martedì 31 marzo 2020

Se avessi …


Se avessi …

Se avessi una visione escatologica della vita.
Se dessi a lei questo senso.
Direi ben arrivato Coronavirus.
Accomodati.
Metti un po’ d’ordine in questo bailamme.
Gli suggerirei di riscattare tanti.
Come Angelo vendicatore chi non ha niente.
Non ha avuto nulla.
Coloro che hanno avuto solo la vita e poi …
Dimenticati.
Abbandonati.
Usati.
Derisi, vilipesi, ignorati.
Da Dio e gli uomini.
Anche coloro che si sono persi.
Impari alla lotta.
Puniti e non sai perché e da chi.
Ostile tutto e alcun polso il loro.
Quelli che suscitano il ribrezzo del sensato.
Il “cicero”.
Quello sì, ma io …
L’esteta de la morale beduina.
Il perbene schifiltoso con il puzzo al naso.
Per nascita e condizione, fortuna e malaffare.
Uomini per caso, lista infinita.
Ma vedo che il signor Virus è nella scia.
Sembra che punisca tutti e sia equanime.
Falso.
È selettivo come la vita e salva i salvati.
Con le lacrime e mi sovviene Lui.
Primo Levi che aveva imparato dalla camminata.
Gli utenti del Lager e appena arrivati li catalogava.
Musulmani e Salvati.
Piangeva da vecchio a questo bruto esercizio.
Aveva salvato anche lui e ne sentiva il peso.
Quel grave …
Sì, quello che lo trascina giù nel volo cercato.
Della specie umana anche Tu e non Angelo.
E continui …

Michele Cologna
San Severo, mercoledì 1 aprile 2020
07:55:44

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sabato 28 marzo 2020

E non era tempo di coronavirus


E non era tempo di coronavirus

Un amico.
Veramente amico acquisito perché di un altro mio più stretto.
Questi biascicava qualcosa quando la mano alzava al saluto dell’occasionale incontro.
Da lontano e con la mano una smorfia di sorriso.
Si passeggiava insieme e più di una volta.
Posi attenzione alla parola biascicata e mi sembrò di capire.
No, non era possibile.
Avevo ben sentito e chiesi, mi confermò sorridendo.
“Antonio, quando m’incontri non salutarmi, perché prima del tuo saluto, io già ti ho mandato a fare in culo.”
Sorrise divertito, io no, e applicai il proposito.
Il più delle volte evitandolo, fingendo di non vederlo.

***
Ottima difesa fingere di non vedere.
Largamente praticato.
Si dà il caso però, che la finzione è tollerabile una volta, due, tre.
Se si continua o si passa per tondi o per sfottenti.
Né l’uno, né l’altro.
Non saluti e basta.
A testa alta e faccia tosta.
Così ognuno dirà la sua, ma non te ne frega un accidenti.

***
È vero, siamo in tempo di coronavirus.
Le preoccupazioni.
Il dolore.
La paura per sé e quella che più scava, penetra, distrugge, dei propri cari.
Mille pensieri, perché anche punito e da morto sei letale per gli affetti.
Come Pietro devi rinnegare Gesù.
Ti sconvolge tutto e la vita sembra, sia diventata insopportabile.
Sia a pensarti morto tu, non sia mai i tuoi affetti e ti manca l’aria.

***
Gli immunologi ci avvertono, “Un sistema immunitario stressato, è più vulnerabile al virus”.
Dobbiamo fare vita come sempre e in più come i bambini allenare la fantasia.
Uscire fuori dal reale e nell’immaginifico operare.
Passi in rassegna le foto: dei miei nipoti e figli, genitori e cari che non ci sono più e li sorridi, ci parli.
Fai ragionamenti e ti viene da pensare, “beati loro, sono andati via tra gli affetti e la mano nella mano del congiunto”.
Le lacrime che sanano, anche chi sta per lasciarci.
Stava per lasciare il mondo, mio nonno Michele.
Tutti i figli intorno, li guardò e chiese di Leonardo mio padre.
Ammutoliti e il coraggio dell’intelligenza di mia zia Soccorsa che gli sussurrò, “Papà, Leonardo lo trovi già dove stai andando”.
Scese la lacrima e bagnò il Padre.
Girò la testa nonno Michele e se ne andò.
Chissà con quale speranza!
Nessuno lo saprà mai, ma possiamo fantasticare.

***
Continuo a scrivere è il mio modo di vivere.
Non alzo la mano al saluto e biascico parola.
La finzione non mi abita e non ignoro nessuno.
Rispondo al saluto di tutti.
A chi finge di non vedermi anche …
Il coronavirus ci vieta nei gesti, contatti fisici, non nella voce.
L’unica che ci resta e copre distanze.
Per non essere inopportuno coinvolgerò solo i miei cari e ogni scritto sarà solo a loro saluto.
Ma mai maleducato io con nessuno.
Grazie, grazie, grazie e a tutti, attenzione.
Rispettiamo rigorosamente i suggerimenti di coloro che sanno più di noi.
I competenti.
Un pensiero che stringe il cuore a chi è andato via.
Di più ai sanitari e tutti coloro che in prima fila tentano l’argine.
Noi ci affidiamo e fidiamo.

Michele Cologna
San Severo, sabato 28 marzo 2020
08:30:42

Ps
La foto con la mia nipotina è un po’ datata.
È del Natale 2010 e Monica è signorina e quest’anno fa la Maturità.
Io sono di dieci anni più vecchio.
Quei pollici alzati, il mio e il suo, sono beneauguranti dicono a tutti “ce la faremo”.
Mi sembra calzante e opportuna.
Grazie.




venerdì 27 marzo 2020

Domenica 29 marzo 2020, V di Quaresima (anno A)


Domenica 29 marzo 2020, V di Quaresima (anno A)

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Parola del Signore

L’Uomo e la Morte.
L’uomo davanti alla morte e ne riscopre la portata.
Non la comprende e quando il barlume non l’accetta.
Impossibile.
I morti disseminati lungo la “strada” del deserto senza scarpe.
Quelli ai bordi delle strade al fiuto dei cani dopo la pulizia etnica.
Dei bimbi per fame, sete, malattie.
Delle guerre fratricide continue e perenni.
I  corpi nelle acque del Mediterraneo.
Le bare allineate senza storia e nome.
L’esercito in camionette a trasportarne.
Destinazione sconosciuta.
E tutte le Marta e le Maria?
Figli, sorelle, fratelli, genitori, mamme, padri, nonni?
Dio?
La Morte si prende Lazzaro.
Non c’è miracolo.
Gesù e non c’è Amore a tenergli la mano.
No a Maria ai piedi della Croce.
Alcuna voce a dire:
“Ecco tuo Figlio”;
“Ecco tua Madre”.
Orfano ora lui.
Lui che ha vestito l’assoluto.
Nascerà all’Amore?
Ma ora è tempo di morte.
Quella dimentica.

Michele Cologna
San Severo, venerdì 27 marzo 2020
19:22:04





giovedì 26 marzo 2020

L’offeso e l’offesa …


L’offeso e l’offesa …

Giornataccia, quella di ieri.
Nera, buia nei pensieri.
Scuro il pensiero e non trovavano luce le parole.
Perché?
Sto facendo la vita che ho scelto da quasi vent’anni.
Sì!
Io non ho avuto bisogno nel coronavirus per mettermi in quarantena.
Ci sto serenamente e se fossi superficiale di cervello direi felicemente da tanti anni.
Allora?
Ho pensato, pensato e ho trovato la ragione.
Sono offeso e l’offesa è all’uomo.
All’uomo e poi anch’io sono uomo.
La paura?
Ragionevole come penso tutti e ho sempre saputo che si muore.
Ho scritto sulla stupidità d’avere bandito dalla vita la morte.
Non è paura sebbene il tarlo.
Perché sono vecchio e non posso più lavorare, non ce la faccio proprio, e sono costretto per mangiare a recarmi a fare la spesa.
Naturale, ha risposto mia moglie!
Voi lo stesso, penso.
Ho rimproverato a mia moglie di non avere memoria, anche a voi.
Sbalordiva la mia edicolante, Anna Chiaromonte, precocemente scomparsa, per la mia.
Non dimentico nulla, e le cose insignificanti mi tormentano.
Le ho ricordato che una volta e io fanciullo, non si faceva la spesa.
Questa era evento per accadimenti e non per il quotidiano.
Subito mia moglie, “per voi che stavate nella ricchezza!”.
Il suo papà, sfortunato e morto giovane, era bracciante agricolo e sulla miseria del salario doveva campare sei figlie femmine e la moglie.
Come reduce di guerra gli era stata assegnata mezza versura di terreno che aveva trasformato a vigneto.
Quel salvadanaio era per maritare le figlie.
La farina gliela dava l’altra mezza versura coltivata a grano che con smisurati sacrifici era riuscito ad acquistare.
Aveva il pane e la pasta.
Sua moglie e le sue figlie contro ogni carestia avevano di che sfamarsi.
Abitava in città perché la locomozione era a piedi o la bicicletta e doveva recarsi a casa del proprio datore di lavoro ogni mattina, ma la sua dimora del giorno era la campagna.
Smetteva la lunga giornata da salariato e si recava nella sua a lavorare da padrone.
A bocca aperta e senza risposta mia moglie, se non, “erano altri tempi”
Ebbene questo è un altro tempo.
Per completare, non ancora in età scolastica e mio padre alcune volte mi portava con sé.
Dopo il ’53 con la macchina, ma prima con lo “sciarabà”, calesse leggero balestrato trainato da cavallo trottatore, e in questo tragitto una festa.
La campagna abitata e donne e bambini e li conosceva tutti mio padre che per nome reclutava la mano d’opera necessaria per la sua campagna.
Non faceva la spesa quotidiana solo il benestante, ma nessuno se non gli “stipendiati”, tipo gli insegnati e i dipendenti pubblici che subivano l’umiliazione della “carta gialla” sulla quale l’esercente appuntava il comprato.
Si pagava alla riscossione della mensilità.
Il ricordo del bambino che arriva di corsa nel genere alimentari e per non dimenticare grida, “Armandino, mammina mi ha detto …”.
La protesta, “Ma il ragazzo è arrivato appena adesso, io sto prima!”.
“Signora, il ragazzo porta i soldi!”
E oggi l’esercente deve dire, “no, signora, di questo prodotto può prendere solo tre confezioni!” e io a mia moglie, “ma l’hai mandato a quel paese?”.
Ho chiarito l’offesa?
Ma c’è di più!
Lo stiamo vedendo e quello che fino a oggi ci sembrava una iattura, stiamo comprendendo l’importanza.
Il lavoro e la tecnologia.
Si poteva fare a meno del lavoro e tanti prodotti, lì dove si produceva a meno.
Delocalizzare l’imperativo.
Ora?
I lavoratori un residuo del passato.
Ora?
Sì, li chiamiamo eroi.
Noi a temere di mettere il naso fuori e costoro a lavorare per farci mangiare e per curarci.
Tutti, tutti, tutti a giocare a chi più poteva tagliare sulla sanità.
Miserabili!
La tecnologia e oltre al bene supremo dell’informazione immediata, il lavoro in remoto.
Si dice così?
Diavolo, si scopre che in remoto si può fare di tutto.
E allora le città?
Questi agglomerati spaventosi e incontrollabili a cosa servono?
A concentrare epidemie?
Cosa?
Se posso fare quasi tutto da casa vado a collocare la mia casa dove mi piace, sto bene e guarda, guarda, posso non recarmi a fare la spesa ogni giorno.
E i disoccupati a fare gli artigiani.
A produrre ciò che non era remunerativo per vivere a Milano, Roma e altre città mostro.
Ecco, mi sento meno offeso se non dalla vecchiaia che non mi può portare ad applicare il pensiero.

Michele Cologna
San Severo, giovedì 26 marzo 2020
09:26:11





martedì 24 marzo 2020

La Follia di un “Tempo Folle”


La Follia di un “Tempo Folle”

Mi alzo e debbo fare il test, uno sguardo attraverso i vetri del portico, e vedo Giovanni lì, dietro la porta ad aspettarmi.
Gli faccio cenno di andare a casa, ma non mi ascolta.
Faccio il test glicemico, misuro la pressione, tutto ok.
Mi vesto e sbircio all’esterno, Giovanni è ancora là.
Esco per dirgli di aspettarmi a casa sua, come tutte le mattine, solo il tempo di preparare la colazione e la terapia.
Sbalordito, è nevicato!
Affascinante.
M’incanto.
“Giovanni, vai a casa! Non vedi che fa freddo?”
Batteva i denti.
“Ah, vieni tu?”
“Giovanni, c’è qualche mattina che non vengo io e vieni tu?”
“No!”
Preparo e la bellezza della follia non mi lascia.
Il Tempo e pur essendo io vecchio, ricordo solo quella del ’56, ma si dimentica è la primavera è tangibile nel respiro e l’occhio.
Il Coronavirus e penso alla locuzione di ieri sera del prof Gallo impietoso nella denuncia.
La medicina di base falcidiata, del territorio inesistente, l’ospedaliera e i tagli da tutti, proprio tutti i politici a piene mani praticata.
Sì, quelli che versano lacrime di coccodrillo!
Se il Popolo avesse memoria, attribuirebbe loro tutti questi morti e un bel processo.
Non giudiziario, politico e li zittirebbe in un colpo solo mandandoli tutti a casa e in quarantena eterna.
Ma sappiamo che essi, non meritano il pronome “loro”, si riciclano e non c’è farmaco o vaccino che tenga, le Bestie regneranno ancora.
Il prof Gallo ancora, la ricerca e ti fa venire la pelle d’oca e le lacrime per quanta asciutta verità.
Una “Lectio Magistralis” per contenuti e tono.
E le parole sue ornate di umanità e competenza, professionalità non riscattavano i morti, neanche l’infamia di coloro che hanno retto negli ultimi anni le sorti di questo disgraziato Paese.
La Follia fa rabbia, anche l’Amaro del sorriso che sa.
Giovanni mi chiederà sempre “vieni tu?”.
I politici saranno sempre le solite Bestie, con qualche speranza e dopo tanti anni un Ministro, la porta nel nome.
Roberto Speranza!
Omen nomen, ma Egli dà speranza per compostezza, educazione, democrazia ed essersi circondato di illustri intelligenze.
La Sanità, “passata la festa e gabbato lo santo”.
Quegli “uomini d’onore” e “benefattori” in prima fila a contatto con la sofferenza, non saranno più eroi.
E dimenticati per sempre …
I morti, quelli senza alcun affetto dietro che mi danno le lacrime scrivendo …
Mi vedo, vedo la Metà della mia vita e la solitudine.
Le fragilità di noi vecchi tutti e sorrido alla neve.
Ella non ha Tempo e Ragione.
È Follia anche, e veste di Bianco la Primavera.

Michele Cologna
San Severo, martedì 24 marzo 2020
08:18:46