mercoledì 31 marzo 2010

D’occhi assenti, ti guardi…


D’occhi assenti, ti guardi…

Ti assisti disteso e non comprendi l’effigie.
Adusi gesti ti rinviano a motivi estranei.
Riso largo t’irrora immotivate lacrime.
Suoni gutturali non ti rendono il verbo.

Tu, che ora…

ridi pagliaccio
piangi guitto
plaudi stolto
gridi festante

e... contrito gioisci.

Tu…

reggendo la tela di trama sconosciuta…
stipando messe di granaglie insanguinate…
svuotando scaffali di vissuti antichi…
ripudiando la mamma, il figlio e il padre…

che forme hai, chi sei… il nome?


Michele (s. severo 31/03/2010 21.08.24)







domenica 28 marzo 2010

un tempo…


un tempo…

di storia rarefatta.

- albergo due stelle
stanza servizi all’esterno -,
lenzuola consunte
in letto dismesso.

specchiera rinvia a languida donna
- passati furiosi -
e occhi, d’antica passione persi,
il presente negano.

il tocco soffuso s’affaccia,
due braccia scarne tendono
al cappello
un viso emaciato.

silenzio spoglia i corpi
- forme cadenti, flash di beltà -,
e gesti annichiliti
ansimano piaceri simulati.


michele (s. severo 28/03/2010 9.12.33)







martedì 23 marzo 2010

Germoglio...



Germoglio purpureo, rosa
apre.
Petali al desio morbidi,
schiudono.
Colori catturano, penetrano
lo sguardo.

Profumi…

Respiro s’abbandona,
piacere la bocca cede e
ansima.
Piange rugiada perle…
gioia semina.

È amore.


Michele (23/03/2010 20.33.53)







mercoledì 17 marzo 2010

E…


E…

Pacata sospensione dai quando mi raggiungi.
Sensi giacciono e aspirazione cessa.
Calma sopraggiunge il leggero, e segue.

Ora tutto è piano.
Niente turba e lo sguardo vede…
La mente tace e nelle brume che diradando vanno, tasta.
Nulla muove i passi e ascolta…

È assenza.

Soli, tutto è fermo.
L’ordine torna è lieve si porge…
Buio di luci assenti.
Calma di deserti luoghi.
Inesistenti presenze.
Spazi infiniti…

È pace.
Conciliazione.
Ritorno?

Ecco la domanda che ricompone l’ansia e preme.
Il Senso si riaffaccia e tormenta.
Il Niente si riprende il lasciato.
E il Nulla torna imperioso e… cessi.

È la vita?
Il cammino che riprende e cedi?
O nella prova d’assenza è il Senso?

Mia signora, tu che nell’attesa dell’assenza plachi...
raggiungi chi t’ama, a te no s’addice l’abbandono.


Michele (s. severo 17/03/2010 9.49.01)








lunedì 15 marzo 2010

L’uomo “intellige” la realtà...

L’uomo “intellige” la realtà.
L’intende, la comprende e la manifesta attraverso il linguaggio.
Del linguaggio la manifestazione più evoluta è la parola.
La parola crea istituti, situazioni, forme, leggi che caratterizzano l’uomo se non nella totalità di sé, certo nel rapporto tra il sé e l’altro sé.
Il rapporto trova la massima espressione di sé nella dialettica.
La dialettica s’afferma e crea attraverso il procedimento dialettico: tesi, antitesi e sintesi.
L’osservanza della sintesi porta alle regole che governano l’uomo.
La sintesi muta perché chi la genera: la tesi e l’antitesi, due forze in opposizione tra loro, variano in base alla percezione cangiante che l’uomo trae dall’ intelligenza che esercita sulla realtà.
Tutto ciò dà, sebbene nel continuo cambiamento, stabilità a un sistema.
Quando un sistema si rompe è perché la tesi e l’antitesi non producono più una sintesi in accettabile armonia con la realtà che l’uomo legge.
La tesi e l’antitesi nella competizione debbono scontrarsi, tentare di sopraffarsi, ma nell’ambito di una stessa percezione, la sintesi che non verrà messa in discussione da chiunque sia a prevalere.
Questa è la condizione della tenuta in vita di un sistema.
La condizione porta a regole che verranno rispettate perché ognuno, nella differente misura della propria individualità, soggettività, si sentirà da esse rappresentato, garantito, difeso.
Le regole sono rispettate non per la paura che possono incutere, ma per il rispetto che per esse si ha.
E il rispetto è proporzionale alla condivisione che si forma sulla percezione che è intelligenza della realtà.
Un sistema, quando le regole non sono più condivise, accettate, rispettate, ricorre quasi sempre alla forza per riaffermarle.
Ma proprio l’uso esagerato e improduttivo della forza è il segno più evidente del declino.
Quel sistema, quella sintesi non hanno più il cemento della condivisione nella differenza della tesi e dell’antitesi.
La realtà viene letta e interpretata in maniera molto, molto diversa.
Una tesi e un’antitesi non più conciliabili nella sintesi.
È la rottura.
Ogni rottura sfocia in barbarie.
È stato sempre così.
Abbiamo imparato qualcosa?
No!
S’avrà la capacità dell’azzardo della prima volta?
Segni non ce ne sono.
La forza produce resistenza, altra forza che regge fino a quando non raggiunge il limite.


Michele (San Severo 15/03/2010 9.54.04)

sabato 13 marzo 2010

Semplicità...



La bellezza non è un’aseità.
Non è in sé.
Non sussiste per sé stessa.
Se così non fosse avremmo un’idea fissa d’essa, e ogni aspirazione di bello dovrebbe esserle assoggettata.
Ringraziando il cielo questo ci è stato risparmiato, se non da alcune culture religiose e animistiche, per le quali la bellezza è il prototipo che venerano.
Propongono.
Anche quella cristiana, in verità, pone nella luce, nella perfezione la bellezza, mettendo il buio nel peccato e il difforme e deforme nelle mani del male.
Togliendo così al buio e all’imperfezione il loro fascino.
La bellezza.
Ho affermato tante volte e mi ripeto, che “la bellezza è una costruzione in fieri”.
Non ho cambiato idea ed è difficile che un pensiero libero possa distogliere lo sguardo dalla ricerca della bellezza.
Affermato ciò, bisogna dire che alcune cose conservano, quasi custodiscono il segreto della bellezza che viene riscontrato dai più e nei vari periodi storici.
Una, se non la principale, è la Semplicità.
Celebrata nel tempo da ogni cultura…
Cercata in potenza nelle più disparate forme…
Osservata nelle situazioni accidentali, occasionali…
Praticata in manifestazioni non manierate, stilizzate…
Verificata in contesti degradati e persi a ogni elevazione…
La semplicità, trovando sempre riscontro nel gusto e nel tempo, è una condizione necessaria della bellezza.
Possiamo allora affermare senza tema, che non la bellezza che è una costruzione a sussistere di sé, ma la semplicità.
Ella, variando in potenza e in atto, insinuandosi nei contesti più disparati, degradati o eccelsi, manifestandosi nelle condizioni meno costruite, è un in sé.
È quell’aseità condicio sine qua non, condizione necessaria e indispensabile senza la quale non può verificarsi e quindi riscontrarsi l’essenza della bellezza.
Certo, seppur l’elemento fondante, è una sola componente della bellezza.
Altri e altri ce ne sono e dipendono da cosa noi cerchiamo nell’osservazione, ma della semplicità non possiamo farne a meno.
Prescinderne.
Non c’è bellezza senza.
Una donna giovane, ammaliante, irresistibile…
Fornita di ogni archetipo del gusto, del consumo, del topos…
Accenderà ogni desiderio, tutte le passioni…
Farà commettere pazzie…
Ma se non conterrà in sé l’essenza della semplicità, sarà ogni cosa ma non potrà mai essere definita “una bellezza”.
Non faccio il critico, e non voglio fare esempi, cerco solo di penetrare col pensiero la realtà che osservo.
Ma se ne potrebbero riportare di casi a conferma.
La semplicità, allora, della bellezza la condizione prima.
Semplicità “caput anguli” della Bellezza.
Una donna, la semplicità, pietra angolare della bellezza, altra donna.
Meraviglioso femminile…
E se è vero che la Semplicità e la Bellezza sono caratteristiche del divino, la donna del divino ne è l’interprete più autentica.
Questa nota alla semplicità, alla bellezza e alle donne...
Inchino il mio sentire.


Michele (s. severo 13/03/2010 15.35.21)

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giovedì 11 marzo 2010

Vuoto…

Vuoto…

Tempo sospeso non regge il vuoto.
Spossatezza d’assenza che non copre.
Pensiero d’immagini prive.
Sequenze annullate.

Tumulti tumultuanti senza nessi.
Sconnesse emozioni di sprazzi offuscati.

Figure deambulanti, brume senz’orme.

Concetti sapienti d’inutili logiche.

Affastellate rovine d’una mente delirante.
Assassinii multipli di sentire grunge.
Sangue aggrumato di storia negletta.

Grida scandite percuotono l’udito.
Bocche deformi alitano posture.
Appestanti minuetti di gerontocrati fetidi.

Giovani visi sgualciti di viscido pallore.
Sforacchiate vesti di consunte viltà.


Michele (s. severo 11/03/2010 20.22.46)

lunedì 8 marzo 2010

Perché…

Perché…

Mentre stagno e nei veleni macero…
di te nutro il soccorso, e alla tua la mia tendo.
- Istruita è la mano che nelle corde pizzica il suono,
e del mistero… alto nel mio risuona il canto. -
Ti cerco e la mano non afferro…

Posso sì, è vero!
Eccola, prendila…
Solo tua, tua è la mia!

Ma so che nutrirei di delusione l’attesa, e pavido…
lascio morire nello slancio il cuore e pianto.

Il tuo nome invoco.
La tua voce anelo.
Bocca mistica ardo…
Passione aspergo…

Dalla tua fonte attingo forza, e cresce…
Cresce e trattiene nel desiderio il respiro…
e la volontà cede.

Nel tuo dolore rimbomba il mio e il passo appaio…
Precipito e l’illusione sgombra il cammino.

Destino di bellezza cinto è il mio...


Michele (s. severo 08/03/2010 19.45.57)

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venerdì 5 marzo 2010

Noi che c'entriamo...

Signori della Banda, sì voi!
Voi che avete appesantito la vita…
L’avete resa insopportabile per asfissia di prospettiva.
Di futuro.
Sgombrate i muri, i monitor, gli occhi di coloro che a causa vostra hanno da patire, dei vostri pingui faccioni.
Tacete, lasciate che gli orecchi scordino i sinistri articolati dei vostri scomposti suoni.
Zittite!
Risparmiate l’ingiuria a quell’esile velo che di precaria decenza ancor copre la mente di chi subisce la vostra quotidiana azione di demolizione.
Non per pietà, ma per conservazione.
Ci s’accorge quasi mai prima, del piede che precipita.
Ridete!
Sì, recitate!
Ancora, continuate…
Noi che c’entriamo?
Cosa c’entro io con voi?
Signori che avete fatto dell’Italia bordello, che volete da me?
Uomini che occupate gli scanni che il sangue dei martiri ha donato a me, che fate lì col petto in su a pavoneggiarvi?
Voi che del niente siete portatori, se non degli italiani affamatori e corruttori, pensate che qualcuno vi creda davvero?
Solo il bisogno - da voi reso infame - di coloro che avete assoggettato vi tiene in quel posto ancora per poco assisi!
La “gente”, quella della quale il fetido vostro alitare emette suoni, è violenta tanto quanto la vostra dappocaggine belluina.
Ve ne accorgerete tra poco, a prebende prosciugate, di cosa sarà capace la vostra “gente”.
Clienti, pezzenti.
Similes cum similibus…
I cittadini no!
Son altro e non tendono la mano.
Vi guardano dall’alto in basso a voi che per quanto impettiti, portate alito di sudditi-servi…
Livrea consunta di simili anni passati e bruciati.
Rogo e sputi a breve.
Esuli di libertà?
Trincerarvi ancora per poco potete dietro un legiferare che a manico d’ombrello girate e rigirate a piacimento.
Figuri che dell’uomo ogni sapore avete smarrito, e in Casta - ritrovandovi - vi siete riconosciuti, avete a voi davanti giorni assai pochi.
Ridete, ballate, stupratevi ancora “gentiluomini” di fede e di basso impero.
Infimi in mente, animo e cuore…
Dignità zero.
Elevazione nessuna.
E voi servitori nani, ballerini zoppi, eunuchi che dell’informazione avete fatto mescita per beoti, a chi passerete il vostro amaro calice?
Signori pariah, perché tale siete per infima vostra condizione, siete all’ultima festa.
Non sentite la musica che stride d’acciai e preghiere?
Sappiamo che cerume, ovatta e belletto v’hanno obnubilato mente, cuore e sensi…, ma l’impietosa pietas avanza, e travolge, stupra, annichilisce la pietà.
Voi che dell’ignoranza alzate fiero vessillo, certo non sapete del nuovo calendario e chissà che non sia giunta l’ora!?
Segni ce ne sono e tanti…
Sì, solo l’impunita arroganza vi ottenebra la vista.


Michele (san severo 06/03/2010 7.58.52)