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mercoledì 5 febbraio 2020

Domenica 18 agosto 2019, XX del Tempo Ordinario

Domenica 18 agosto 2019, XX del Tempo Ordinario

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Parola del Signore

Amore è libertà.
La libertà non contempla legge alcuna.
Responsabilità e giudizio.
Etica.
La formazione alla libertà non può essere un’imposizione.
Solo una libera scelta.
Tutt’al più un suggerimento.
Ecco Gesù di Nazareth!
Non modifica la Legge e non dà ordini.
Suggerisce.
Ha compreso che Dio è Libertà.
Perché Colui che Genera, può solo nella Libertà dell’Amore.
Nessuno è, diventa padre per imposizione.
Per scelta e amore.
Altrimenti può essere un affidatario.
Un tutore buono o cattivo, ma mai padre.
E se Dio ha generato l’Uomo, è necessariamente un Padre che ha esplicato l’azione solo nell’Amore e non nella Legge.
La Legge può continuare la sua azione, ma solo come monito, suggerimento, invito …
Questo Lui ha intuito e porta da Maestro qual è, la Parola.
Quella che crea e distrugge.
Opera unione e divisione.
Odio e Amore.
Dopo la sua intuizione di Figlio di Dio, niente più sarà ciò che era.
Alcun obbligo se non la responsabilità nella consapevolezza e l’amore.
Gesù di Nazareth prende nella sua Parola l’uomo in fasce, bambino e lo restituisce a se stesso adulto e libero.
Se non si comprende ciò, niente si comprende dell’uomo che ha dato Volto Nuovo all’Uomo e a Dio.
Ha restituito al mondo l’antica libertà del perduto.
L’Eden della Promessa.
Grazie, grazie, grazie.
Alle amiche e gli amici, ai lettori tutti.

Michele Cologna
San Severo, sabato 17 agosto 2019
08:56:36

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domenica 2 febbraio 2020

La libertà

La libertà
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La foglia che cade dall’albero.
Quel tragitto!
Sembra che Ella non abbia atteso che quello.
Plana.
Si gode quel tratto per il quale ha subito di tutto:
vento …
acqua …
freddo …
sole …
Tutto, e lei li immobile senza speranza e protezione.
A subire.
L’autunno e nei colori accende la speranza …
Sta per giungere e conta.
Conta i giorni, le ore, i minuti, gli attimi.
Finalmente giunge e il distacco non è dolore.
È sollievo e quel tragitto così breve, per lei è lungo quanto l’esistenza.
L’aspettava.
Ora scende altalenando e plana.
La terra ad attenderla e la vertigine …
Ora sì, la libertà.
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Michele Cologna
San severo, lunedì 20 gennaio 2020
10:22:06
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Copyright© 2020 Michele Cologna
diritti e riproduzione anche parziali
riservati

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martedì 27 luglio 2010

La libertà…

La libertà…

Una frase lasciata lì ed è direttiva di vita.
Ho avuto la fortuna di una grande frequentazione.
Per pochissimo tempo, è vero.
Le intensità però non le misura il tempo, fortunatamente.
Giovane impegnato politicamente e alla ricerca di un ruolo, mi sono imbattuto per condivisione dello stesso amore: i libri, nel grande Nino Casiglio.
Scrittore e vincitore di parecchi premi, intellettuale, professore, uomo di cultura sterminata, pensiero gentile: socialista.
Ci piacemmo e mi gratificò della sua amicizia.
Si discuteva di molte cose e in particolare di Politica – attenzione alla maiuscola – e certo non di quella praticata.
Il mio cruccio, il rovello tra l’impegno organico alla politica, al partito il PCI e l’appartenenza ma disorganica.
Lo scrittore - il Verga pugliese - s’era per un breve periodo affacciato alla politica e aveva ricoperto anche la carica di sindaco della mia città San Severo.
Dopo appena tre mesi, e senza dare mai spiegazioni, si dimise e non praticò più la politica attiva.
Con tormento vero e forse per apparire più di tanto e quanto sapessi, lanciai al mio mentore la frase: “Professore, hanno fatto scappare lei, figuriamoci se non si fagocitano uno come me”.
Si rivolse a me e fissandomi con gli occhi spenti – era quasi cieco – disse: “No, figlio mio! Chi te l’ha dette queste scemenze. Nessuno m’ha fatto scappare o cacciato, me ne sono andato io. Solo mia è stata la decisione”.
Rimasi spiazzato e con l’ingenuità giovane gli chiesi il perché.
“Ma come, figlio mio, non ti è chiaro? Se fossi restato ancora un poco con Loro, avrei incominciato a pensare come loro.”
Una breve pausa, “Chi lavora col pensiero per mantenere la propria integrità deve appartenere, non può schierarsi. La militanza è la morte del pensiero libero”.
La passione politica era forte e cercai di conciliare le due cose.
Impossibile.
Quando per loro la misura fu colma, mi invitarono all’organicità del ruolo oppure a trarre le conclusioni.
Me ne andai mantenendo l’appartenenza, però.
È questo per loro fu tormento.
La lezione la praticai in ogni mia attività.
Non mi fruttò mai salario, l’estraneità e solo questa è stato sempre il compenso.
Nei giornali per i quali ho scritto come in ogni mio ruolo.
Non sono mai stato accettato se non per necessità.
Alla prima occasione fuori.
Chiedo scusa se ho parlato di un tratto della mia vita, solo per ricordare prima a me che la libertà di pensiero è la condizione prima dell’essere e poi, per fare bene qualsiasi attività.
La libertà si può e dev’essere mantenuta anche nell’appartenenza.
I giornalisti, fatte delle pochissime eccezioni, l’hanno mai praticata?
I politici?
I cittadini?
Non è il gregarismo, lo spirito gregario degli italiani il male di questo Paese?
E non parte da questo modo d’essere la questione morale che mai ha abbandonato gli italiani e l’Italia?
Leggere i giornali e seguire l’informazione tutta oggi, finisci per omologarti.
Non comprendi più la realtà.
Entri nel sistema militante della chiacchiera, del pettegolezzo, della guerra delle caste contrapposte, e delle faide all’interne d’esse.
La politica identico discorso.
Non c’è differenza tra i partiti sono tutti simili, avvitati su se stessi, fuori dalla realtà e dalla verità.
L’unica è quella dell’interesse proprio.
Il paese i cittadini sono strumentali alla funzione loro.
Non esistono se non nella dimensione del proprio tornaconto.
Dei giornalisti freelance, facendo il loro lavoro, hanno scovato e resi pubblici la documentazione segreta sulla guerra sporca afgana.
Certo non erano italiani, non sarebbe mai accaduto.
Assisteremo mai a qualcosa di simile nel giornalismo italiano?
E nella politica?
Nella popolazione?
Il sapore della dignità, del riscatto?
La pratica della libertà che è vita?


Michele (san severo 27/07/2010 20.14.37)

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martedì 10 febbraio 2009

Ho il cuore che sanguina stamattina

Ho il cuore che sanguina stamattina.

E quando il cuore sanguina, le ferite che una vita già lunga di sessant’anni ti ha inferto tornano a ruttare sangue.
Dolore.
E la vita ti fa male.
Ti duole come un lutto al presente.
Pure le ferite che credevi cicatrizzate si riaprono e…
Ho amato mia suocera come ho amato mia madre.
Una grande donna. Una dignità infinita. Parsimonia e generosità. Rigore.
Compostezza e misura.
Una persona speciale che solo quando hai avuto la fortuna di conoscere ne comprendi il valore: la portata.
Era il 1982, mia moglie mi disse che la mamma non si sentiva molto bene e, contro il parere delle figlie, non voleva chiamare il medico per farsi visitare.
Sapendo che mia suocera mi teneva in considerazione, mi recai a casa a farle visita, e fingendo di non sapere nulla, poiché stava a letto le chiesi: “Mammà cosa è successo? Non ti senti bene?”.
“No, Michele, sto bene! Non preoccuparti.”
“Come stai bene e ti trovo nel letto!? Che ti senti?”
“Niente, figlio mio! Niente!”
Mi avvicinai al letto, le presi la mano: “Mammà, dimmi, perché fai così!”.
“Quelle – riferito alle figlie – non si fanno mai i fatti loro.”
“Mammà, se non ti senti bene, questi sono anche fatti nostri!”
Era il suo viso tutto chiazzato di rosso. Mi resi conto che non era un malanno da poco e visibilmente commosso, le dissi: “Mammà, ti prego, dimmi cos’hai!”.
Apro una parentesi per dire che l’appellativo di mammà con il quale a lei mi rivolgevo mi riempiva di gioia.
Mi faceva sentire parte di lei.
Dava al bene che per lei veramente sentivo quella valenza di amore filiale.
Le parole sono realtà, fatti, cose. E la parola mammà mi donava quell’appartenenza che non avrei mai raggiunto se non l’avessi usata.
Ho faticato tanto all’inizio perché non riuscivo a pronunziarla, ma poi, quando finalmente ci sono riuscito, mi ha ripagato con un sentimento di soddisfazione e di comunione infinita.
Quanto ha significato quella parola nelle crisi che ogni matrimonio - anche il più riuscito – affronta, deve fronteggiare!
Ti lega indissolubilmente!
Chiusa parentesi.
“Sono un po’ di giorni che non riesco ad urinare. Ti prego, Michele, voglio morire nel mio letto. Non portatemi all’ospedale.”
“Ma, mammà, sei giovane ancora – aveva 69 anni - perché pensi che devi morire? Ti supplico, fatti portare in ospedale!”
“No, se entro in ospedale non uscirò viva!”
Con le lacrime agli occhi, come ora che ne scrivo, “Mammà, vedrai che non sarà come pensi tu. Se le cose si complicheranno, però, ti giuro che ti porterò a casa. Mai ti farò morire in ospedale”.
“Michele, tu non sei come gli altri generi, di te mi fido: se me lo prometti…”.
“Te lo giuro, mammà!”
Entrata nell’ospedale della mia città – in quel periodo a me del tutto sconosciuto: una struttura funzionale solo agli operatori che ivi stazionano; un nosocomio che si giustifica solo per elargire stipendi e far crescere la spesa pubblica – viene messa in isolamento.
Una massa d’incompetenti che brancolava nel buoi più nero. Nonostante tu facessi notare loro che, essendo inibita la minzione, poteva semplicemente trattarsi di un blocco renale: non era possibile! Certamente era un’infezione.
Per un po’ di giorni le munsero sangue come latte ad una vaccina fino alla minaccia di rivolgermi ai carabinieri se non mi avessero detto la diagnosi.
Non lo sapevano e all’indomani l’avrebbero trasferita a Foggia.
Le cose precipitarono e venne portata la notte stessa all’ospedale “Davanzo” di Foggia. La mattina seguente qui la trovammo intubata e in rianimazione.
Nessun permesso d’entrare.
Attesa per sapere: “Complicanze polmonari a seguito di blocco renale.”.
Dopo alcuni giorni mi diedero il permesso d’entrare.
Coperta da un lenzuolo bianco, le spalle e le braccia scoperte, gli occhi chiusi, un respiro faticoso, era bellissima.
“Mammà!”
Le carezzai il volto, le toccai il braccio, “Mamma, sono Michele, mi senti!”.
Si aprirono gli occhi e uno sguardo mi fulminò.
Lo sento addosso ancora oggi come una frustata.
“Mammà, non è colpa mia! Credimi.”
Non aprì più gli occhi, annuì con la testa.
Avevo tradito la sua fiducia.
Appena fuori mi recai dal primario per chiedergli di potermi portare a casa mia suocera.
Farla morire nel suo letto.
Era una promessa.
Fino a quando le condizioni erano quelle, egli non aveva nessuna possibilità di farmela portare. Se fossero peggiorate, si impegnava ad avvertirmi in tempo per farla morire a casa.
Passò qualche settimana, giunse l’inutile telefonata.
Ci precipitammo con l’autoambulanza e come ladri frettolosi ce la portammo via.
Non ce la fece a raggiungere casa sua.
Spirò per strada.
Non le venne concesso di morire nel suo letto.
Non mi fu dato di rispettare l’impegno assunto.

Michele Cologna
San Severo, 10 febbraio 2009

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