venerdì 29 maggio 2009

Lacrime

Lacrime

Lacrime di colui che fui,
Venite a me in soccorso;
Difendete me misero da loro,
Lacrime, di colui che no fui.

Ragione della lor,
Sull’uscio attesa
Pazienti, hanno,
Del cammin negato.

Ora che Tempo
Per ansia di Spazio
Cessato e Incuria
Spinge forzando
L’uscio mai chiuso,
Su Abisso…
Terrore m’asperge,
Lacrime insazie.

Ditelo voi,
Che assai lacrimai:
Di progetti nati
E in culla vecchi
Lasciati…
E tante, più lacrime
Per i mai partoriti
Versate…
E gli aborti
Cullati…

Rimpianti,
Non martoriate
Corpo straziato
D’anima
Catturata…
Deviata…
Adagiata…
Su volontà
Malata.

Uom io so’ stato,
E bestia ricambiata
D’amor amata,
M’ha cullato.

Pace immeritata
A me lasciate,
Lacrime adagiate.

Michele (29/05/2009 11.15.41)

mercoledì 27 maggio 2009

Commento ai commenti sull' idea di Amicizia

Spazi Infiniti
Cara Rita, ci siamo scambiati un paio di messaggi e poche parole.
Troppo poco per giustificare razionalmente il sentimento profondo che provo per te.
Mi scopro a pensarti molto spesso, e solo una mia ritrosia naturale m’impedisce di chiederti per sapere.
L’ansia mi porta a starti vicino e noto le tue figliole, splendide di premure al padre e te intorno.
È amicizia? Empatia?
Non lo so!, ma è ciò che io provo.
Irresistibilmente sento.

Monicelli
Maria Pia, il nostro contatto è quasi quotidiano.
Se tardo a collegarmi sento l’assenza della tua dolcezza, del piacere dell’ascolto del tuo cuore infinito.
Senz’altro è bravura tua, ma anche empatia perché nelle tue parole io percepisco la tua anima.
È amore gratuito, sì!
È vera amicizia.

Ferrara
Ileana, ci conosciamo da troppo poco tempo.
La tua richiesta d’amicizia è stata particolare: ti sei affacciata in punta di piedi dell’intelligenza.
Adoro le persone intelligenti.
Hanno su di me un fascino che m’avviluppa.
Credo che la nostra sarà un buona intesa.
Le premesse per una bell’amicizia ci sono tutte.

Martinet
Alfonsina, la tua amicizia è deliziosa.
Silenziosa e discreta. Carezzevole.
Le tue parole m’accarezzano leggere.
Mi fanno star bene.
Grazie.

Dalla Costa
Vera, tu mi sei vicina e ti sento amica per appartenenza.
Ti conosco da tanto. Da sempre.
Mi piaci.
Mi piaceresti pure se non fossi così bella.

Ciaurro
Annamaria, che bella che sei!
Sei donna infinita, enorme.
La mamma dei tempi. Quella che tutti vorrebbero.
Ho un gran desiderio di guardarti negli occhi.
Tu mi faresti scoprire il mistero, grande amica mia.

Vaier
Patrizia, ci conosciamo da un po’, ma ci siamo poco parlati.
Ti vedo fantastica nella vita come nei sogni.
Sei anima del sogno. Molto bello.
Sei donna di gran sincerità.
Ti voglio molto bene, addolcisci l’anima.

Meriem
Leila, giovane e bella amica!
Hai una gran bella testa.
Alla ragione darei la tua anima.
Dici sempre cose vere e le dici bene.
Sei l’amica con la quale farei volentieri delle passeggiate.

Benedetto
Lucia, mi sei molto cara.
Ti voglio bene come se ne vuole a una figlia.
Sei assennata, ti metterei l’animo mio irrequieto in mano e mi fare portare.
Guidare.
Sei speciale per me, amica devota.

Fiengo
Rosa, ci siamo tanto scritto e tanto parlato.
La nostra ha trasceso un po’ il mero tecnologico diventando sostanza.
Conosco la tua anima, le tue gioie, le tue sofferenze.
Ti sento amica e qualcosa in più.
Mi fermo spesso a pregare il mio Dio evanescente per te. La tua figliola.

Monta
Giuseppe, dietro la tua faccia che preferisci mostrare c’è l’uomo che vuoi ignorare.
Molti tuoi commenti che non condivido, mi fanno intravedere l’uomo.
La mia attenzione è rivolta all’uomo.
Amicizia particolare. Ma sempre amicizia, è.

Nicoletti
Roberto, il tuo essere schivo non ti salva dall’amicizia che pratichi.
Rileggi i tuoi scritti, i commenti che ti fanno e qualche tua replica.
Constaterai anche tu l’amore non richiesto che doni.
Se l’amore disinteressato produce amicizia.
Tu sei un gran bello amico.

Giusti
Roberto, credo che quasi niente unisca me e te.
Da un punto di vista di affinità di pensiero, dico.
Poiché il mezzo è comunicazione, noi per incomunicabilità non dovremmo parlarci.
Invece ci parliamo e ci troviamo addirittura simpatici.
Vengo sulla tua bacheca e quello che tu scrivi mi suscita il sorriso che tu vorresti sulla foto.
Vedi?
È strano il mondo, sì!
Io credo che sia amicizia. Tu chiamala come vuoi.

Guadagnino
Aldo, che squisita persona tu sei!
Mi piaci e sento molto affetto e rispetto per te.
Sei sincero ed è una grande qualità.
Fingi modestia per civetteria che ti rende più prezioso.
Sei proprio un grande amico, Aldo!

Rotundo
Piero, ti ho scritto che mi sarebbe piaciuto un sodalizio con te (hai tremato, non ricordanti che vivo più nel pensiero che nella realtà. La realtà mi serve solo per soddisfare le necessità corporali).
Mi hai scritto che mi avresti amato fino a sentirne dolore per sfregamento.
Ti ho risposto: t’amo.
Ci siamo dichiarati innamorati.
Se la vita ci facesse incontrare, non ci praticheremmo per incompatibilità.
Eppure io, quando un pensiero contorto mi martella la mente, ti interrogo e tu mi rispondi. L’ho sentito, anzi me l’hai detto che la stessa cosa fai tu.
Non siamo amici perché tu hai paura di concederla per difesa, io, scapestrato, masochista l’accetto per desiderio di dolore.

Pisano
Cesare, ti ho riservato il posto d’onore.
Tu hai commentato lo scritto e sei stato molto sincero.
Tu non consideri amici quelli che “amici” si chiamano su facebook.
Tu stai su internet per comunicare.
Il tuo compito è quello di informare i disinformati.
Correggere gli erranti.
Redarguire i recalcitranti.
Stigmatizzare chiunque faccia un ragionamento a te non conforme.
Vuoi su facebook una sezione staccata del PD e bastoni a destra e a manca chi non vuole piegarsi alla tua ideologia.
Pensi di stare a scuola e dare voti a tutti. Pessimi coloro che osano non essere d’accordo con te. Sufficienti coloro che ti applaudono. Ottimi coloro che ti adorano.
Se qualcuno ti contrasta con ragionamenti, come è accaduto a me, è stupido, è qualunquista, è nichilista, è, buon ultimo, un incapace che va scopiazzando di qua e di là.
Tu sei due volte laureato, sei sportivo, sei poeta, sei pittore, sei tutto.
Sei onnipotente.
Io ti ho invitato una volta a tacere dicendoti: “Taci, taci, taci Mercuzio, tu parli di nulla”.
Ti ho una seconda volta definito logorroico e ignorante perché non hai neanche la licenza media.
Ti ho apostrofato una terza volta come “lillipuziano” contro me Gulliver.
Cesare, io non amo offendere le persone. Mi son pentito di quello che ti ho detto e te l’ho scritto. Preferisco essere oltraggio più che recare offesa.
Hai insultato Lucia Benedetto per il sol fatto d’averti detto che devi rispettare le posizioni altrui. Hai finto pentimento ma non è vero.
Cesare, io adesso ti confido una cosa: sono la persona più ignorante del mondo, sono l’uomo più abbietto della terra, sono indecente in tutto…
Ma per piacere, lasciami nella mia abiezione. Lasciami bere fino in fondo il calice della mia insignificanza. Concedi a me il privilegio della stupidità, dell’errore, del turlupinato per ingenuità.
Cesare, sii chiaro con quelli che tu definisci non amici e dai l’appellativo di “amico”: Io sono qui per salvarvi. Chi vuol essere salvato lo dica e resta tra le mie amicizie. Chi no, lo elimino”. Visto che ti sei vantato di averne eliminato già quindici, ti prego elimina il sedicesimo.
Io non lo farò perché, nella mia becera ignoranza, una mano la do volentieri a tutti, anche a te se me la chiedi.
Da quando sto su facebook, ho eliminato una sola amicizia, quella di Giovanni Anzalone.
Gli ho chiesto scusa, Cesare, prima di eliminarlo. Giovanni che è persona di grande animo, ama passare per folle e dall’alto della sua follia a volta molesta le persone. Io conosco la follia, quella vera, perché accudisco un fratello da essa catturato, e so distinguere il dolore della follia dalla finzione del dolore di essa.
Non ho animo per eliminare qualche altro per motivi, poi, insignificanti.
Cesare, tu ne porti il nome e puoi pensare anche di esserlo. Non sono problemi miei e per questo non ti “eliminerò”.
Ringrazio tutti gli amici che hanno avuto la pazienza di seguirmi sin qui.
Michele Cologna (27/05/2009 19.19.14)

venerdì 22 maggio 2009

A margine di una polemica…

A margine di una polemica…
La libertà si definisce negativamente come assenza di costrizione, e positivamente come condizione di chi si autodetermina, cioè di chi è causa e principio della propria azione.
Essa è oggetto d’indagine:
in psicologia (nello studio delle tendenze e dell’atto volontario);
nella riflessione morale (problema della responsabilità e delle sanzioni);
nelle scienze sociali (eventuale riconoscimento della libertà come “diritto naturale” col conseguente problema della traduzione concreta di tale diritto nelle libertà politiche ed economiche);
nel pensiero metafisico e religioso (fatalismo e libertà assoluta, Grazia e libero arbitrio).
***
La filosofia, nel corso della storia del pensiero occidentale, ha prospettato varie risposte al tema della libertà che si possono così sintetizzare:
a) La libertà come manifestazione no repressa della vitalità.
Definita come l’assenza di costrizione, la libertà ha come sua condizione primaria la salute dell’organismo.
L’organismo è libero quando non esistono ostacoli al suo normale funzionamento.
Allo stadio della coscienza la libertà si identifica con la spontaneità delle tendenze.
L’uomo è libero quando può realizzare i propri desideri.
Questa definizione di libertà sta alla base di tutte le etiche edonistiche (Aristippo, Epicuro).
b) Il libero arbitrio o libertà di scelta.
La libertà implica una scelta consapevole. Affinché ci sia scelta devono coesistere molteplici motivazioni ad agire e altrettante possibilità di azione.
L’uomo per praticare il libero arbitrio o la libertà di scelta deve servirsi della volontà (scolastica).
Questa libertà come fa rilevare Cartesio finisce paradossalmente per identificarsi con la paura, la bruta casualità: la libertà dell’indifferenza che è il gradino più basso della libertà.
c) La libertà come realizzazione della razionalità.
Libera è la volontà che si conforma ai principi della ragione.
Si tralasciano per sintesi Platone, l’etica di Platone e di Cartesio e si riporta la tesi centrale dell’etica kantiana: la libertà è un “postulato della ragione pratica ed è riferibile alla volontà morale in quanto questa è ragione che impone la legge a se stessa (autonomia)”.
Fichte diede un significato diverso a questa autonomia che porterà allo spiritualismo, che approderà all’idealismo, il quale poi troverà sistemazione filosofica in Hegel.
d) La libertà come atteggiamento.
La libertà non può essere fatta dipendere dal carattere razionale delle nostre azioni. L’uomo si sente libero quando “si riconosce” nella propria vita e quando “approva” le vicende del mondo.
La libertà è, secondo la definizione stoica un atteggiamento.
La libertà come accettazione consapevole e responsabile della necessità (Spinosa, Nietzsche, Heidegger, Jaspers).
La concezione dell’uomo che deriva “dalla libertà come atteggiamento” non potrà mai perdere del tutto le implicazioni nichilistiche e paralizzanti.
e) La libertà come possibilità determinata.
L’esistenza è libertà.
“L’uomo è condannato ad essere libero” (Sartre). Tutte le scelte umane, quindi, si presentano come equivalenti e votate per principio alla sconfitta. Allo scacco.
Alcune correnti del pensiero più moderno, più sensibili alle esigenze di un umanesimo concreto, più aperte alle suggestioni della nuova metodologia scientifica tendono ad identificare la nozione di libertà con quelle di “possesso di capacità determinate”.
Libertà è il termine riassuntivo di una tipica dimensione dell’uomo. Un essere che sa prendere iniziative ordinate ed efficaci. Sempre, però, in rapporto al possesso di determinate tecniche e all’applicazione di procedimenti controllati.
***
La libertà dal punto di vista politico-sociale. Il problema fondamentale della libertà qui è quello della conciliazione della libertà dell’individuo con l’ordine sociale.
- La pretesa che le libertà individuali debbano manifestarsi senza alcuna limitazione ci porta senz’altro a quella “democrazia diretta” così chiamata da Platone, o anarchia.
Se non si limita l’arbitrio dell’individuo la società non può sussistere.
- L’idea opposta di una totale subordinazione degli individui alle esigenze dell’ordine sociale caratterizza lo statalismo, come si manifesta nelle società totalitarie.
E questo avviene sia quando l’esorbitanza del potere statale venga presentata come risposta provvisoria alle esigenze di una fase di transizione, sia quando venga teorizzata come la realizzazione in assoluto della presunta “vera” libertà dell’individuo.
***
Abbiamo descritto nello spazio e nel tempo dell’uomo occidentale, anche se per estrema sintesi, il concetto di libertà, l’esigenza di libertà, l’applicazione della libertà.
Altre definizioni della libertà – seppure non stigmatizzabili – escono fuori dal pensiero filosofico e appartengono a contingenze altre che possono anche soddisfare ma che non possono essere definite espressioni della libertà.
È anche vero che non necessariamente tutti dobbiamo ritrovarci nel pensiero di essa così codificato. Ma l’acqua della libertà non nasce che dalle fonti accennate.
Io che sono un eclettico non per convenienza ma per cultura, attingo e bevo acqua dalle diverse fonti e, essendone gran bevitore e di palato fine, non confondo l’acqua con la sabbia che la contiene.
Tutti coloro che vorranno la bibliografia di quanto affermato non hanno che da chiederla.
***

Coloro ai quali invierò questo scritto, conoscono già gli altri miei.
Per chi si trovasse per la prima volta a leggermi può andare se ha voglia e tempo a controllare gli altri (http://www.facebook.com/home.php?#/profile.php?id=1564278918&ref=name, oppure http://relazione-uomo-parola.blogspot.com/).
Ho sempre espresso una mia opinione sulla situazione politico-istituzionale e partitica.
Ho dichiarato la mia volontà di astensione dal voto motivandola in maniera abbastanza articolata, senza alcun retro pensiero né coperto né dichiarato di voler fare proseliti e affermando che ciò rientrava nelle mie prerogative di libertà.
Di uomo libero.
Sono stato per questo redarguito, accusato e insultato.
Certo non me ne può fregare di meno, perché penso con la mia testa e vivo col mio corpo.
Poi, essendomi dichiarato in tempo non sospetto orso, scorbutico e misantropo, e non mosso dalla voglia di piacere a tutti i costi, sono molto tranquillo.
Aggiungo, perché non l’avevo dichiarato per mio ritegno, che sono anche per cultura e pensiero un po’ elitario e alcune volte ne godo di questa prerogativa che non tutti si possono permettere.
C’è stato qualche lillipuziano che con le sue freccette avvelenate ma spuntate di storia, filosofia, etica, politica e cosucce così, pronunciate in dialetto, voleva abbattere Gulliver.
Il gigante può solo abbattersi da solo, oppure scegliere di farsi ferire.
Non può un abitante di Lilliput pensare di sconfiggerlo.
Chiedo venia a chi leggerà del tempo e dell’impegno del non facile scritto.
Coloro che non hanno tempo, possono senz’altro astenersi.
Michele Cologna (22/05/2009 20.44.30)

lunedì 18 maggio 2009

Sono un uomo libero che non vuole padroni

I padroni non scelgono i loro manager o dipendenti, li comprano.
Se nell’esercizio, nei compiti affidatigli rispondono alle esigenze padronali, li tengono e li remunerano sempre più, altrimenti se ne disfano.
Altra caratteristica dei padroni è quella che i meriti sono sempre propri, i demeriti sono dei collaboratori.
Per cui ad un padrone non si possono mai imputare addebiti perché avrà sempre a portata di mano il colpevole e mille prove a sua discolpa.
Se si tratta invece di ricevere riconoscimenti è lui e solo lui il titolare a pieno titolo di questi.

Tenete presente questa premessa.

I partiti nell’esplicare la loro politica sul territorio si servono di uomini che amministrano la cosa pubblica in nome e per conto proprio.
Se gli amministratori fanno bene – casi rarissimi, mosche bianche, ormai – i meriti sono del partito, se rubano, falsificano, amministrano male – ordinaria realtà – la colpa è loro. Degli uomini che sono caduchi, che sono erranti, che sono egoisti etc.
Non li possono licenziare così come fanno i padroni e cercano di scendere a patti, ogni volta scivolando sempre più verso il basso.
Quando, poi, è proprio impossibile accontentarli alla luce del sole, e fingono (perché un accordo sotto banco c’è sempre) il pugno duro, i cattivi amministratori si mettono in proprio.

Anche i cattivi manager quando vengono allontanati dal padrone passano alla concorrenza, se poi non la trovano e credono nelle loro qualità si mettono in proprio. Senza accordo sottobanco con il vecchio padrone, però!

Fino a una ventina d’anni fa, qual era la situazione?

I partiti - in maniera particolare la DC e il PCI - maggiormente venivano scelti dai propri, aderenti, iscritti, simpatizzanti e questi facevano attività politica. Alcuni si contraddistinguevano per capacità, onestà e virtù simili e il partito con prudenza e in modo graduale dispensava incarichi con l’occhio al proprio interesse, l’interesse del territorio e le legittime aspirazioni dell’attivista.
Il partito cioè, vincolato alla sua prerogativa ideale, civile, culturale era un mediatore tra le esigenze proprie - la realtà nazionale e internazionale, la sua collocazione culturale e civile, il suo disegno di società etc. -, quelle della realtà locale, non smarrendo mai la sua propensione pedagogica, e quelle dell’ individuo che metteva se stesso e le sue capacità al servizio di una causa.
Filava sempre tutto liscio?
Sicuramente no!
Accadevano casi in cui i partiti dovevano scendere a compromessi con le personalità che nel bene e nel male l’avevano rappresentato. Si dava un po’ di sottogoverno, qualche ente, consorzi, eccetera.
La Dc poiché governava aveva una disponibilità infinita.
Nel caso del PCI, partito in cui queste disponibilità scarseggiavano, dove esistevano le cooperative, il problema era risolto, altrimenti lo si candidava in un collegio senatoriale sicuro, gli si faceva fare due legislature e poi se lo toglievano dai coglioni.
Quando anche queste possibilità erano insufficienti, per i motivi più disparati, si ricorreva all’arma estrema dell’espulsione. Rarissimi questi casi segnavano, venivano vissuti come una grave sconfitta per il partito.

Il partito socialista era, è stato qualcosa di differente.
Il PSI per caratteristiche avrebbe dovuto rispondere alle stesse logiche del PCI e della DC, invece è stato – per quanto possa io testimoniare – sempre un partito che ha asservito i suoi iscritti, aderenti, simpatizzanti.
Un partito che aveva due facce: quella leggibile, guardabile, presentabile che rispondeva grosso modo ai due partiti maggiori DC e PCI; quella nascosta, subdola, impresentabile che rispondeva alla logica del partito padrone.
Non si avevano posti di responsabilità se non si rispondeva ai requisiti che il partito riteneva utili per sé.
I migliori socialisti, quelli che avevano aderito a quel partito per gli ideali alti del socialismo, erano gli utili idioti da mettersi all’occhiello, ma contavano quanto il due a briscola.
La maggior parte di essi stanca armeggiava ai margini sempre sul filo del me ne vado. Abbandono tutto.
Gli amministratori erano scelti dal partito o tra gli iscritti e gli attivisti, quelli senza scrupoli, oppure nella società tra i più spregiudicati tendenti al delinquenziale.
Erano questi che tenevano il partito in mano e ne determinavano le sorti. Costoro occupavano tutto ciò che c’era da occupare, depredavano, depauperavano. Ogni centimetro di sottogoverno era loro. Ogni attività amministrativa era sottoposta alla “tangente” socialista. Erano i padroni seppure con molta discrezione.
Arrivò la segreteria Craxi e l’aspetto padronale del partito da occulto divenne palese.

Gli altri partiti erano ombra della Dc, mantenuti in vita dalla sua volontà e dalla sua capacità di distribuire tenendo ben saldo lei in mano il potere.

Dopo l’avvento di Craxi, e la sua politica aggressiva e spregiudicata, tutti i partiti iniziarono la lenta ma inesorabile marcia verso la trasformazione craxista.
Ci furono delle resistenze ma all’ineluttabile si giunse.
I partiti da convogliatori di consenso si sono trasformati in proprietari, padroni del consenso da prendere o lasciare.
Gli uomini di partito, gli amministratori e ogni emanazione partitica si sono mutati in casta.
Da ultimo a questa concezione è arrivato il PD.
Il quale non solo si è trasformato in partito padrone, i suoi dirigenti in casta, ma ha portato in dote lo sconcio del PCI: il familismo.

Se queste osservazioni vi sembrano forti e non condivisibili, fate pure!

Prima di liquidarle però, fate mente delle azioni dei partiti, analizzatele, riscontratele con le affermazioni dell’inizio, della premessa sulla concezione padronale e poi decidete pure se sia vero o sbagliato, al di là delle conclusioni che poi ognuno trarrà.

Sono un uomo libero che non vuole padroni e non parteggio per i padroni.
Ho speso una vita per la democrazia e la libertà.
Tutti i valori in cui ho creduto e per i quali ho lottato vengono calpestati da tutti i partiti. Nessuno escluso.
Sono costretto a subire perché non ho altre possibilità se non quella d’andare via dall’Italia o farmi fuori.
Non volendo fare né l’una cosa né l’altra, mi astengo.
Mi passano per la mente idee che non condivido.
Non le pratico perché credo solo nella lotta democratica e fino a quando non verranno a impormi con la forza qualcosa di inaccettabile per me, la mia resistenza sarà passiva.
Se dovesse verificarsi l’imposizione dell’inaccettabile, la mia resistenza, pur essendo vecchio, sarà attiva.
Michele Cologna (18/05/2009 15.21.52)

venerdì 15 maggio 2009

“Pensiamoci ogni sera al tramontar del sole…”

“Pensiamoci ogni sera al tramontar del sole…”
Dal piazzale del locale “Punta dell’Ovest” di Baggio (MI), Michele, figlio dei fiori, e “sognando California”, assisteva al tramonto cogli occhi luccicanti per il suo amore.
Anche la mamma e i fratelli lontani gli dolevano più della ragazza, ma l’appuntamento era con lei.
Già!, non c’erano telefonini, il telefono era un lusso non necessario e per ricchi, le lettere non si potevano scrivere, perché nessun recapito poteva accettarle…
L’appuntamento ideale era l’unico possibile e più economico.
Non erano che pochi giorni che Michele era presso la zia a Milano: “Uaglioni, a Milan cost magnà. Fa prest a truà a fatij. Quill’om mic po’ mantnè a te”
(Ragazzo, a Milano costa mangiare. Fai presto a trovare il lavoro. Mica quell’uomo – il marito – può mantenere te.)
Michele le voleva troppo bene per pensare che la zia, sorella del padre, fino a quando il papà era in vita s’era sfamata lei e la sua famiglia in casa sua. Ci penserà dopo. Penserà anche, che pure dopo la morte del papà e nella povertà in cui la sua famiglia era precipitata, la zia per tre mesi all’anno stava a San Severo a casa sua a vitto e alloggio gratis. E la mamma privava i figli del poco per sfamare la cognata malata.
Cercava lavoro e se fosse stato possibile anche casa.
Via Delle Forze Armate era lunghissima, non finiva mai.
“Non si fitta ai terroni”
“Affittasi appartamento… no a meridionali”
“Si assumono operai e manovali. No a meridionali”
“Cantiere con personale al completo. No terroni”
Quante volte aveva letto e riletto quei cartelli!
La rabbia cresceva sempre più e con essa la voglia di tornare indietro sconfitto.
Dopo aver pianto all’appuntamento con il tramonto e la sua bambina, e versato lacrime insaziabili, di bruciante nostalgia per la sua mammina, Giovanni e i fratelli, decide: “Io domani trovo lavoro”.
Sa bene dove andare.
La mattina alle sette sta già davanti agli uffici della Fargas, il cartello recita: “Si assumono operai e manovali. No a meridionali”.
È il primo, con rabbia entra:
- perché è qui?
- cerco lavoro.
- cosa sa fare lei?
- niente!
- e cosa è venuto a fare allora?
- a conquistare Milano e i milanesi.
Perplesso, guarda… con un sorriso:
- si sieda!
- di dov’è lei?
- sono di San Severo!
- non ha letto il cartello?
- sì!
- e allora?
- allora che ci fa lei qui, visto che è più a sud di me?
- da cosa l’ha capito?
- potrei dire dalla sua dizione, ma più dal suo sorriso!
Il suo volto nasconde soddisfazione e s’atteggia a pensatore. Non pensa, è una maniera per contenersi dal professare la rabbia contenuta in lui, dall’abbracciare il terrone che lo riscattava…
Michele non lo saprà mai.
- Ha i libri?
- Sì.
- Domani li porti qui all’ufficio personale…
- Li ho qui con me, non è possibile oggi?
- Esca, vada nella stanza a fianco e dica di chiamare il dott. Mongelli. Poi ripassi da me.
Il cuore di Michele scoppiava e non capiva di cosa.
Dopo qualche ora rubata al tempo, egli era di nuovo lì davanti al dottor Mongelli.
- Ho fatto un eccezione per lei. La mando nello stabilimento di Novate. Lì la metteranno a lavare delle cucine ritornateci dall’alluvione di Firenze. Se si comporterà bene andrà alla produzione.
Volava Michele lungo via Delle Forze Armate, piangeva e avrebbe abbracciato tutti.
Fece chiamare la mamma al centralino e le comunicò la notizia: “Mamma, domani inizio a lavorare”.
Fu dura. Lo vestirono da palombaro. Gli diedero un tubo che spruzzava acqua ad atmosfere pazzesche. Se non dosava l’apertura o cadeva lui all’indietro o volavano le cucine.
Così Michele entrò anche lui nella schiera degli angeli che salvarono Firenze, pur stando a Milano.
Dopo alcune settimane, non ancora finivano le cucine, Michele venne chiamato dal ragioniere capo:
“Senta, lei ha mostrato dedizione e noi abbiamo pensato di premiarla. La metteremo alla catena di montaggio. È un lavoro di grande responsabilità. Se lei non farà bene tutta la linea si fermerà e tutti i suoi colleghi verranno penalizzati a causa sua. Vada e buon lavoro”.
Il lavoro era così banale che Michele si meravigliò di tante raccomandazioni. In meno di una settimana conosceva a mena dito tutta la catena di montaggio. Poteva sostituire qualsiasi collega.
Qualche mese e fu di nuovo chiamato dal ragioniere capo: “Signor Cologna, mi hanno detto molto bene di lei. Lei è anche istruito e noi abbiamo pensato di affidarle la linea. Le sue responsabilità saranno maggiori, ma se lei si dedica così come ha fatto, non esisteranno problemi”.
Il ragioniere ora si alzò e gli strinse la mano.
Era la prima volta che qualcuno gli stringeva la mano da quando stava a Milano.
Non voleva ammetterlo ma provò molto piacere.
Dovette iniziare i fare i turni. Dovette iniziare a dare ordini e questo non riusciva a sopportarlo.
Non poteva egli redarguire un operaio anziano, anche se gli dava del terrù. Un uomo che stava lì da trent’anni ed ora doveva essere comandato da uno, poco più di un moccioso.
Non ci riusciva proprio.
Le giornate gli pesavano. Non dormiva. Non gli piaceva. Non poteva andare più all’appuntamento al tramonto.
La zia gli prendeva tutto ciò che guadagnava.
Lo faceva per il suo bene.
Doveva fare il secondo turno e la mattina si recò agli uffici della Fargas in via Delle Forze Armate, voleva parlare con il dott. Mongelli che lo ricevette gioioso.
Gli spiegò come si sentiva, anche al dott. Mongelli luccicavano gli occhi.
“Io sto bene, figlio mio, qui! Ho una famiglia, e qui posso darle una vita dignitosa. Se avessi la tua età… La vita a Milano è dura. Solo tu puoi decidere della tua vita. Qualsiasi cosa tu deciderai sarà quella giusta.”
Uscì da dietro la scrivania, gli porse la mano e l’abbracciò.
Si sentì per la prima volta non più ragazzo, Michele.
Ora era un uomo.
Non disse niente a nessuno. Dette le dimissioni.
Aveva deciso d’andare via. Tornare al suo paese per il quale si struggeva.
Il sabato al tramonto si recò all’appuntamento, non provò il sentimento delle volte passate.
Neanche il pensiero che tra qualche giorno avrebbe rivisto la mamma e i fratelli gli dette gioia.
Non aveva voglia di rientrare a casa e s’incamminò lungo via delle Forze Armate.
Per la prima volta la vedeva differente, non gli era ostile.
Addirittura scoprì delle bellezze che non aveva mai notato.
Notò un cartello “Sala da ballo delle rose”.
Non ci aveva mai fatto caso.
Passò oltre.
Ci ripensò, tornò indietro e si incamminò nella direzione indicata.
Quando si sedette pensò che non sapeva ballare.
Avrebbe solo trascorso un po’ di tempo così.
Il disco suonava “Marina, Marina, Marina ti voglio al più presto sposar…”.
Una ragazza gli si avvicinò, “Non balli?”.
“Non so ballare!”
“Vieni ti insegno io.”
Lo baciò.
Era saporita. Dolce.
La sua lingua era miele.
Si trovò in uno stanzino e con lei sul divano.
Era stordito. Confuso.
Bevve per la prima volta alla coppa dell’amore.
Era dolcemente spossato. Vuoto.
“Come ti chiami?”
“Michele”
“Vuoi essere il mio ragazzo?”
“Sì.”
“Vuoi restare con me stanotte?”
“No, ci vediamo domani.”
“Dove?”
Michele non rispose, trovò la via per uscire…
Era inconsistente come l’aria che attraversava…
Camminava e…
“Disgraziato!, tuo zio, quel poveretto, zoppo, s’è dovuto alzare dal letto per cercarti. Tu sei un delinquente senza riconoscenza. Domani te ne devi andare.”
“Sì, zia!”

giovedì 14 maggio 2009

Una donna d’aspetto composto, di lineamenti fini, di retaggio antico ma ancor piacente, attuale s’avanza barcollando.
Vorresti chiederle di cosa abbisogna, soccorrerla.
Ma i suoi occhi vedono assenti.
Una barriera di respingimento l’avvolge.
Resti lì a guardare impotente la caduta che vedi imminente.
Ecco, poggia il ginocchio a terra…
Tenta con eleganza di rialzarsi…
Il tentativo la priva delle ultime forze e languida, molle cede.
Stai per correre a prestarle aiuto, ma una schiera di uomini in camice bianco le si parano intorno e non ti dà la possibilità d’avvicinarti.
Siamo noi i medici… siamo noi i medici...
Urlano.
Una folla immensa e rumoreggiante si raccoglie.
Sbucano dal nulla uomini in divisa e ronde che non ti fanno avvicinare.
Solo coloro in camice bianco possono soccorrerla.
La gente accorsa parteggia per i vari soccorritori.
Vinco la mia ritrosia e m’approssimo alle transenne.
Orrore!
Dio mio, che scena!
I soccorritori sono degli antropofagi: i loro volti sono intrisi di sangue della vittima; dalle loro bocche pendono brandelli di carne strappata.
E i loro ghigni producono rumore di riso…
E levano in alto le mani pieni di carne asportata…
E la gente stipata urla, incita, parteggia…
Ridono, tutti ridono.
Mio Dio!
Michele Cologna (14/05/2009 9.19.30)

martedì 12 maggio 2009

Il poeta e Benedetto Croce

Da quando ho traslocato, mi sono definitivamente trasferito nella casa di campagna, ho dato ai miei libri un nuovo ordine che mi sembrava più razionale di quello che per decenni mi ero costruito nella mente prima e poi nei scaffali.
È inutile dire che non trovo più nulla.
Mi dispero, ma mi resta solo la disperazione perché i libri non li trovo.
Spero che quest’estate quando vengono i miei ragazzi, mi aiutino.
Ho tutto in mente l’ordine precedente: io dico come disporli e loro lo eseguono.
I libri pesano quando devi farli tuoi, pesano ancor più quando fisicamente li devi sistemare. Dalla capacità di abbassarmi per prendere quelli più in basso, misuro i giorni che passano.
Non trovando più nulla vado a memoria.
Benedetto Croce in uno scritto e non ricordo quale, affermava grosso modo questo: “Tutti gli uomini – donne comprese, è chiaro – fino ai diciotto anni si cimentano con la poesia. Dopo quest’età, quelli che restano a poetare si possono dividere in due categorie: i poeti veri e gli imbecilli”.
Se non sono proprio le parole del grande filosofo, questo ne era il senso.
I poeti veri, beh! È chiaro che facciano poesia.
Gli altri, gli imbecilli, quelli che fanno poesia, o lo fanno per maniera ed ancora un po’ di rispetto gli si deve, cercano di guadagnare soldi; oppure lo fanno per apparire quello che non sono, ingannando il loro prossimo.
A questi nessun rispetto è dovuto, anzi ferma condanna.
Questa lunga premessa, per dire che non sono un poeta, perché so di non esserlo.
Non sono, credo, un imbecille – almeno nel senso crociano – per cui non mi metto a poetare per non avallare Croce, ma essenzialmente per non essere ridicolo anche da questo punto di vista.
Già gli uomini sono abbastanza ridicoli senza l’aggravante di credersi poeti.
La mia amica, Rosa, ieri ha pubblicato su facebook degli album di fotografie e mi ha invitato a commentarle.
Io ho solamente risposto cliccando su “mi piace”.
La mia bella amica Rosa, certamente delusa, ha scritto “neanche un commento mignon, Michele?”.
L’ora era tarda e non ho potuto rispondere.
Lo faccio ora.
Cara Rosa, non so quando voluto – scusami, ma io credo involontariamente -, tu ieri in quelle immagini hai sintetizzato l’esistenza nella sua crudezza della realtà, nella sua bellezza della realtà, nella sua tragedia della realtà.
Potevo io commentare, potevo avere la presunzione di liquidare con un commento imbastito lì per lì la Vita nella sua poesia?
No!
Perché non sono un poeta e non sono un imbecille (almeno nel senso prima descritto).
Una bambina bella pacioccona, morbida che mi sorride da una foto scaturita dalla memoria…
Una giovane donna che signorinella sorride lieta della sua età e della sua gioia ancora inconsapevole d’essere, che somiglia alla bambina pacioccona scaturita dalla memoria e per certo non lo è…
Una donna che somigliante alla signorinella sorridente gioiosa della propria spensieratezza, sorride velata - da un balcone di villette a schiera - già modificata dal tempo che tutto travolge e segna…
Una donna, sconvolgente nella sua bellezza di vecchia, che conserva il volto della bambina pacioccona scaturita dalla memoria e non lo è come non è la signorinella spensierata e la donna al balcone dal sorriso adombrato…
Poiché non sono poeta, Rosa, ma so leggere la Vita e tutta la poesia che essa emana, irraggia, comprende nel bene come nel male, nell’odio e nell’amore, nella grazia, nella gravità, nel decoro e nella finitezza di ogni cosa…
Non essendo, quindi, poeta per liquidare il tutto con dei versi illuminanti, travolgenti che avrebbero subito scolpito nella pietra il sentimento, ho molto riflettuto e l’unica cosa che meglio esprimesse lo stato d’animo del momento, che mi è venuta in mente è stata la frase di Anna Magnani, in età già oltre, al proprio truccatore: "Non mi togliere neppure una ruga. Le ho pagate tutte care".
Per una questione di discrezione, non sapendo come uno potesse interpretare una frase così criptica, l’ho scritta sulla mia bacheca.
Ho pensato Rosa leggendola, capirà.
Forse era troppo azzardato il mio percorso mentale e la mia cara Rosa s’è sentita trascurata.
No, bell’amica!
Tu hai creato un circuito d’immagini che in pochi secondi ha sintetizzato non la tua esistenza, ma l’esistenza.
L’esistenza di tutti noi.
Io te ne sono doppiamente grato, Rosa: perché oltre la poesia alla quale mi hai fatto assistere, hai a me consentito di chiarire che non sono poeta, forse neanche imbecille, e che non cerco di piacere a tutti i costi.
Ad libitum
Michele (12/05/2009 12.18.44)