatto scappare o cacciato, me ne sono andato io. Solo mia è stata la decisione”.
Rimasi spiazzato e con l’ingenuità giovane gli chiesi il perché.
“Ma come, figlio mio, non ti è chiaro? Se fossi restato ancora un poco con Loro, avrei incominciato a pensare come loro.”
Una breve pausa, “Chi lavora col pensiero per mantenere la propria integrità deve appartenere, non può schierarsi. La militanza è la morte del pensiero libero”.
La passione politica era forte e cercai di conciliare le due cose.
Impossibile.
Quando per loro la misura fu colma, mi invitarono all’organicità del ruolo oppure a trarre le conclusioni.
Me ne andai mantenendo l’appartenenza, però.
È questo per loro fu tormento.
La lezione la praticai in ogni mia attività.
Non mi fruttò mai salario, l’estraneità e solo questa è stato sempre il compenso.
Nei giornali per i quali ho scritto come in ogni mio ruolo.
Non sono mai stato accettato se non per necessità.
Alla prima occasione fuori.
Chiedo scusa se ho parlato di un tratto della mia vita, solo per ricordare prima a me che la libertà di pensiero è la condizione prima dell’essere e poi, per fare bene qualsiasi attività.
La libertà si può e dev’essere mantenuta anche nell’appartenenza.
I giornalisti, fatte delle pochissime eccezioni, l’hanno mai praticata?
I politici?
I cittadini?
Non è il gregarismo, lo spirito gregario degli italiani il male di questo Paese?
E non parte da questo modo d’essere la questione morale che mai ha abbandonato gli italiani e l’Italia?
Leggere i giornali e seguire l’informazione tutta oggi, finisci per omologarti.
Non comprendi più la realtà.
Entri nel sistema militante della chiacchiera, del pettegolezzo, della guerra delle caste contrapposte, e delle faide all’interne d’esse.
La politica identico discorso.
Non c’è differenza tra i partiti sono tutti simili, avvitati su se stessi, fuori dalla realtà e dalla verità.
L’unica è quella dell’interesse proprio.
Il paese i cittadini sono strumentali alla funzione loro.
Non esistono se non nella dimensione del proprio tornaconto.
Dei giornalisti freelance, facendo il loro lavoro, hanno scovato e resi pubblici la documentazione segreta sulla guerra sporca afgana.
Certo non erano italiani, non sarebbe mai accaduto.
Assisteremo mai a qualcosa di simile nel giornalismo italiano?
E nella politica?
Nella popolazione?
Il sapore della dignità, del riscatto?
La pratica della libertà che è vita?
Michele (san severo 27/07/2010 20.14.37)
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https://www.facebook.com/michele.cologna
venerdì 23 luglio 2010
Nari
Nari
Macchie di luce baciano il corpo,
che nelle forme turgido, al chiaro
restituisce il buio.
Sinuoso avanza l’impeto e geme
di bellezza, e l’incanto penetrando
le pieghe si ferma nel respiro.
Vibra passione la carne e l’ardore
brucia natii incensi.
Femminea l’aria espande fumi e
stagna, nari nel riposo giacciono.
Michele
(san severo 23/07/2010 22.02.15)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/nari/418997072479/
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Macchie di luce baciano il corpo,
che nelle forme turgido, al chiaro
restituisce il buio.
Sinuoso avanza l’impeto e geme
di bellezza, e l’incanto penetrando
le pieghe si ferma nel respiro.
Vibra passione la carne e l’ardore
brucia natii incensi.
Femminea l’aria espande fumi e
stagna, nari nel riposo giacciono.
Michele
(san severo 23/07/2010 22.02.15)
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giovedì 15 luglio 2010
mietono…
mietono…
Mietono pensieri il tempo, e
spighe d’ore e giorni in covoni
raccolgono acini di speranza.
L’aia attende e nel chiaro caldo
dei sogni, prepara il grembo.
Sacchi d’oro colmano desideri
e ansie innamorate fremono di
tocchi, bionde sospirate messi.
Antichi silenzi sciolgono versi
e parole celate allo sguardo di
carezze coprono grati gli occhi,
ch’ora di rosso vestono l’attesa.
Michele
(San Severo 15/07/2010 9.12.48)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/mietono/416081557479/
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Mietono pensieri il tempo, e
spighe d’ore e giorni in covoni
raccolgono acini di speranza.
L’aia attende e nel chiaro caldo
dei sogni, prepara il grembo.
Sacchi d’oro colmano desideri
e ansie innamorate fremono di
tocchi, bionde sospirate messi.
Antichi silenzi sciolgono versi
e parole celate allo sguardo di
carezze coprono grati gli occhi,
ch’ora di rosso vestono l’attesa.
Michele
(San Severo 15/07/2010 9.12.48)
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mercoledì 14 luglio 2010
L’Italia è bella…
L’Italia è bella…
È bella l’Italia che ammazza le donne, le promuove puttane e giustifica la violenza.
L’Italia che mortifica i giovani insultandoli nella bellezza della novità, li confina ai margini e li deride incapaci.
La stessa che chiude le università e bandisce la cultura.
È bella l’Italia dei ricercatori, dei senza lavoro.
Dei lavoratori precari, a progetto e in nero.
Delle morti sul lavoro e delle vedove in bianco.
Degli evasori assecondati e degli aiuti di Stato.
L’Italia delle mafie, ndrangheta, camorra e dei politici: mafiosi, camorristi e piduisti.
L’Italia dei corrotti e delle ministre Maria Goretti.
Dei sensali, lenoni e faccendieri.
Degli impuniti di Stato, dei furbi privati e papponi organizzati.
L’Italia che gioca coi destini di chi si nutre di televisione e si commuove di Berlusconi.
Quella della Protezione più o meno civile, e degli infami che ridono degli aquilani.
L’Italia dei pensionati e della social card, dei Commis di Stato.
Degli handicappati, degli invalidi e delle ire di Tremonti.
Delle auto blu e portaborse, disoccupati e inoccupati.
L’Italia delle cene e dei boiardi, dei Tarcisio Bertone, dei Letta, la Chiesa e Sepe.
L’Italia dell’informazione: giornali e televisioni. Arte, teatro, cinema, musica e le libere espressioni che sono prevaricazioni.
L’Italia dei Bondi, dei Casini e dei codini.
L’Italia della “casta”, i nuovi padroni.
L’Italia degli improvvisati profeti e delle false canzoni.
L’Italia dei poeti e delle divinizzazioni. Le santificazioni.
L’Italia dei senza memoria e senza storia. L’Italia provvisoria.
Quella dei cretini col cerino in mano.
L’Italia da non governare.
Quella dello stellone che ce la può fare.
L’Italia da spartirsi e depredare: beni culturali, sanità, demanio… in mano ai nuovi criminali.
L’Italia federalista, dei federali.
Michele (san severo 14/07/2010 10.53.10)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/litalia-%C3%A8-bella/415857492479/
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È bella l’Italia che ammazza le donne, le promuove puttane e giustifica la violenza.
L’Italia che mortifica i giovani insultandoli nella bellezza della novità, li confina ai margini e li deride incapaci.
La stessa che chiude le università e bandisce la cultura.
È bella l’Italia dei ricercatori, dei senza lavoro.
Dei lavoratori precari, a progetto e in nero.
Delle morti sul lavoro e delle vedove in bianco.
Degli evasori assecondati e degli aiuti di Stato.
L’Italia delle mafie, ndrangheta, camorra e dei politici: mafiosi, camorristi e piduisti.
L’Italia dei corrotti e delle ministre Maria Goretti.
Dei sensali, lenoni e faccendieri.
Degli impuniti di Stato, dei furbi privati e papponi organizzati.
L’Italia che gioca coi destini di chi si nutre di televisione e si commuove di Berlusconi.
Quella della Protezione più o meno civile, e degli infami che ridono degli aquilani.
L’Italia dei pensionati e della social card, dei Commis di Stato.
Degli handicappati, degli invalidi e delle ire di Tremonti.
Delle auto blu e portaborse, disoccupati e inoccupati.
L’Italia delle cene e dei boiardi, dei Tarcisio Bertone, dei Letta, la Chiesa e Sepe.
L’Italia dell’informazione: giornali e televisioni. Arte, teatro, cinema, musica e le libere espressioni che sono prevaricazioni.
L’Italia dei Bondi, dei Casini e dei codini.
L’Italia della “casta”, i nuovi padroni.
L’Italia degli improvvisati profeti e delle false canzoni.
L’Italia dei poeti e delle divinizzazioni. Le santificazioni.
L’Italia dei senza memoria e senza storia. L’Italia provvisoria.
Quella dei cretini col cerino in mano.
L’Italia da non governare.
Quella dello stellone che ce la può fare.
L’Italia da spartirsi e depredare: beni culturali, sanità, demanio… in mano ai nuovi criminali.
L’Italia federalista, dei federali.
Michele (san severo 14/07/2010 10.53.10)
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venerdì 9 luglio 2010
a volte…
a volte…
a volte capita di ridere
e a volte piangere
pure nell’assenza consumare il tempo
a volte si nasce ed è per sempre
un cammino destino
a volte si muore ed è liberazione
senza più ormai
a volte capita che gli uomini abdichino all’uomo
e nella parvenza si trascinano ombre
capita
una carezza trascurata ed è dolore
una parola ed è vita
torna
ci si innamora e ci cattura la passione
a volte né l’uno né l’altro
è solo morte prematura
a volte un vissuto rigoroso
vale un’alzata di spalle dell’intelligenza
un guitto una filosofia
a volte capita
michele
(s. severo 10/07/2010 8.39.54)
a volte capita di ridere
e a volte piangere
pure nell’assenza consumare il tempo
a volte si nasce ed è per sempre
un cammino destino
a volte si muore ed è liberazione
senza più ormai
a volte capita che gli uomini abdichino all’uomo
e nella parvenza si trascinano ombre
capita
una carezza trascurata ed è dolore
una parola ed è vita
torna
ci si innamora e ci cattura la passione
a volte né l’uno né l’altro
è solo morte prematura
a volte un vissuto rigoroso
vale un’alzata di spalle dell’intelligenza
un guitto una filosofia
a volte capita
michele
(s. severo 10/07/2010 8.39.54)
giovedì 8 luglio 2010
Estraneo…
Estraneo…
Agli occhi nausea cinge il pianto.
Fiumi d’asfalto ruggiscono belve, e affacciando bocche, pascolano estranei passi.
Corrono, e più reggono redini che di rimbombi riempiono il vuoto.
In pasto conducono orbite fisse di parole assenti.
Ignari percorsi muovono messaggi slegati che non producono voce.
Alveari vuoti ospitano sonno e di sogni privi svettano aridi.
Luci splendono al sole crittografie palesi, reflui d’oscuro, mentre
rilucenti livree metabolizzano metamorfosi.
I muri d’ombre assenti nell’intimo il meriggio più consumano,
e insipidite bocche in fila attendono mute all’asporto…
mentre mani, riflessa potenza di fattuali forme, oscillano l’incompreso
e, appendici irrise, arpionano del senso il trascurato tempo.
Michele (san severo 08/07/2010 18.56.14)
Agli occhi nausea cinge il pianto.
Fiumi d’asfalto ruggiscono belve, e affacciando bocche, pascolano estranei passi.
Corrono, e più reggono redini che di rimbombi riempiono il vuoto.
In pasto conducono orbite fisse di parole assenti.
Ignari percorsi muovono messaggi slegati che non producono voce.
Alveari vuoti ospitano sonno e di sogni privi svettano aridi.
Luci splendono al sole crittografie palesi, reflui d’oscuro, mentre
rilucenti livree metabolizzano metamorfosi.
I muri d’ombre assenti nell’intimo il meriggio più consumano,
e insipidite bocche in fila attendono mute all’asporto…
mentre mani, riflessa potenza di fattuali forme, oscillano l’incompreso
e, appendici irrise, arpionano del senso il trascurato tempo.
Michele (san severo 08/07/2010 18.56.14)
lunedì 5 luglio 2010
abbracciati...
abbracciati...
nell'ansia dei baci
corpi ansimano piacere
vita scorre e nutre
dei corpi il desiderio
voglia spinge e
parole riempiono gl’interstizi
piena…
di spasmi ferma il tempo
e soffoca
singulti espandono
e
aria contrae il sonoro
michele
(san severo 04/07/2010 21.40.59)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/abbracciati/412559432479/
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nell'ansia dei baci
corpi ansimano piacere
vita scorre e nutre
dei corpi il desiderio
voglia spinge e
parole riempiono gl’interstizi
piena…
di spasmi ferma il tempo
e soffoca
singulti espandono
e
aria contrae il sonoro
michele
(san severo 04/07/2010 21.40.59)
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sabato 3 luglio 2010
La felicità…
La felicità…
Il precipitare di un grave, è la felicità.
Materia che tende allo stato inerziale.
Il percorso intercorrente tra l’inizio e la fine della corsa.
Di quel tratto veloce, breve, intenso, oscuro… consiste la felicità.
L’arrivo, lo stato d’inerzia, lo stato di grazia non appartiene più al corpo, ma solo alla materia che l’ospita.
Semplicemente, non è per colui che ha provato la felicità.
La percezione può essere consapevole o inconsapevole, ma non può essere confutata la sensazione dell’intensità della trasmutazione.
Solo la vita, tutto ciò che è vita, quindi movimento ha la possibilità di precipitare.
Una stella vive, collassa, muore.
Dov’è la sua felicità?
Nel collassare, movimento di precipitazione verso lo stato inerziale.
L’aereo decolla, vola, atterra.
Materia viva sottoposta a sollecitazione, a fatica.
Un evento lo fa precipitare, cessa il lavoro della materia, quindi la vita che conserverà ancora fino all’impatto, avvenuto il quale sarà materia altra che non apparterrà più alla funzione della propria vita.
La felicità, il riposo della materia che conserverà in potenza vita fino all’impatto, poi sarà materia altra che ritorna.
Il frutto germoglia, fiorisce, cresce, matura, cade.
Si compie il ciclo e la vita che cesserà nello schianto, avrà attraversato l’attimo di felicità nel breve tragitto tra il ramo e la materia cui tendeva.
Attentato alle Torri Gemelle.
L’uomo precipita, il percorso oscuro nell’attesa dell’arrivo è la felicità, poi sarà materia inerme tornata alla materia.
Tra rimorsi, esaltazioni, sofferenze indicibili medita il suicidio.
Allucinato i preparativi, passa il cappio intorno al collo, chiude gli occhi, il salto.
L’attimo che tende la corda è felicità.
Dopo il nulla, materia inerme che torna all’inerzia.
Ha la schedina dell’enalotto in mano, riscontra la sua, ha vinto.
L’attimo, il momento che intercorre tra l’obnubilamento, la confusione e la consapevolezza della sua condizione mutata è la felicità.
Tutto quello che segue è un volerla conquistare ancora, ma sarà fatica vana.
La donna che aneli acconsente, l’attimo che passa tra l’assenso e il rendertene conto, quello e solo quello è il momento felice.
La felicità è un percorso - d’attimi, tempi differenti in relazione al corpo - è sta nel movimento che è vita, tra la condizione data e il ritorno all’inerzia.
Un tragitto nello spazio e nel tempo.
Michele (s. severo 03/07/2010 21.49.41)
Il precipitare di un grave, è la felicità.
Materia che tende allo stato inerziale.
Il percorso intercorrente tra l’inizio e la fine della corsa.
Di quel tratto veloce, breve, intenso, oscuro… consiste la felicità.
L’arrivo, lo stato d’inerzia, lo stato di grazia non appartiene più al corpo, ma solo alla materia che l’ospita.
Semplicemente, non è per colui che ha provato la felicità.
La percezione può essere consapevole o inconsapevole, ma non può essere confutata la sensazione dell’intensità della trasmutazione.
Solo la vita, tutto ciò che è vita, quindi movimento ha la possibilità di precipitare.
Una stella vive, collassa, muore.
Dov’è la sua felicità?
Nel collassare, movimento di precipitazione verso lo stato inerziale.
L’aereo decolla, vola, atterra.
Materia viva sottoposta a sollecitazione, a fatica.
Un evento lo fa precipitare, cessa il lavoro della materia, quindi la vita che conserverà ancora fino all’impatto, avvenuto il quale sarà materia altra che non apparterrà più alla funzione della propria vita.
La felicità, il riposo della materia che conserverà in potenza vita fino all’impatto, poi sarà materia altra che ritorna.
Il frutto germoglia, fiorisce, cresce, matura, cade.
Si compie il ciclo e la vita che cesserà nello schianto, avrà attraversato l’attimo di felicità nel breve tragitto tra il ramo e la materia cui tendeva.
Attentato alle Torri Gemelle.
L’uomo precipita, il percorso oscuro nell’attesa dell’arrivo è la felicità, poi sarà materia inerme tornata alla materia.
Tra rimorsi, esaltazioni, sofferenze indicibili medita il suicidio.
Allucinato i preparativi, passa il cappio intorno al collo, chiude gli occhi, il salto.
L’attimo che tende la corda è felicità.
Dopo il nulla, materia inerme che torna all’inerzia.
Ha la schedina dell’enalotto in mano, riscontra la sua, ha vinto.
L’attimo, il momento che intercorre tra l’obnubilamento, la confusione e la consapevolezza della sua condizione mutata è la felicità.
Tutto quello che segue è un volerla conquistare ancora, ma sarà fatica vana.
La donna che aneli acconsente, l’attimo che passa tra l’assenso e il rendertene conto, quello e solo quello è il momento felice.
La felicità è un percorso - d’attimi, tempi differenti in relazione al corpo - è sta nel movimento che è vita, tra la condizione data e il ritorno all’inerzia.
Un tragitto nello spazio e nel tempo.
Michele (s. severo 03/07/2010 21.49.41)
lunedì 28 giugno 2010
Oggi…
Oggi…
Sensazione sgradevole sveglia il mattino, e
con i primi passi accompagna nella giornata il corso
e porta la sera a letto il disgusto che cerca tregua.
È condizione dell’uomo.
L’homo civis che trascina questa giornata.
Asfissia.
Afasica realtà che nutre, Oggi.
Natura dell’angustia egli non individua.
No.
Il disagio nega il perché e l’insopportabile erge il vessillo.
Buon vivere, quiete sottraggono l’apporto
e l’inimicizia permea le attività:
respiro faticoso, proiezione d’un brutto film.
Prende dello stomaco la bocca, e sgretola,
macina, dissolve il limite del vivere.
Incubo che attraversa l’ansia che corre e
del tunnel, non trovando la fine, avvolge e sconvolge.
Niente e nessuno lo salva:
lacrimare del tempo, stillicidio dei rapporti, faticare vano…
È.
La vita come macigno e del peso tutta l’inutilità.
Stupiti lacci avvolgono l’intralcio.
Egli e il suo tempo predati dall’assenza di senso.
Stagni compartimenti muovono il corpo,
e di vasi non comunicanti di trofica avidità,
del governo il niente affidato al nulla comprime.
Vocianti figuri muovono inanimati segni, e
gesti di editi suoni famelici, predatoria arte
di tribali riti.
Michele Cologna (s. severo 28/06/2010 21.58.40)
Sensazione sgradevole sveglia il mattino, e
con i primi passi accompagna nella giornata il corso
e porta la sera a letto il disgusto che cerca tregua.
È condizione dell’uomo.
L’homo civis che trascina questa giornata.
Asfissia.
Afasica realtà che nutre, Oggi.
Natura dell’angustia egli non individua.
No.
Il disagio nega il perché e l’insopportabile erge il vessillo.
Buon vivere, quiete sottraggono l’apporto
e l’inimicizia permea le attività:
respiro faticoso, proiezione d’un brutto film.
Prende dello stomaco la bocca, e sgretola,
macina, dissolve il limite del vivere.
Incubo che attraversa l’ansia che corre e
del tunnel, non trovando la fine, avvolge e sconvolge.
Niente e nessuno lo salva:
lacrimare del tempo, stillicidio dei rapporti, faticare vano…
È.
La vita come macigno e del peso tutta l’inutilità.
Stupiti lacci avvolgono l’intralcio.
Egli e il suo tempo predati dall’assenza di senso.
Stagni compartimenti muovono il corpo,
e di vasi non comunicanti di trofica avidità,
del governo il niente affidato al nulla comprime.
Vocianti figuri muovono inanimati segni, e
gesti di editi suoni famelici, predatoria arte
di tribali riti.
Michele Cologna (s. severo 28/06/2010 21.58.40)
sabato 26 giugno 2010
Liberato…
Liberato…
Navighi verso dove, tu che ora giaci e
del timone da tempo reso avevi la barra?
Chi conduce l’assenza?
La stessa che travagliato aveva
già di sé la tua fugace presenza?
Segni l’essenza del vero con l’impronta,
o l’ultima condizione ne era il percorso?
Afono del prima nel silenzio trascini il dopo,
e lo sguardo del vuoto nella fissità, gli occhi
più riempi d’incongruenze e d’affetti resi.
Affrancato d’ogni schiavitù più abiti
dell’uomo le vesti, liberato.
La fronte gelida riposa il pianto e nobilita.
Materia tornata all’inerzia che più vuole,
e dell’osceno reietto a lei recupera il senso.
Vale.
Michele - al cognato Mario -
(s. severo 26/06/2010 20.42.36)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/liberato/409834152479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
Navighi verso dove, tu che ora giaci e
del timone da tempo reso avevi la barra?
Chi conduce l’assenza?
La stessa che travagliato aveva
già di sé la tua fugace presenza?
Segni l’essenza del vero con l’impronta,
o l’ultima condizione ne era il percorso?
Afono del prima nel silenzio trascini il dopo,
e lo sguardo del vuoto nella fissità, gli occhi
più riempi d’incongruenze e d’affetti resi.
Affrancato d’ogni schiavitù più abiti
dell’uomo le vesti, liberato.
La fronte gelida riposa il pianto e nobilita.
Materia tornata all’inerzia che più vuole,
e dell’osceno reietto a lei recupera il senso.
Vale.
Michele - al cognato Mario -
(s. severo 26/06/2010 20.42.36)
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mercoledì 23 giugno 2010
l’appuntamento…
l’appuntamento…
ora che certo dell’approdo ai lembi
poggeranno mani e l’occhio gli orli
percorrerà vorace e spiagge e sassi
d’oro bagnati viaggeranno i sensi…
ora del profumo dei fiori le parole
saliranno le narici e delle acque lo
sciabordio dei tempi il sussurro di
amore comanderà negli andati usi
il fine…
ora
aliti di cielo copriranno d’argentei
ali i disseminati talami che le anse
colli e baie dispiegano…
alla valle del rifugio ultimo riparo
michele (s. severo 23/06/2010 11.59.46)
ora che certo dell’approdo ai lembi
poggeranno mani e l’occhio gli orli
percorrerà vorace e spiagge e sassi
d’oro bagnati viaggeranno i sensi…
ora del profumo dei fiori le parole
saliranno le narici e delle acque lo
sciabordio dei tempi il sussurro di
amore comanderà negli andati usi
il fine…
ora
aliti di cielo copriranno d’argentei
ali i disseminati talami che le anse
colli e baie dispiegano…
alla valle del rifugio ultimo riparo
michele (s. severo 23/06/2010 11.59.46)
giovedì 17 giugno 2010
Tormenta cercando i passi…
Tormenta cercando i passi…
Gli occhi frugavano i passi cercando.
Le mani, ognuna portava la sua: resti di pascoli, antico percorso.
Nell’aspetto, pratica adusa, i segni della cura la follia recava.
Lampi, lo sguardo attraversando, in ignari guizzi fermavano il richiamo.
Braccia attaccate dei giorni al peso, penduli scendevano dalle spalle i fianchi.
Il martirio del viaggio?
Delle tenebre la luce?
L’odorato, fiuto perduto?
Della logica le conseguenze?
Il cammino dello smarrito senso?
Cercava, e sotto la strada i piedi dei cipressi camminava.
Proiezione di futuro assente?
Metafora del divenire nella notte?
Niente nella sospensione del Nulla?
E scritta…
ignorata dalla strada al fianco adagiata:
“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”.
Michele (s, severo 17/06/2010 19.32.44)
Gli occhi frugavano i passi cercando.
Le mani, ognuna portava la sua: resti di pascoli, antico percorso.
Nell’aspetto, pratica adusa, i segni della cura la follia recava.
Lampi, lo sguardo attraversando, in ignari guizzi fermavano il richiamo.
Braccia attaccate dei giorni al peso, penduli scendevano dalle spalle i fianchi.
Il martirio del viaggio?
Delle tenebre la luce?
L’odorato, fiuto perduto?
Della logica le conseguenze?
Il cammino dello smarrito senso?
Cercava, e sotto la strada i piedi dei cipressi camminava.
Proiezione di futuro assente?
Metafora del divenire nella notte?
Niente nella sospensione del Nulla?
E scritta…
ignorata dalla strada al fianco adagiata:
“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”.
Michele (s, severo 17/06/2010 19.32.44)
domenica 13 giugno 2010
E… abbiamo arrivati
E… abbiamo arrivati.
Hanno buttato giù la maschera.
“Tu, negro, se vuoi lavorare non puoi discutere né di ore né d’orario di lavoro, non devi metterti in malattia, non puoi osare invocare il contratto, non puoi essere iscritto al sindacato.”
È il delinquente 'ndranghetoso di Rosarno che ricatta?
No!
È il Padrone delle Ferriere che ha mostrato il suo vero volto.
Quel grande manager che ha tirato fuori dalla crisi l’auto negli USA.
La Fiat, quella casa automobilistica italiana, che nel corso della sua storia è costata agli italiani più della Sanità Nazionale.
La Fabbrica Italiana Auto Torino, quella del capitalismo familista italiano, quella che è stata sul mercato da sempre socializzando le perdite e privatizzando i guadagni.
I Padroni delle Ferriere, appunto.
Subito gli ha fatto eco quel Ministro scampato al cancro e sopravvissuto a Craxi, ricordate?
Sì, quel Sacconi che voleva salvare la povera Eluana, dalla voglia assassina di quel padre un tantino degenere, Peppino Englaro!?
“Ora il Paese è più moderno”, ha gridato lo Scampato.
Sì, ora il Paese è conquistato.
I lavoratori non son più lavoratori ma questuanti che ogni mattina debbono recarsi in piazza a “trovare” la giornata.
Chi ha voglia di lavorare e ha fame fatichi, i delinquenti e scansafatiche che tornino pure a casa o nelle mescite, oppure vadano al sindacato della CGIL a protestare.
I sindacati galantuomini CISL, UIL, UGL hanno accettato le condizioni.
Questi sì che hanno compreso la crisi!
L’ultimo baluardo di straccioni che accampava diritti: gli operai di Pomigliano d’Arco.
“Ma mi faccino il piacere, mi faccino!”
E non abbiamo un Totò.
Il cerchio si chiude: Casta, Cricca, Onorevoli, Senatori, Padroni, Mafiosi, Burocrati, Management.
Il NANO che li racchiude e rappresenta.
“Non siamo tutti uguali!”, grida la finta opposizione.
E le barricate?
S’è risposto con la guerra a uno stato di guerra da tempo dichiarato?
La Carta Costituzionale cattocomunista un intralcio.
Le leggi un insieme consociativo e sovversivo.
L’informazione comunista e faziosa che perseguita gli eletti dal popolo.
Giudici comunisti e assassini che vogliono sovvertire il Potere democraticamente eletto.
Pensionati troppo giovani e falsi invalidi che depauperano e affossano lo Stato.
Insegnanti scansafatiche, ignoranti e meridionali che guastano, deviano i giovani.
Statali una pletora di sfaccendati che lucra e ruba gli stipendi.
Giovani bamboccioni e sfaticati che preferiscono stare con i genitori anziché lavorare.
Continuiamo?
Serve, Opposizione di cartone?
Serve, Governati che date ancora fiducia a questi Mascalzoni, Mafiosi e Delinquenti?
Cosa debbono affermare ancora?
Cosa debbono togliervi per ricambiare con la lotta aperta e senza quartiere a questa guerra da anni dichiarata?
Ma sì!
Gli italiani non vanno governati, dominati.
Michele Cologna (s. severo 13/06/2010 20.10.37)
Hanno buttato giù la maschera.
“Tu, negro, se vuoi lavorare non puoi discutere né di ore né d’orario di lavoro, non devi metterti in malattia, non puoi osare invocare il contratto, non puoi essere iscritto al sindacato.”
È il delinquente 'ndranghetoso di Rosarno che ricatta?
No!
È il Padrone delle Ferriere che ha mostrato il suo vero volto.
Quel grande manager che ha tirato fuori dalla crisi l’auto negli USA.
La Fiat, quella casa automobilistica italiana, che nel corso della sua storia è costata agli italiani più della Sanità Nazionale.
La Fabbrica Italiana Auto Torino, quella del capitalismo familista italiano, quella che è stata sul mercato da sempre socializzando le perdite e privatizzando i guadagni.
I Padroni delle Ferriere, appunto.
Subito gli ha fatto eco quel Ministro scampato al cancro e sopravvissuto a Craxi, ricordate?
Sì, quel Sacconi che voleva salvare la povera Eluana, dalla voglia assassina di quel padre un tantino degenere, Peppino Englaro!?
“Ora il Paese è più moderno”, ha gridato lo Scampato.
Sì, ora il Paese è conquistato.
I lavoratori non son più lavoratori ma questuanti che ogni mattina debbono recarsi in piazza a “trovare” la giornata.
Chi ha voglia di lavorare e ha fame fatichi, i delinquenti e scansafatiche che tornino pure a casa o nelle mescite, oppure vadano al sindacato della CGIL a protestare.
I sindacati galantuomini CISL, UIL, UGL hanno accettato le condizioni.
Questi sì che hanno compreso la crisi!
L’ultimo baluardo di straccioni che accampava diritti: gli operai di Pomigliano d’Arco.
“Ma mi faccino il piacere, mi faccino!”
E non abbiamo un Totò.
Il cerchio si chiude: Casta, Cricca, Onorevoli, Senatori, Padroni, Mafiosi, Burocrati, Management.
Il NANO che li racchiude e rappresenta.
“Non siamo tutti uguali!”, grida la finta opposizione.
E le barricate?
S’è risposto con la guerra a uno stato di guerra da tempo dichiarato?
La Carta Costituzionale cattocomunista un intralcio.
Le leggi un insieme consociativo e sovversivo.
L’informazione comunista e faziosa che perseguita gli eletti dal popolo.
Giudici comunisti e assassini che vogliono sovvertire il Potere democraticamente eletto.
Pensionati troppo giovani e falsi invalidi che depauperano e affossano lo Stato.
Insegnanti scansafatiche, ignoranti e meridionali che guastano, deviano i giovani.
Statali una pletora di sfaccendati che lucra e ruba gli stipendi.
Giovani bamboccioni e sfaticati che preferiscono stare con i genitori anziché lavorare.
Continuiamo?
Serve, Opposizione di cartone?
Serve, Governati che date ancora fiducia a questi Mascalzoni, Mafiosi e Delinquenti?
Cosa debbono affermare ancora?
Cosa debbono togliervi per ricambiare con la lotta aperta e senza quartiere a questa guerra da anni dichiarata?
Ma sì!
Gli italiani non vanno governati, dominati.
Michele Cologna (s. severo 13/06/2010 20.10.37)
È guerra
È guerra.
Guerra totale.
Ogni giorno la sua croce.
Dei governanti che hanno dichiarato guerra ai governati.
Dei pezzenti molestatori al potere.
Il potere che vessa i sottoposti è condizione di sempre.
Essere afflitti però, da un potere questuante non se ne può più.
Tutti i giorni che ha creato Dio, questi pezzenti organizzati in casta intoccabile, lamentano la loro impossibilità a fare il bene comune.
Il bene pubblico che consiste nel loro potere assoluto senza Carta e Leggi.
E se le cose non vanno è perché non si dà loro il Diritto Divino a comandare.
Pezzenti che hanno elevato la miseria a dettato di vita.
Miserabili che appestano ogni cosa sulla quale pongono i loro lascivi sguardi.
Buffoni e guitti che dalla mattina alla sera si logorano a pensare come prendere per i fondelli i cittadini, per loro “gente”, cioè massa amorfa e modellabile a loro piacimento.
Ora è chiaro che questi bisogna combatterli.
Sì, combatterli!
Con tutti gli strumenti possibili e anche immaginabili.
Hanno occultato verità, vite e bisogni ed è ora che i cittadini se ne riapproprino.
Con ogni mezzo.
Spazzarli via è condizione necessaria per ogni rinascita.
La guerra chiama guerra.
Si sono appropriati del passato modificandolo ad usum delfini, hanno immesso il presente in un reality demenziale, hanno cancellato il futuro annegandolo nell’assenza di prospettiva.
È guerra al popolo che viene praticata quotidianamente e alla guerra si risponde con le armi della guerra.
Anche con l’assalto ai forni!
Il primo forno che è a portata di mano, sono i Municipi.
Poi, Province, Regioni, Governo.
Il Capo dello Stato si schiererà con i cittadini vessati?
Se sì, se ne metta alla testa!
Altrimenti che cada pure la sua.
È dichiarazione di guerra?
Sì, guerra totale!
Il dopo non potrà essere peggiore del prima.
Sveglia, popolo!
Hai da perdere solo le catene.
Natalino Pasqua
Guerra totale.
Ogni giorno la sua croce.
Dei governanti che hanno dichiarato guerra ai governati.
Dei pezzenti molestatori al potere.
Il potere che vessa i sottoposti è condizione di sempre.
Essere afflitti però, da un potere questuante non se ne può più.
Tutti i giorni che ha creato Dio, questi pezzenti organizzati in casta intoccabile, lamentano la loro impossibilità a fare il bene comune.
Il bene pubblico che consiste nel loro potere assoluto senza Carta e Leggi.
E se le cose non vanno è perché non si dà loro il Diritto Divino a comandare.
Pezzenti che hanno elevato la miseria a dettato di vita.
Miserabili che appestano ogni cosa sulla quale pongono i loro lascivi sguardi.
Buffoni e guitti che dalla mattina alla sera si logorano a pensare come prendere per i fondelli i cittadini, per loro “gente”, cioè massa amorfa e modellabile a loro piacimento.
Ora è chiaro che questi bisogna combatterli.
Sì, combatterli!
Con tutti gli strumenti possibili e anche immaginabili.
Hanno occultato verità, vite e bisogni ed è ora che i cittadini se ne riapproprino.
Con ogni mezzo.
Spazzarli via è condizione necessaria per ogni rinascita.
La guerra chiama guerra.
Si sono appropriati del passato modificandolo ad usum delfini, hanno immesso il presente in un reality demenziale, hanno cancellato il futuro annegandolo nell’assenza di prospettiva.
È guerra al popolo che viene praticata quotidianamente e alla guerra si risponde con le armi della guerra.
Anche con l’assalto ai forni!
Il primo forno che è a portata di mano, sono i Municipi.
Poi, Province, Regioni, Governo.
Il Capo dello Stato si schiererà con i cittadini vessati?
Se sì, se ne metta alla testa!
Altrimenti che cada pure la sua.
È dichiarazione di guerra?
Sì, guerra totale!
Il dopo non potrà essere peggiore del prima.
Sveglia, popolo!
Hai da perdere solo le catene.
Natalino Pasqua
mercoledì 9 giugno 2010
È in attesa…
È in attesa…
Sale il ricordo, e scale animano l’immagine.
Lei è lì, e misurando in cucchiaini di caffé l’attesa, copre la sera.
Giovinezza prorompe nelle forme la veste che apre al merletto.
Irruente lo sguardo spoglia il pensiero, e posa nel taglio l’arrivo.
mescola aroma le bocche
agita odori la carne
intrecciano baci le salive
penetrano forme il letto
turgidi s’aprono spandendo gemiti
attonita la stanza divora spogli abiti
corpi avvinghiati umide pose
bevono le fonti scarlatte la furia
Tumulto libera il silenzio e svela dei soffi l’affanno.
Distese le mani più cercano lassi i corpi.
S’accende la volta dell’impeto della battaglia.
Tace la parola e ritrova nell’assenza il senso.
Michele (s. severo 09/06/2010 12.23.16)
Sale il ricordo, e scale animano l’immagine.
Lei è lì, e misurando in cucchiaini di caffé l’attesa, copre la sera.
Giovinezza prorompe nelle forme la veste che apre al merletto.
Irruente lo sguardo spoglia il pensiero, e posa nel taglio l’arrivo.
mescola aroma le bocche
agita odori la carne
intrecciano baci le salive
penetrano forme il letto
turgidi s’aprono spandendo gemiti
attonita la stanza divora spogli abiti
corpi avvinghiati umide pose
bevono le fonti scarlatte la furia
Tumulto libera il silenzio e svela dei soffi l’affanno.
Distese le mani più cercano lassi i corpi.
S’accende la volta dell’impeto della battaglia.
Tace la parola e ritrova nell’assenza il senso.
Michele (s. severo 09/06/2010 12.23.16)
lunedì 7 giugno 2010
negro…
negro…
Gli occhi alla Mecca,
e ginocchi nella sabbia che soffia
al cielo lo sguardo spento della speranza:
ora tu riposi la sofferenza, altri lei nutre.
negro…
La favola narra…
e la madre il cammino affrancato sente,
mentre gesta di sale trasmette l’epica, e
dell’oro la parca mensa fiducia porge.
negro…
Il pingue ride,
e al figlio idiota, pasciuto di fetido apartheid,
assicura melliflue promesse: terre separate e
dominio di ferro sul barbaro terreo e apolide.
negro…
Smarrito forestiero…
che solo la morte nell’odore, hai da lasciarti
dietro, tu di strade, pensieri e terre farai tappe,
e al ghigno del grasso sostituirai il tuo magro.
Michele (s, severo 06/06/2010 12.56.32)
Gli occhi alla Mecca,
e ginocchi nella sabbia che soffia
al cielo lo sguardo spento della speranza:
ora tu riposi la sofferenza, altri lei nutre.
negro…
La favola narra…
e la madre il cammino affrancato sente,
mentre gesta di sale trasmette l’epica, e
dell’oro la parca mensa fiducia porge.
negro…
Il pingue ride,
e al figlio idiota, pasciuto di fetido apartheid,
assicura melliflue promesse: terre separate e
dominio di ferro sul barbaro terreo e apolide.
negro…
Smarrito forestiero…
che solo la morte nell’odore, hai da lasciarti
dietro, tu di strade, pensieri e terre farai tappe,
e al ghigno del grasso sostituirai il tuo magro.
Michele (s, severo 06/06/2010 12.56.32)
venerdì 4 giugno 2010
uomo stanco…
uomo stanco…
più non reggi il ritmo
le braccia cedono all’abbandono
e le gambe molli al passo
satura la mente
alla velocità s’oppone lenta
mentre sosta l’abisso l’anima
cuore smarrito
perde il battito e nell’ausculto
distorce del sentire l’umano
occhi spenti
all’assenza bruciano lo sguardo
e dell’attesa tendono l’infinito
dell’azione l’inefficacia
del pensiero la ripulsa
dell’anima la provvisorietà
del cammino l’inconsistenza
michele (s. severo 04/06/2010 18.18.45)
più non reggi il ritmo
le braccia cedono all’abbandono
e le gambe molli al passo
satura la mente
alla velocità s’oppone lenta
mentre sosta l’abisso l’anima
cuore smarrito
perde il battito e nell’ausculto
distorce del sentire l’umano
occhi spenti
all’assenza bruciano lo sguardo
e dell’attesa tendono l’infinito
dell’azione l’inefficacia
del pensiero la ripulsa
dell’anima la provvisorietà
del cammino l’inconsistenza
michele (s. severo 04/06/2010 18.18.45)
sabato 29 maggio 2010
Ossigeno…
Ossigeno…
Assente negli occhi lo sguardo,
fissità al vuoto tende la pupilla.
Del suo suono aritmico, respiro
riempie della stanza il silenzio
che ora supplica al cielo la vita.
Corpo, sacca sul letto poggiata,
fardello di vestigia d’uomo, ora
privato del tempo che fu, giace.
Mani tendono al vuoto la fatica,
e disegnati di operosa memoria,
svelano di padre annosa premura
e d’amante, che a cercare mano
dita fremono. Inerme di giorni
ceduti alla giustificazione, voci
d’indistinti articolati raccoglie e
nel nulla porge l’antico pianto.
Michele (s. severo 29/05/2010 21.15.35)
Assente negli occhi lo sguardo,
fissità al vuoto tende la pupilla.
Del suo suono aritmico, respiro
riempie della stanza il silenzio
che ora supplica al cielo la vita.
Corpo, sacca sul letto poggiata,
fardello di vestigia d’uomo, ora
privato del tempo che fu, giace.
Mani tendono al vuoto la fatica,
e disegnati di operosa memoria,
svelano di padre annosa premura
e d’amante, che a cercare mano
dita fremono. Inerme di giorni
ceduti alla giustificazione, voci
d’indistinti articolati raccoglie e
nel nulla porge l’antico pianto.
Michele (s. severo 29/05/2010 21.15.35)
giovedì 27 maggio 2010
Saggezza…
Saggezza…
La saggezza consiste nel trovare sempre continuità nella “cosa” e nella relazione con chi di essa ne fa uso?
Nel rapporto tra il dato reale e le aspirazioni di chi di esso vive?
Oppure a volte nella rottura brusca, violenta, nel troncamento della relazione?
Nella cesura tra un essere stato e un’impossibilità alla continuità?
Domanda che l’uomo normalmente non si pone perché nella continuità sta il suo essere.
La cultura, la storia, la soggettività, le aspirazioni etc.
E quando la continuità è impedimento insormontabile all’esplicazione del suo essere?
Si porta cadavere o nasce a nuova vita?
Trascina con sé il tutto con la certezza di restare schiacciato dal fardello, oppure si libera di una parte di esso?
Liberare una parte e avanzare nella continuità lasciando indietro il meno essenziale, e continuare nel viaggio costruiti?
Disfare il tutto è intraprendere un percorso nuovo con la leggerezza del nascituro?
Domande radicali.
La saggezza è ancora utile a dare risposte?
È compito della saggezza rispondere a esse, oppure dell’uomo fuori da essa?
La saggezza non è dell’uomo una costruzione?
Se sì, come di fatto è, essa presuppone un uomo costruito.
Ma non è l’uomo costruito che ci ha portato alla domanda se abbia ancora senso la qualità della saggezza.
È l’uomo costruito, quindi, che mette in crisi la saggezza e la pone nell’inefficacia.
Sta allora nell’uomo così come s’è costruito il cuore della domanda.
Che fare, dunque?
Spogliarsi della costruzione è condizione necessaria per recuperare l’uomo e con lui la saggezza.
Non potendo pensare di creare un uomo nuovo, perché non ne abbiamo la qualità, dobbiamo cercare di fare ciò che è nelle disponibilità, possibilità dell’uomo: Costruire l’Uomo Nuovo.
La costruzione presuppone un troncamento radicale con la continuità.
Nascere nuovo essere.
Distruggere ciò che si è stati.
Decretare la morte dell’uomo alienato nella sua struttura.
Praticare, cioè, la rivoluzione del sé medesimo.
La Rivoluzione rigeneratrice.
Distruggere per costruire.
Michele (s. severo 27/05/2010 10.56.12)
La saggezza consiste nel trovare sempre continuità nella “cosa” e nella relazione con chi di essa ne fa uso?
Nel rapporto tra il dato reale e le aspirazioni di chi di esso vive?
Oppure a volte nella rottura brusca, violenta, nel troncamento della relazione?
Nella cesura tra un essere stato e un’impossibilità alla continuità?
Domanda che l’uomo normalmente non si pone perché nella continuità sta il suo essere.
La cultura, la storia, la soggettività, le aspirazioni etc.
E quando la continuità è impedimento insormontabile all’esplicazione del suo essere?
Si porta cadavere o nasce a nuova vita?
Trascina con sé il tutto con la certezza di restare schiacciato dal fardello, oppure si libera di una parte di esso?
Liberare una parte e avanzare nella continuità lasciando indietro il meno essenziale, e continuare nel viaggio costruiti?
Disfare il tutto è intraprendere un percorso nuovo con la leggerezza del nascituro?
Domande radicali.
La saggezza è ancora utile a dare risposte?
È compito della saggezza rispondere a esse, oppure dell’uomo fuori da essa?
La saggezza non è dell’uomo una costruzione?
Se sì, come di fatto è, essa presuppone un uomo costruito.
Ma non è l’uomo costruito che ci ha portato alla domanda se abbia ancora senso la qualità della saggezza.
È l’uomo costruito, quindi, che mette in crisi la saggezza e la pone nell’inefficacia.
Sta allora nell’uomo così come s’è costruito il cuore della domanda.
Che fare, dunque?
Spogliarsi della costruzione è condizione necessaria per recuperare l’uomo e con lui la saggezza.
Non potendo pensare di creare un uomo nuovo, perché non ne abbiamo la qualità, dobbiamo cercare di fare ciò che è nelle disponibilità, possibilità dell’uomo: Costruire l’Uomo Nuovo.
La costruzione presuppone un troncamento radicale con la continuità.
Nascere nuovo essere.
Distruggere ciò che si è stati.
Decretare la morte dell’uomo alienato nella sua struttura.
Praticare, cioè, la rivoluzione del sé medesimo.
La Rivoluzione rigeneratrice.
Distruggere per costruire.
Michele (s. severo 27/05/2010 10.56.12)
martedì 25 maggio 2010
Preghiera…
Preghiera…
Oh Vittima!
Mia diletta, non abbandonarmi.
Sai quanto io t’ami.
Non ti ho forse dimostrato con accanimento il mio amore?
T’ho sollevato mai dall’oppressione dei miei abusi e soprusi?
Dalle mie regole?
Dimentichi, ingrato, tutti i sacrifici, le privazioni che t’ho obbligato ad affrontare per i miei privilegi?
Ora che siamo quasi alla fine, ora che mancano solo alcune cosette per privarti del tutto di ogni tua prerogativa, diritto, volontà: mi abbandoni?
Ti ho tolto tutto, averi, dignità, diritti inalienabili: l’acqua, l’aria, la libertà perfino, ora non collabori!?
Mi abbandoni!
È vero che la riconoscenza non è di questo mondo!
Ho faticato per tutto questo.
Senza soluzione di continuità, teso a raggiungere l’obiettivo del mio unico bene per far stare a te servo, di riflesso meglio, ora che mi sono logorato per questo e ho bisogno della tua ulteriore collaborazione, mi lasci?
Ingrato!
Vedi il mio polso slogato a furia di menarti fendenti!
Ascolta questo cuore piagato per l’amore che t’ha riversato!
I miei figli che ho sacrificato al tuo bene!
Sacrifici, fatica inutili se tu non mi sorreggi in quest’ultima fatica.
Abbracciami, servo!
Se muoio io, tu mi seguirai; se io mi salvo, tu ti salverai.
Pur in ruoli diversi, il destino ci ha uniti: tu a ricevere io a dare.
Credi che non sia faticoso dare frustate da mattina a sera!
Pensi che io mi diverta?
Tu provi dolore a ricevere, io tantissimo a dartele.
Usa giudizio ancora una volta, Vittima.
Salviamoci dalla catastrofe che tu con la tua resistenza a non ricevere più frustate hai creato, e poi tutto tornerà nella normalità: tu metterai la schiena e io il braccio che governa la frusta.
Come è sempre stato, e sarà.
Ama, Vittima, il tuo Carnefice.
Così sia.
Michele (s. severo 25/05/2010 9.20.01)
Oh Vittima!
Mia diletta, non abbandonarmi.
Sai quanto io t’ami.
Non ti ho forse dimostrato con accanimento il mio amore?
T’ho sollevato mai dall’oppressione dei miei abusi e soprusi?
Dalle mie regole?
Dimentichi, ingrato, tutti i sacrifici, le privazioni che t’ho obbligato ad affrontare per i miei privilegi?
Ora che siamo quasi alla fine, ora che mancano solo alcune cosette per privarti del tutto di ogni tua prerogativa, diritto, volontà: mi abbandoni?
Ti ho tolto tutto, averi, dignità, diritti inalienabili: l’acqua, l’aria, la libertà perfino, ora non collabori!?
Mi abbandoni!
È vero che la riconoscenza non è di questo mondo!
Ho faticato per tutto questo.
Senza soluzione di continuità, teso a raggiungere l’obiettivo del mio unico bene per far stare a te servo, di riflesso meglio, ora che mi sono logorato per questo e ho bisogno della tua ulteriore collaborazione, mi lasci?
Ingrato!
Vedi il mio polso slogato a furia di menarti fendenti!
Ascolta questo cuore piagato per l’amore che t’ha riversato!
I miei figli che ho sacrificato al tuo bene!
Sacrifici, fatica inutili se tu non mi sorreggi in quest’ultima fatica.
Abbracciami, servo!
Se muoio io, tu mi seguirai; se io mi salvo, tu ti salverai.
Pur in ruoli diversi, il destino ci ha uniti: tu a ricevere io a dare.
Credi che non sia faticoso dare frustate da mattina a sera!
Pensi che io mi diverta?
Tu provi dolore a ricevere, io tantissimo a dartele.
Usa giudizio ancora una volta, Vittima.
Salviamoci dalla catastrofe che tu con la tua resistenza a non ricevere più frustate hai creato, e poi tutto tornerà nella normalità: tu metterai la schiena e io il braccio che governa la frusta.
Come è sempre stato, e sarà.
Ama, Vittima, il tuo Carnefice.
Così sia.
Michele (s. severo 25/05/2010 9.20.01)
mercoledì 12 maggio 2010
piangete…
piangete…
gote della stessa mamma scolorano
al cielo e smunte parole di suono
sfocato inascoltate s’alzano a Dio
lacrimate…
immagine sazia di straziato dolore
posa le braccia che inermi pendono
alla terra ignara all’immanenza sua
osservate…
affanni di vita amara non reggono
il peso e fardelli prima impossibili
lasciare giacciono ora di sorte privi
occhi…
sguardo d’inconsapevole vuoto ruota
il nulla e rimorsi ripudiati svaniscono
il tempo che d’assente senso dissolve
michele (s. severo 12/05/2010 10.49)
gote della stessa mamma scolorano
al cielo e smunte parole di suono
sfocato inascoltate s’alzano a Dio
lacrimate…
immagine sazia di straziato dolore
posa le braccia che inermi pendono
alla terra ignara all’immanenza sua
osservate…
affanni di vita amara non reggono
il peso e fardelli prima impossibili
lasciare giacciono ora di sorte privi
occhi…
sguardo d’inconsapevole vuoto ruota
il nulla e rimorsi ripudiati svaniscono
il tempo che d’assente senso dissolve
michele (s. severo 12/05/2010 10.49)
lunedì 10 maggio 2010
Stamattina…
Stamattina…
L’aria quieta, stagna del mattino,
non smuoveva neanche i destini.
La bruma dorata e dal sole baciata,
pascolava silente, l’ignara natura.
I rintocchi, del suono il Frate,
n’espandevano il cammino.
Andavo e negli occhi il cuore,
negli orecchi lo spartito.
Le rose del trascurato giardino,
parlottavano sbarazzine.
Che riferissero all’argentei olivi,
presi, fermi ad ascoltare!?
La rossa voluttuosa le labbra dava,
alle canarine deliziose e invidiose.
Le striate chiacchierine alla mesta
cinerea: lì a rincuorare e carezzare.
Ritratto, il sole colora goccioline,
turbate e di luce innamorate.
Gargano di maestosa ombra a
troneggiare, ora dal chiaro oscurato.
Michele (s. severo 10/05/2010 11.10)
L’aria quieta, stagna del mattino,
non smuoveva neanche i destini.
La bruma dorata e dal sole baciata,
pascolava silente, l’ignara natura.
I rintocchi, del suono il Frate,
n’espandevano il cammino.
Andavo e negli occhi il cuore,
negli orecchi lo spartito.
Le rose del trascurato giardino,
parlottavano sbarazzine.
Che riferissero all’argentei olivi,
presi, fermi ad ascoltare!?
La rossa voluttuosa le labbra dava,
alle canarine deliziose e invidiose.
Le striate chiacchierine alla mesta
cinerea: lì a rincuorare e carezzare.
Ritratto, il sole colora goccioline,
turbate e di luce innamorate.
Gargano di maestosa ombra a
troneggiare, ora dal chiaro oscurato.
Michele (s. severo 10/05/2010 11.10)
martedì 4 maggio 2010
Ferma…
Ferma…
Occhi posano sul già visto lo sguardo, e di lacrime che scendono percorrono i passi.
Terreno già arato non sfiorano i piedi, che alati alla meta si portano felici.
Giorni recenti di memoria amari, ripongono nella speranza del domani il riscatto.
Ora l’orma calca antiche forme, che del padre conducono i segni e geme.
Sorriso non regge al pianto e lascia il freno:
luoghi rievocano voci e suoni non scordati…
mani assenti tendono al passaggio carezze…
tenerezze di giochi osservati richiamano nenie…
Tornano i conti delle sgambate,
e monelli ancora nudi…
del viso emaciato che di scarlatto -
incanto - offriva le grazie, alcuna ombra.
Il ritorno dolore antico che il presente non sana.
Michele (san severo 04/05/2010 9.48.59)
Occhi posano sul già visto lo sguardo, e di lacrime che scendono percorrono i passi.
Terreno già arato non sfiorano i piedi, che alati alla meta si portano felici.
Giorni recenti di memoria amari, ripongono nella speranza del domani il riscatto.
Ora l’orma calca antiche forme, che del padre conducono i segni e geme.
Sorriso non regge al pianto e lascia il freno:
luoghi rievocano voci e suoni non scordati…
mani assenti tendono al passaggio carezze…
tenerezze di giochi osservati richiamano nenie…
Tornano i conti delle sgambate,
e monelli ancora nudi…
del viso emaciato che di scarlatto -
incanto - offriva le grazie, alcuna ombra.
Il ritorno dolore antico che il presente non sana.
Michele (san severo 04/05/2010 9.48.59)
venerdì 30 aprile 2010
Il credente è un uomo in cammino…
Il credente è un uomo in cammino…
Domande che ti sei posto e ti sono state rivolte da una vita, e hai risposto sempre a una certa maniera.
Poi le stesse, e la risposta del vissuto ti sembra banale.
Non più sufficiente.
Hai bisogno di rielaborare tutto e non puoi rispondere.
Devi denudarti, spogliarti di tutto il sapere e ripartire.
Quasi a dare i primi passi, in un mondo sconosciuto.
M’è stato chiesto sei credente?
La tentazione di rispondere subito no, non sono un credente è forte.
D’altronde, come ho sempre affermato, mi viene da dire sono agnostico.
Già conscio dell’insufficienza dell’affermazione, ora non posso affermarla se non atteggiandomi con alterigia intellettuale
Mi viene da pensare che il credente - al di là dell’etimo e dell’accezione corrente - sia un uomo in cammino.
Anzi, il credente è un uomo in cammino.
Un uomo in viaggio verso l’ignoto con tutte le ansie, le paure e i pericoli, ben consapevole della sua estrema fragilità.
Un uomo che si proietta dentro un’aspirazione certamente votata alla sconfitta, ma che è una necessità.
Un desiderio di apprendimento non solo noetico, ma fisico.
Direi delle mani.
Il credente si differenzia dal fedele e dall’osservante.
Non può egli essere un uomo della certezza e dell’osservanza.
Della fede.
Hanno ruoli differenti.
Il primo è un inquieto ricercatore sempre attento, vigile, rigoroso verso ogni cosa e tutti quelli che possono aiutarlo a colmare questa inappagabile aspirazione.
Il secondo è un tranquillo obbediente, sicuro, certo della sua fede, pronto a condannare chiunque si discosti da essa.
Tanto è in movimento il credente, quanto è statico l’uomo di fede.
L’uno si nutre della necessità, l’ansia, il morso della conoscenza, l’altro della certezza dell’identico, dell’immutabilità permanente.
La vita e la morte.
Il credente praticante di un’etica in fieri e sempre in costruzione.
L’osservante, il fedele forte di una morale già costruita, forte di nessun dubbio.
Pronto a giustificare e giustificarsi, perdonare qualsiasi trasgressione alla legge a causa della imperfezione, della caducità e altre umane miserie.
Il credente affannato costruttore d’etica.
Il fedele sicuro osservante della legge.
Ma nelle leggi non si crede.
Le leggi si rispettano e basta.
Dov’è il ruolo dell’uomo nel rispetto della legge (certo qui non si contempla la legge necessaria del diritto positivo).
L’uomo non è obbedienza.
Egli è ricerca.
Sono certo che susciterà dissensi molto profondi questa mia affermazione, e forse non a torto.
Mi accarezza però questa lettura.
Il credere come un’aspirazione, un atto di volontà proteso alla ricerca.
Un desiderio del nous di conoscenza, un distendersi fisicamente verso.
Una necessità volta a raggiungere ciò che già si sa irraggiungibile.
Il credente come un titano votato alla sconfitta, che non s’arrende.
Non si piega e non impreca.
Essendo una continua aspirazione irraggiungibile, egli sa che nessuno è abilitato a parlare per lui.
Sa che gli uomini che aspirano possono come lui tendere, ma non condannare.
Ergersi a giudici imparziali.
Emettere sentenze e fabbricare dogmi in nome dell’inconoscibile.
Il credente, un ricercatore dell’anima.
Un aspirante alla Conoscenza che è Dio.
Michele (San Severo 30/04/2010 10.38.46)
Domande che ti sei posto e ti sono state rivolte da una vita, e hai risposto sempre a una certa maniera.
Poi le stesse, e la risposta del vissuto ti sembra banale.
Non più sufficiente.
Hai bisogno di rielaborare tutto e non puoi rispondere.
Devi denudarti, spogliarti di tutto il sapere e ripartire.
Quasi a dare i primi passi, in un mondo sconosciuto.
M’è stato chiesto sei credente?
La tentazione di rispondere subito no, non sono un credente è forte.
D’altronde, come ho sempre affermato, mi viene da dire sono agnostico.
Già conscio dell’insufficienza dell’affermazione, ora non posso affermarla se non atteggiandomi con alterigia intellettuale
Mi viene da pensare che il credente - al di là dell’etimo e dell’accezione corrente - sia un uomo in cammino.
Anzi, il credente è un uomo in cammino.
Un uomo in viaggio verso l’ignoto con tutte le ansie, le paure e i pericoli, ben consapevole della sua estrema fragilità.
Un uomo che si proietta dentro un’aspirazione certamente votata alla sconfitta, ma che è una necessità.
Un desiderio di apprendimento non solo noetico, ma fisico.
Direi delle mani.
Il credente si differenzia dal fedele e dall’osservante.
Non può egli essere un uomo della certezza e dell’osservanza.
Della fede.
Hanno ruoli differenti.
Il primo è un inquieto ricercatore sempre attento, vigile, rigoroso verso ogni cosa e tutti quelli che possono aiutarlo a colmare questa inappagabile aspirazione.
Il secondo è un tranquillo obbediente, sicuro, certo della sua fede, pronto a condannare chiunque si discosti da essa.
Tanto è in movimento il credente, quanto è statico l’uomo di fede.
L’uno si nutre della necessità, l’ansia, il morso della conoscenza, l’altro della certezza dell’identico, dell’immutabilità permanente.
La vita e la morte.
Il credente praticante di un’etica in fieri e sempre in costruzione.
L’osservante, il fedele forte di una morale già costruita, forte di nessun dubbio.
Pronto a giustificare e giustificarsi, perdonare qualsiasi trasgressione alla legge a causa della imperfezione, della caducità e altre umane miserie.
Il credente affannato costruttore d’etica.
Il fedele sicuro osservante della legge.
Ma nelle leggi non si crede.
Le leggi si rispettano e basta.
Dov’è il ruolo dell’uomo nel rispetto della legge (certo qui non si contempla la legge necessaria del diritto positivo).
L’uomo non è obbedienza.
Egli è ricerca.
Sono certo che susciterà dissensi molto profondi questa mia affermazione, e forse non a torto.
Mi accarezza però questa lettura.
Il credere come un’aspirazione, un atto di volontà proteso alla ricerca.
Un desiderio del nous di conoscenza, un distendersi fisicamente verso.
Una necessità volta a raggiungere ciò che già si sa irraggiungibile.
Il credente come un titano votato alla sconfitta, che non s’arrende.
Non si piega e non impreca.
Essendo una continua aspirazione irraggiungibile, egli sa che nessuno è abilitato a parlare per lui.
Sa che gli uomini che aspirano possono come lui tendere, ma non condannare.
Ergersi a giudici imparziali.
Emettere sentenze e fabbricare dogmi in nome dell’inconoscibile.
Il credente, un ricercatore dell’anima.
Un aspirante alla Conoscenza che è Dio.
Michele (San Severo 30/04/2010 10.38.46)
domenica 25 aprile 2010
cuore palpita
cuore palpita
e
nella mano
pone
il riposo che agita…
e
passione
nel tatto
consuma il possesso
michele
(domenica 25 aprile 2010)
martedì 20 aprile 2010
Mani…
Mani…
Mani nutrono il passaggio, e
carezzano dei labbri il tormento,
tenerezza schiude al piacere
e lo sguardo piega all’angolo.
Passione il petto scuote e vibra
il battito che piano illanguidisce…
e sottese ansie di paure remote
già mordono il freno e aprono…
Gemiti sussurrano disancorate
parole, che fluttuando tra pensieri
sciolti nel mare d’alcuna sintassi,
riportano suoni destinati al cielo.
Sussulti cedono quiete al corpo
che nell’estasi posa l’inerzia, e
alla catarsi affida delle braccia
l’assenza ora dalle mani spoglie.
Michele (s. severo 20/04/2010 17.50.23)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/mani/388244877479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
Mani nutrono il passaggio, e
carezzano dei labbri il tormento,
tenerezza schiude al piacere
e lo sguardo piega all’angolo.
Passione il petto scuote e vibra
il battito che piano illanguidisce…
e sottese ansie di paure remote
già mordono il freno e aprono…
Gemiti sussurrano disancorate
parole, che fluttuando tra pensieri
sciolti nel mare d’alcuna sintassi,
riportano suoni destinati al cielo.
Sussulti cedono quiete al corpo
che nell’estasi posa l’inerzia, e
alla catarsi affida delle braccia
l’assenza ora dalle mani spoglie.
Michele (s. severo 20/04/2010 17.50.23)
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giovedì 15 aprile 2010
Macerie…
Macerie…
Lingue di fuoco avvampano cieli, mari, deserti e terre.
Tuoni che sgretolano parole incise e legge.
Emissioni di fiato - articolati subdoli - consumano suoni antichi e distruggono saperi.
Terre incidono ferite mai rimarginate e pianti richiamano olocausti.
Occhi asciugati che lacrimano sale.
Canti che intonano al flauto le nenie.
Gesti d’asserviti usi che implorano aiuti.
Suppliche che vulnerano solo cuori lesi.
Piega alla pietra angolare lo sguardo, e… pingui grugniti nutrono urla e pianti.
Mani scarni di voce rotta implorano, e beffarda piega, di riso lordo porco, sazia.
Anni d’attese preghiere che già recitavano salmi a riposta salma, ignorata nicchia.
vite violate
tabù infranti
virtù profanate
pregi irrisi
Cumuli, caienna di colori e suoni, olezzando narici inappagate, giacciono.
Michele (san severo 15/04/2010 10.11.40)
Lingue di fuoco avvampano cieli, mari, deserti e terre.
Tuoni che sgretolano parole incise e legge.
Emissioni di fiato - articolati subdoli - consumano suoni antichi e distruggono saperi.
Terre incidono ferite mai rimarginate e pianti richiamano olocausti.
Occhi asciugati che lacrimano sale.
Canti che intonano al flauto le nenie.
Gesti d’asserviti usi che implorano aiuti.
Suppliche che vulnerano solo cuori lesi.
Piega alla pietra angolare lo sguardo, e… pingui grugniti nutrono urla e pianti.
Mani scarni di voce rotta implorano, e beffarda piega, di riso lordo porco, sazia.
Anni d’attese preghiere che già recitavano salmi a riposta salma, ignorata nicchia.
vite violate
tabù infranti
virtù profanate
pregi irrisi
Cumuli, caienna di colori e suoni, olezzando narici inappagate, giacciono.
Michele (san severo 15/04/2010 10.11.40)
giovedì 8 aprile 2010
Fragilità…

Fragilità…
Occhi di giovane bellezza,
osservano sguardo stanco
e al tocco, carezzando, la
commozione chiedono.
Il dolore piega gli anni e pesa.
Curve ora quelle che hanno svettato fiere,
alla bellezza cedono trattenute lacrime.
Segna cuore e mente il tempo.
Umidi di gioventù bagnati,
lisciano fragilità d’andata età,
e nello sguardo il padre, fiera
leonessa, di trascorsi cuccioli.
Piacevole, la mano fanciulla
che più non stringi, scorrere
solchi antichi di memoria viva.
Dolce è sentire le perdute forze.
Michele (s. severo 08/04/2010 9.08.36)
mercoledì 31 marzo 2010
D’occhi assenti, ti guardi…

D’occhi assenti, ti guardi…
Ti assisti disteso e non comprendi l’effigie.
Adusi gesti ti rinviano a motivi estranei.
Riso largo t’irrora immotivate lacrime.
Suoni gutturali non ti rendono il verbo.
Tu, che ora…
ridi pagliaccio
piangi guitto
plaudi stolto
gridi festante
e... contrito gioisci.
Tu…
reggendo la tela di trama sconosciuta…
stipando messe di granaglie insanguinate…
svuotando scaffali di vissuti antichi…
ripudiando la mamma, il figlio e il padre…
che forme hai, chi sei… il nome?
Michele (s. severo 31/03/2010 21.08.24)
domenica 28 marzo 2010
un tempo…

un tempo…
di storia rarefatta.
- albergo due stelle
stanza servizi all’esterno -,
lenzuola consunte
in letto dismesso.
specchiera rinvia a languida donna
- passati furiosi -
e occhi, d’antica passione persi,
il presente negano.
il tocco soffuso s’affaccia,
due braccia scarne tendono
al cappello
un viso emaciato.
silenzio spoglia i corpi
- forme cadenti, flash di beltà -,
e gesti annichiliti
ansimano piaceri simulati.
michele (s. severo 28/03/2010 9.12.33)
martedì 23 marzo 2010
Germoglio...
mercoledì 17 marzo 2010
E…

E…
Pacata sospensione dai quando mi raggiungi.
Sensi giacciono e aspirazione cessa.
Calma sopraggiunge il leggero, e segue.
Ora tutto è piano.
Niente turba e lo sguardo vede…
La mente tace e nelle brume che diradando vanno, tasta.
Nulla muove i passi e ascolta…
È assenza.
Soli, tutto è fermo.
L’ordine torna è lieve si porge…
Buio di luci assenti.
Calma di deserti luoghi.
Inesistenti presenze.
Spazi infiniti…
È pace.
Conciliazione.
Ritorno?
Ecco la domanda che ricompone l’ansia e preme.
Il Senso si riaffaccia e tormenta.
Il Niente si riprende il lasciato.
E il Nulla torna imperioso e… cessi.
È la vita?
Il cammino che riprende e cedi?
O nella prova d’assenza è il Senso?
Mia signora, tu che nell’attesa dell’assenza plachi...
raggiungi chi t’ama, a te no s’addice l’abbandono.
Michele (s. severo 17/03/2010 9.49.01)
lunedì 15 marzo 2010
L’uomo “intellige” la realtà...
L’uomo “intellige” la realtà.
L’intende, la comprende e la manifesta attraverso il linguaggio.
Del linguaggio la manifestazione più evoluta è la parola.
La parola crea istituti, situazioni, forme, leggi che caratterizzano l’uomo se non nella totalità di sé, certo nel rapporto tra il sé e l’altro sé.
Il rapporto trova la massima espressione di sé nella dialettica.
La dialettica s’afferma e crea attraverso il procedimento dialettico: tesi, antitesi e sintesi.
L’osservanza della sintesi porta alle regole che governano l’uomo.
La sintesi muta perché chi la genera: la tesi e l’antitesi, due forze in opposizione tra loro, variano in base alla percezione cangiante che l’uomo trae dall’ intelligenza che esercita sulla realtà.
Tutto ciò dà, sebbene nel continuo cambiamento, stabilità a un sistema.
Quando un sistema si rompe è perché la tesi e l’antitesi non producono più una sintesi in accettabile armonia con la realtà che l’uomo legge.
La tesi e l’antitesi nella competizione debbono scontrarsi, tentare di sopraffarsi, ma nell’ambito di una stessa percezione, la sintesi che non verrà messa in discussione da chiunque sia a prevalere.
Questa è la condizione della tenuta in vita di un sistema.
La condizione porta a regole che verranno rispettate perché ognuno, nella differente misura della propria individualità, soggettività, si sentirà da esse rappresentato, garantito, difeso.
Le regole sono rispettate non per la paura che possono incutere, ma per il rispetto che per esse si ha.
E il rispetto è proporzionale alla condivisione che si forma sulla percezione che è intelligenza della realtà.
Un sistema, quando le regole non sono più condivise, accettate, rispettate, ricorre quasi sempre alla forza per riaffermarle.
Ma proprio l’uso esagerato e improduttivo della forza è il segno più evidente del declino.
Quel sistema, quella sintesi non hanno più il cemento della condivisione nella differenza della tesi e dell’antitesi.
La realtà viene letta e interpretata in maniera molto, molto diversa.
Una tesi e un’antitesi non più conciliabili nella sintesi.
È la rottura.
Ogni rottura sfocia in barbarie.
È stato sempre così.
Abbiamo imparato qualcosa?
No!
S’avrà la capacità dell’azzardo della prima volta?
Segni non ce ne sono.
La forza produce resistenza, altra forza che regge fino a quando non raggiunge il limite.
Michele (San Severo 15/03/2010 9.54.04)
L’intende, la comprende e la manifesta attraverso il linguaggio.
Del linguaggio la manifestazione più evoluta è la parola.
La parola crea istituti, situazioni, forme, leggi che caratterizzano l’uomo se non nella totalità di sé, certo nel rapporto tra il sé e l’altro sé.
Il rapporto trova la massima espressione di sé nella dialettica.
La dialettica s’afferma e crea attraverso il procedimento dialettico: tesi, antitesi e sintesi.
L’osservanza della sintesi porta alle regole che governano l’uomo.
La sintesi muta perché chi la genera: la tesi e l’antitesi, due forze in opposizione tra loro, variano in base alla percezione cangiante che l’uomo trae dall’ intelligenza che esercita sulla realtà.
Tutto ciò dà, sebbene nel continuo cambiamento, stabilità a un sistema.
Quando un sistema si rompe è perché la tesi e l’antitesi non producono più una sintesi in accettabile armonia con la realtà che l’uomo legge.
La tesi e l’antitesi nella competizione debbono scontrarsi, tentare di sopraffarsi, ma nell’ambito di una stessa percezione, la sintesi che non verrà messa in discussione da chiunque sia a prevalere.
Questa è la condizione della tenuta in vita di un sistema.
La condizione porta a regole che verranno rispettate perché ognuno, nella differente misura della propria individualità, soggettività, si sentirà da esse rappresentato, garantito, difeso.
Le regole sono rispettate non per la paura che possono incutere, ma per il rispetto che per esse si ha.
E il rispetto è proporzionale alla condivisione che si forma sulla percezione che è intelligenza della realtà.
Un sistema, quando le regole non sono più condivise, accettate, rispettate, ricorre quasi sempre alla forza per riaffermarle.
Ma proprio l’uso esagerato e improduttivo della forza è il segno più evidente del declino.
Quel sistema, quella sintesi non hanno più il cemento della condivisione nella differenza della tesi e dell’antitesi.
La realtà viene letta e interpretata in maniera molto, molto diversa.
Una tesi e un’antitesi non più conciliabili nella sintesi.
È la rottura.
Ogni rottura sfocia in barbarie.
È stato sempre così.
Abbiamo imparato qualcosa?
No!
S’avrà la capacità dell’azzardo della prima volta?
Segni non ce ne sono.
La forza produce resistenza, altra forza che regge fino a quando non raggiunge il limite.
Michele (San Severo 15/03/2010 9.54.04)
sabato 13 marzo 2010
Semplicità...

La bellezza non è un’aseità.
Non è in sé.
Non sussiste per sé stessa.
Se così non fosse avremmo un’idea fissa d’essa, e ogni aspirazione di bello dovrebbe esserle assoggettata.
Ringraziando il cielo questo ci è stato risparmiato, se non da alcune culture religiose e animistiche, per le quali la bellezza è il prototipo che venerano.
Propongono.
Anche quella cristiana, in verità, pone nella luce, nella perfezione la bellezza, mettendo il buio nel peccato e il difforme e deforme nelle mani del male.
Togliendo così al buio e all’imperfezione il loro fascino.
La bellezza.
Ho affermato tante volte e mi ripeto, che “la bellezza è una costruzione in fieri”.
Non ho cambiato idea ed è difficile che un pensiero libero possa distogliere lo sguardo dalla ricerca della bellezza.
Affermato ciò, bisogna dire che alcune cose conservano, quasi custodiscono il segreto della bellezza che viene riscontrato dai più e nei vari periodi storici.
Una, se non la principale, è la Semplicità.
Celebrata nel tempo da ogni cultura…
Cercata in potenza nelle più disparate forme…
Osservata nelle situazioni accidentali, occasionali…
Praticata in manifestazioni non manierate, stilizzate…
Verificata in contesti degradati e persi a ogni elevazione…
La semplicità, trovando sempre riscontro nel gusto e nel tempo, è una condizione necessaria della bellezza.
Possiamo allora affermare senza tema, che non la bellezza che è una costruzione a sussistere di sé, ma la semplicità.
Ella, variando in potenza e in atto, insinuandosi nei contesti più disparati, degradati o eccelsi, manifestandosi nelle condizioni meno costruite, è un in sé.
È quell’aseità condicio sine qua non, condizione necessaria e indispensabile senza la quale non può verificarsi e quindi riscontrarsi l’essenza della bellezza.
Certo, seppur l’elemento fondante, è una sola componente della bellezza.
Altri e altri ce ne sono e dipendono da cosa noi cerchiamo nell’osservazione, ma della semplicità non possiamo farne a meno.
Prescinderne.
Non c’è bellezza senza.
Una donna giovane, ammaliante, irresistibile…
Fornita di ogni archetipo del gusto, del consumo, del topos…
Accenderà ogni desiderio, tutte le passioni…
Farà commettere pazzie…
Ma se non conterrà in sé l’essenza della semplicità, sarà ogni cosa ma non potrà mai essere definita “una bellezza”.
Non faccio il critico, e non voglio fare esempi, cerco solo di penetrare col pensiero la realtà che osservo.
Ma se ne potrebbero riportare di casi a conferma.
La semplicità, allora, della bellezza la condizione prima.
Semplicità “caput anguli” della Bellezza.
Una donna, la semplicità, pietra angolare della bellezza, altra donna.
Meraviglioso femminile…
E se è vero che la Semplicità e la Bellezza sono caratteristiche del divino, la donna del divino ne è l’interprete più autentica.
Questa nota alla semplicità, alla bellezza e alle donne...
Inchino il mio sentire.
Michele (s. severo 13/03/2010 15.35.21)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/semplicit%C3%A0/365322227479/
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giovedì 11 marzo 2010
Vuoto…
Vuoto…
Tempo sospeso non regge il vuoto.
Spossatezza d’assenza che non copre.
Pensiero d’immagini prive.
Sequenze annullate.
Tumulti tumultuanti senza nessi.
Sconnesse emozioni di sprazzi offuscati.
Figure deambulanti, brume senz’orme.
Concetti sapienti d’inutili logiche.
Affastellate rovine d’una mente delirante.
Assassinii multipli di sentire grunge.
Sangue aggrumato di storia negletta.
Grida scandite percuotono l’udito.
Bocche deformi alitano posture.
Appestanti minuetti di gerontocrati fetidi.
Giovani visi sgualciti di viscido pallore.
Sforacchiate vesti di consunte viltà.
Michele (s. severo 11/03/2010 20.22.46)
Tempo sospeso non regge il vuoto.
Spossatezza d’assenza che non copre.
Pensiero d’immagini prive.
Sequenze annullate.
Tumulti tumultuanti senza nessi.
Sconnesse emozioni di sprazzi offuscati.
Figure deambulanti, brume senz’orme.
Concetti sapienti d’inutili logiche.
Affastellate rovine d’una mente delirante.
Assassinii multipli di sentire grunge.
Sangue aggrumato di storia negletta.
Grida scandite percuotono l’udito.
Bocche deformi alitano posture.
Appestanti minuetti di gerontocrati fetidi.
Giovani visi sgualciti di viscido pallore.
Sforacchiate vesti di consunte viltà.
Michele (s. severo 11/03/2010 20.22.46)
lunedì 8 marzo 2010
Perché…
Perché…
Mentre stagno e nei veleni macero…
di te nutro il soccorso, e alla tua la mia tendo.
- Istruita è la mano che nelle corde pizzica il suono,
e del mistero… alto nel mio risuona il canto. -
Ti cerco e la mano non afferro…
Posso sì, è vero!
Eccola, prendila…
Solo tua, tua è la mia!
Ma so che nutrirei di delusione l’attesa, e pavido…
lascio morire nello slancio il cuore e pianto.
Il tuo nome invoco.
La tua voce anelo.
Bocca mistica ardo…
Passione aspergo…
Dalla tua fonte attingo forza, e cresce…
Cresce e trattiene nel desiderio il respiro…
e la volontà cede.
Nel tuo dolore rimbomba il mio e il passo appaio…
Precipito e l’illusione sgombra il cammino.
Destino di bellezza cinto è il mio...
Michele (s. severo 08/03/2010 19.45.57)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/perch%C3%A9/352800572479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
Mentre stagno e nei veleni macero…
di te nutro il soccorso, e alla tua la mia tendo.
- Istruita è la mano che nelle corde pizzica il suono,
e del mistero… alto nel mio risuona il canto. -
Ti cerco e la mano non afferro…
Posso sì, è vero!
Eccola, prendila…
Solo tua, tua è la mia!
Ma so che nutrirei di delusione l’attesa, e pavido…
lascio morire nello slancio il cuore e pianto.
Il tuo nome invoco.
La tua voce anelo.
Bocca mistica ardo…
Passione aspergo…
Dalla tua fonte attingo forza, e cresce…
Cresce e trattiene nel desiderio il respiro…
e la volontà cede.
Nel tuo dolore rimbomba il mio e il passo appaio…
Precipito e l’illusione sgombra il cammino.
Destino di bellezza cinto è il mio...
Michele (s. severo 08/03/2010 19.45.57)
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venerdì 5 marzo 2010
Noi che c'entriamo...
Signori della Banda, sì voi!
Voi che avete appesantito la vita…
L’avete resa insopportabile per asfissia di prospettiva.
Di futuro.
Sgombrate i muri, i monitor, gli occhi di coloro che a causa vostra hanno da patire, dei vostri pingui faccioni.
Tacete, lasciate che gli orecchi scordino i sinistri articolati dei vostri scomposti suoni.
Zittite!
Risparmiate l’ingiuria a quell’esile velo che di precaria decenza ancor copre la mente di chi subisce la vostra quotidiana azione di demolizione.
Non per pietà, ma per conservazione.
Ci s’accorge quasi mai prima, del piede che precipita.
Ridete!
Sì, recitate!
Ancora, continuate…
Noi che c’entriamo?
Cosa c’entro io con voi?
Signori che avete fatto dell’Italia bordello, che volete da me?
Uomini che occupate gli scanni che il sangue dei martiri ha donato a me, che fate lì col petto in su a pavoneggiarvi?
Voi che del niente siete portatori, se non degli italiani affamatori e corruttori, pensate che qualcuno vi creda davvero?
Solo il bisogno - da voi reso infame - di coloro che avete assoggettato vi tiene in quel posto ancora per poco assisi!
La “gente”, quella della quale il fetido vostro alitare emette suoni, è violenta tanto quanto la vostra dappocaggine belluina.
Ve ne accorgerete tra poco, a prebende prosciugate, di cosa sarà capace la vostra “gente”.
Clienti, pezzenti.
Similes cum similibus…
I cittadini no!
Son altro e non tendono la mano.
Vi guardano dall’alto in basso a voi che per quanto impettiti, portate alito di sudditi-servi…
Livrea consunta di simili anni passati e bruciati.
Rogo e sputi a breve.
Esuli di libertà?
Trincerarvi ancora per poco potete dietro un legiferare che a manico d’ombrello girate e rigirate a piacimento.
Figuri che dell’uomo ogni sapore avete smarrito, e in Casta - ritrovandovi - vi siete riconosciuti, avete a voi davanti giorni assai pochi.
Ridete, ballate, stupratevi ancora “gentiluomini” di fede e di basso impero.
Infimi in mente, animo e cuore…
Dignità zero.
Elevazione nessuna.
E voi servitori nani, ballerini zoppi, eunuchi che dell’informazione avete fatto mescita per beoti, a chi passerete il vostro amaro calice?
Signori pariah, perché tale siete per infima vostra condizione, siete all’ultima festa.
Non sentite la musica che stride d’acciai e preghiere?
Sappiamo che cerume, ovatta e belletto v’hanno obnubilato mente, cuore e sensi…, ma l’impietosa pietas avanza, e travolge, stupra, annichilisce la pietà.
Voi che dell’ignoranza alzate fiero vessillo, certo non sapete del nuovo calendario e chissà che non sia giunta l’ora!?
Segni ce ne sono e tanti…
Sì, solo l’impunita arroganza vi ottenebra la vista.
Michele (san severo 06/03/2010 7.58.52)
Voi che avete appesantito la vita…
L’avete resa insopportabile per asfissia di prospettiva.
Di futuro.
Sgombrate i muri, i monitor, gli occhi di coloro che a causa vostra hanno da patire, dei vostri pingui faccioni.
Tacete, lasciate che gli orecchi scordino i sinistri articolati dei vostri scomposti suoni.
Zittite!
Risparmiate l’ingiuria a quell’esile velo che di precaria decenza ancor copre la mente di chi subisce la vostra quotidiana azione di demolizione.
Non per pietà, ma per conservazione.
Ci s’accorge quasi mai prima, del piede che precipita.
Ridete!
Sì, recitate!
Ancora, continuate…
Noi che c’entriamo?
Cosa c’entro io con voi?
Signori che avete fatto dell’Italia bordello, che volete da me?
Uomini che occupate gli scanni che il sangue dei martiri ha donato a me, che fate lì col petto in su a pavoneggiarvi?
Voi che del niente siete portatori, se non degli italiani affamatori e corruttori, pensate che qualcuno vi creda davvero?
Solo il bisogno - da voi reso infame - di coloro che avete assoggettato vi tiene in quel posto ancora per poco assisi!
La “gente”, quella della quale il fetido vostro alitare emette suoni, è violenta tanto quanto la vostra dappocaggine belluina.
Ve ne accorgerete tra poco, a prebende prosciugate, di cosa sarà capace la vostra “gente”.
Clienti, pezzenti.
Similes cum similibus…
I cittadini no!
Son altro e non tendono la mano.
Vi guardano dall’alto in basso a voi che per quanto impettiti, portate alito di sudditi-servi…
Livrea consunta di simili anni passati e bruciati.
Rogo e sputi a breve.
Esuli di libertà?
Trincerarvi ancora per poco potete dietro un legiferare che a manico d’ombrello girate e rigirate a piacimento.
Figuri che dell’uomo ogni sapore avete smarrito, e in Casta - ritrovandovi - vi siete riconosciuti, avete a voi davanti giorni assai pochi.
Ridete, ballate, stupratevi ancora “gentiluomini” di fede e di basso impero.
Infimi in mente, animo e cuore…
Dignità zero.
Elevazione nessuna.
E voi servitori nani, ballerini zoppi, eunuchi che dell’informazione avete fatto mescita per beoti, a chi passerete il vostro amaro calice?
Signori pariah, perché tale siete per infima vostra condizione, siete all’ultima festa.
Non sentite la musica che stride d’acciai e preghiere?
Sappiamo che cerume, ovatta e belletto v’hanno obnubilato mente, cuore e sensi…, ma l’impietosa pietas avanza, e travolge, stupra, annichilisce la pietà.
Voi che dell’ignoranza alzate fiero vessillo, certo non sapete del nuovo calendario e chissà che non sia giunta l’ora!?
Segni ce ne sono e tanti…
Sì, solo l’impunita arroganza vi ottenebra la vista.
Michele (san severo 06/03/2010 7.58.52)
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