venerdì 26 febbraio 2010

Dormire...

Ho bisogno di dormire questa sera.
Solo il sonno potrà sollevarmi da questo sentire astioso.
Neanche le menti che mi abitano, disposti spiriti a simposio, incidono questo veleno che scorre e cattura il corpo, i sensi, la follia.
Sì, costoro che la vita tedia.
Anni carichi di peso di uomini schiacciati da uomini, gravano.
Uomini umiliati da Dio invocano preghiere inascoltate.
Occhi prosciugati dall’assenza di pianto tendono gli sguardi.
Mani, mani, mani si elevano nel vuoto dell’esistenza.
Pensieri liberi, mai catturati in stormi sorvolano senza pace l’infinto racchiuso.
Il silenzio delle voci irrompe… e confonde la pazzia.

Il sonno per riposare.
Le tenebre per vedere.
I sogni per la narcosi.
L’amore per ingannare.

Anni stanchi di tempo vano, imprigionate il vostro affinché non defluisca inutile…
Tempo, che degli anni hai nutrito il nulla e l’hai esteso al tutto, rallenta il passo…
Il tempo è oro - diceva il maestro -, ma noi più ne abbiamo.
La sera è scesa e nella notte l’eclissi trama.
Chiudetevi, imposte.
Ho sonno, sonno, sonno…


Michele (s. severo 26/02/2010 20.45.39)

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mercoledì 24 febbraio 2010

Ora...



Ora…

Tu sei?
Allora donami l’inquieto,
sì, qui!
Ora.
Senti la foia che sfrega
la carne?
Sì!
Ancora?
Vuoi, ancora?
La bocca ti ferisce lo sguardo?
Senti… ansima.
Gode l’alito che scarnifica…
La sequenza dolcifica…
e nei battiti
l’abbandono graffia…
Ecco, perverso t’invade
il desiderio…
Sei all’eterna ricerca
dell’immacolato piacere…
e nel peccato
alimenti la voglia.


Michele (24/02/2010 16.53.00)





sabato 20 febbraio 2010

Signore...




Signore,
tu che riempi il mio tempo…
concentri ogni mia attenzione…
subisci le mie rampogne…
attizzi la mia rabbia…
pieghi il mio perdono…
interferisci con la mia vita…
incateni la mia mente…
Dimmi, lascia che io comprenda, o Signore!
Sono io che di te ho necessità?
Oppure tu che necessiti della mia?
Scioglimi, o mio Dio, da questo nodo!
Hai bisogno tu di me per glorificarti del tuo infinito Amore?
Della tua immanente Forza?
Incommensurabile Potenza?
Perché se così fosse, Signore, mi piegherei a questa tua necessità e accetterei il pesante fardello.
Invece, se…
Se così non fosse, non sarei io, Misero nel mio pusillanime amore, Povero nella mia insufficiente forza, Trascurabile nella mia inconsistente potenza, a Necessitare di te?
È cosa certa e inconfutabile che se tu avessi necessità di me, saresti un dio dimezzato non bastevole a se stesso, ma saresti solo per il mio tramite.
È possibile questo?
No, non è immaginabile perché il tuo Amore, la tua Forza e la tua Potenza sarebbero un mero espediente retorico per confermarmi io a te superiore.
Allora il problema risiede in me.
Tu sei aseità e basti a te stesso, e non può che essere così.
Io sono insufficiente a me, e cerco fuori di me quella Necessità che trovo in te.
Ecco, se io comprendessi questo non ti tormenterei più attribuendoti ogni mio bene e tutte le mie bassezze.
Non cercherei più in te la redenzione.
Sarebbe tutto risolto.
E invece la consapevolezza della mia Miseria, Povertà, Trascurabilità, della mia Finitudine, sono inaccettabili e mi riportano alla Necessità di te.
Cerco fuori di me ciò che non trovo in me.
Ecco, mio Signore, questa è la mia Miseria.
Trascuro la possibilità di poter essere bastevole a me stesso.
Perché?
Non posso io aspirare all’aseità?
Certo, ne possiedo tutti i requisiti, portandone della Necessità le stimmate.
Non avendo tu mai a me parlato ma solo io a te invocato, le Tue sono necessariamente in me.
Se sono in me al pari tuo Io sono aseità.
Basto a me stesso.
Sì, senza di te!
Ora…
Debbo solo prenderne atto e con la consapevolezza, farmi carico della Tremenda Responsabilità.
Perché solo in me sta l’Infinito amore, l’Immanente forza, l’Incommensurabile potenza.
L’obiezione, ma se io sono Finito, come posso realizzare l’infinito dell’amore, l’immanenza della forza, l’incommensurabilità della potenza?
La mia Imperfezione della finitezza individuale trova la Perfezione dell’infinito nell’Uomo.
Sì!, l’Uomo come continuum della specie.
Se Io mi osservo nella Prospettiva della continuità dell’Uomo: Realizzo Amore, Forza e Potenza.
Nella Trinità percorro la Divinità e raggiungo la Perfezione.
Alienerei la mia soggettività nella specie, o nell’indistinta umanità?
No, ogni uomo nella sua Libertà, Peculiarità, realizza in sé la Perfezione.
Amore, Forza e Potenza, le Necessità che danno la Perfezione della Divinità, che ci costituiscono Aseità, realizzano dell’escatologia il Senso.
Tutti aseità, dio di se stessi, che nella perfezione individuale realizzano il Dio Assoluto, che è della vita il Senso.


Michele (san severo 20/02/2010 18.27.26)




mercoledì 17 febbraio 2010

Nuda...




Nella bianca carne
nuda
lo sguardo scendeva
implume

aprivi risentita
il fiore
al desiderio d’infliggere
immotivata punizione
e
il comando muto
nell’infantile gesto
- coprire il rosso che stendeva
al bianco latte gli occhi avidi –
pudica determinazione
disattendevi

lucido il corpo giovane
al fremito panico
mostravi
e
della schiusa “ansimante visione”
il cuore impazzito
svegliavi


michele (17/02/2010 8.24.04)

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domenica 14 febbraio 2010

Colgo...

Della tua bocca insazia
nutro la carne e di brama
affondo ne la rosa tua …
schiusa s’offre a la vita
e nei passi miei nudi varca
del sogno tuo l’incanto.
Ora, terra d’arato campo,
colgo del seminato frutto
l’agognato.


Michele (14/02/2010 11.31.04)

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giovedì 11 febbraio 2010

Tela purpurea...

Tela purpurea che al ricamo narri
dell’amore nostro il tempo, il filo a
l’ago dei sospiri porgi, ché il moto
nel trapuntare diriga i suoni e legga

lo spartito dell’anime innamorate:
e l’ornate danze celebri di glicine
pianti, e di m’ama aliti in sfogliate
margherite s’oda, e di rose i petali,

corone perlate di baciati profumi,
la narrazione declami. E in pause
di silenzi mossi d’annuiti assenzi,
risate di proibiti frutti, cuci sapori

negati. Com’anche in volute, l’orli
segni di cromati canti, che melodie
antiche dipingono, e le sacre tube
squillano dei fiati di fieri flautisti.


Michele (s.s. 11/02/2010 12.55.55)

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mercoledì 10 febbraio 2010

Pencola il cammin d’anni…

Pencola il cammin d’anni…
e lasso
il morso scivola…

Sublime in versi de la bellezza il declino.
Ma sì bello resta il declivio che scendere
ancor ricrea lo sguardo e nel risalir dolce
è il passo che va commisurando beltade…

E il cor sparisce nelle pieghe stanche, che
aere dei gemiti nel desio sostano il tempo.
Fiera, di femminea luce gli scuri illumina,
e segni già visitati di novello ardor semina.

Tanto mi dice l’ascolto mio, e chieder no
puoi e voglio se e qual muove il pensiero.
Assaporo il piacer lento de le parole che
fluide invadono i sensi e il silenzio godo.


Michele (s. severo 10/02/2010 19.34.06)

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lunedì 8 febbraio 2010

Quando le parole...

Quando le parole più non bastano, avendo smarrito la consuetudine, il senso normale delle cose, ricorriamo a dei rafforzativi che ce ne conservano l’antico ricordo.
L’affermazione che potrebbe sembrare apodittica, è constatazione di cambiato senso delle parole.
E poiché il linguaggio è lo specchio d’una civiltà, noi siamo a una civiltà che no più per se stessa regge, e costretti a ricorrere a supporti per rafforzarla.
Mantenerla, con puntelli che ne danno l’aspetto incontrovertibile della sua ormai instabile precarietà.
Del suo disfacimento, imminente crollo.
Potremmo addurre esempi lontani da noi e allocare le giuste responsabilità, e alcun torto faremmo ai costruttori di modelli e parole e salveremmo le nostre anime, che belle ci conserveremmo.
Operazione che, oltre a salvare la nostra anima, ci metterebbe fuori dal sentir degradato.
Invece.
Mia madre, persona di nessuna cultura e analfabeta, ma d’intelligenza viva e pungente, severa nei comportamenti e misurata in ogni sua espressione, verso la fine della sua travagliata vita, un giorno dello scorso secolo, doveva essere l’anno 1992, recandomi io da lei e sentendo lei salir le scale, mi dette voce e, “Chi è il mio tesoro?”.
Risentito, perché mai tenerezza di tal misura nel mio già lungo corso avevo ricevuto, le risposi, “No, mamma, ti sei sbagliata! Il tuo tesoro non son mai stato!”.
Mi punge ancor oggi quella risposta anima, cuore e mente e mi duole. Me la rimangerei e mille volte e ancora mille le chiederei perdono, ma or più non posso…
Non c’entra alcunché con il ragionamento che stiamo facendo, ma ho tolto solo una spina…, per proseguire.
Quella donna così misurata, di parole parsimoniosa, di concetti asciutti e essenziali, aveva sentito il bisogno di un rafforzativo per chiamare il figlio, che solo nei momenti più armoniosi aveva avuto un nome.
Io, l’appellativo più tenero nei confronti dei miei figli, il loro nome che l’accompagnavo, e ancor lo faccio, col desueto “a papà”, addolciva il ruolo e gratificava il mio cuore e forse il loro ascolto.
Oggi mi scopro molto spesso a usare i termini tesoro, dolcezza, bella, amore e tanti altri attributi e appellativi che debbono consolidare, rafforzare il sentimento di padre che forse per se stesso più non regge.
Giudizi sintetici di tanti insegnanti, bravissimo, ottimissimo (sic!), campionissimo, e campionario di questo genere.
(Ragazzi intermedi non ce ne sono più.)
O “issimi” in positivo, oppure in negativo (solo alcuni e per lo più emigrati, zingari e bisognosi).
I giudizi sintetici di scarso, sufficiente, buono e ottimo non soddisfano più ci vogliono accrescitivi che rafforzano significati persi.
La normalità del senso è desueta, banale.
Quasi offensiva.
Alcuni personaggi televisivi sobri, Federica Sciarelli che conduce “Chi l’ha visto”, provate qualche volta ad ascoltarla, trattando argomenti che prendono alla gola, lei è costretta a usare parole, giuste adeguate, e poiché queste le sembrano non raggiungere l’abbisogno, ricorre con una frequenza ossessiva al rafforzativo “veramente”.
Michele Santoro, specie in estinzione del giornalismo d’inchiesta, supportando con le immagini le sue affermazioni e piovendogli addosso l’accusa di fazioso, ha bisogno continuamente di dichiararsi uomo di spettacolo e fazioso, per far passare la realtà nascosta dietro l’esagerazione. Un rafforzativo che raggiunge la scopo per sottrazione.
Noi, popolo di Facebook.
Qui il campionario è di una varietà infinita e per alcuni aspetti patologico.
Forse, essendo tutti noi realtà virtuali, dietro l’assenza della faccia, liberiamo la de cuius hereditate senza freni inibitori.
Tutti Speciali: termine ormai misero e logoro per troppo uso, non basta più e si assurge a Divino.
Il paragone col divino è condizione necessaria per la minima gratificazione.
Senza, è offesa.
Dio si spreca in ogni dove, nelle miserie più infime per darle parvenza di dignità.
Povero Dio!
Un dio amorfo che piega la sua essenza a ogni sembianza.
L’Amore, la Luce, la Particella divina…
Uomo e donna epifanie insufficienti che trasmutano in altro non giustificato dalla visione artistica.
Barbarismi che degradano il linguaggio e con esso il sentire.
Superlativi assoluti che diventano relativi.
Sostantivi che prendono suffissi che mortificano dopo aver strizzato orecchi e cervella.
Potremmo continuare ma mi fermo, avendo addotto una qualche giustificazione all’affermazione iniziale.
La normalità è bandita dal nostro pensiero, linguaggio e quindi dalla realtà.
Certo la trasformazione essendo in atto, non l’ha ancora resa omogenea. Ma su quella strada ci muoviamo.
Se avessi preso a esempio il linguaggio della politica, dell’economia, o il legislativo, amministrativo e altro, tutti ci saremmo eretti a giudici e l’avremmo sentito lontano da noi con incontestabili, buone motivazioni storiche e attuali.
Questi esempi minuti e a noi vicini, invece, dovrebbero spingerci a riflettere. Rivederci.
Emendarci, se ci è possibile.
La parola è il segno di una civiltà come nessun’altra cosa.
La normalità è il segno della salute di un sistema.
Quando le due cose si alterano un processo trasformativo è in atto.
E seppur la cosa per se stessa non dovrebbe allarmarci, nella situazione data preoccupazioni molto forti dovrebbero scuotere il nostro torpore.
Le trasformazioni di segni, linguaggio e civiltà son positive quando partono da un’esigenza sentita di popolo. Cioè, partano dal basso. Da una condizione oggettiva della realtà.
Questa nostra attuale è indotta dalla comunicazione unica, non plurale.
Una comunicazione che viaggia per sé, staccata dalla realtà.
La realtà è omessa, se non nella finzione, nella simulazione di essa.
Questo, per estrema sintesi, significa che il sentire degli uomini non si alimenta più del vero ma della sua proiezione falsificata.
E poiché l’uomo ha costruito se stesso sulla realtà effettuale, un così radicale cambiamento, che va a sostituire l’oggetto formante, porta alla trasformazione antropologica dell’essere umano.
Non più aequatio intellectus et rei, non nomina sunt consequentia rerum, ma “Il grande fratello”.
Né Orwell, né la miserabile fiction, ma la costante, persistente e assidua “realtà” che falsifica il Nous.

Michele (san severo 08/02/2010 11.27.45)

sabato 6 febbraio 2010

Un volto senza tempo...

Un volto senza tempo.
Peppino il Caselvecchiesse, il suo nome.
Non aveva età, non aveva nome.
Impassibile il suo aspetto, si conduceva agli ordini.
Tutti avevano da ordinargli qualcosa.
Anche Lauretta, sua moglie, donna svelta di gamba e parola.
Lei, i suoi comandamenti.
Tanto attenta, pulita e prodiga lei, quanto acefalo, pigro, passivo lui.
D’origine albanese entrambi, vivevano in un paesino del Subappennino Dauno, Casalvecchio di Puglia, a cultura e lingua albanese.
Era “a padrone” da mio padre.
Il più umile dei garzoni.
Gli altri, tutti avevano un ruolo e un compito, Peppino no.
Era al servizio di chi a ragione o torto lo chiamava.
Non era mai fermo, la sua lista non esauriva mai il compito.
Ma qualunque carico, non alterava il passo di Peppino.
Era costante nel tempo.
Non sentiva, non reagiva, ubbidendo faceva.
La sua unica libertà, forse: la pigrizia nella lentezza.
Amavo quel vecchio.
Bambino gli davo la mano e in silenzio con lui mi muovevo.
Masticava aglio da non appena metteva i piedi a terra, prima del sorger del sole, a sera quando posava il suo corpo sul giaciglio.
Non lo sentivi mai arrivare, se non dall’odore dell’aglio.
Non mi piaceva l’aglio, ma Peppino sì.
Così vincevo la nausea che mi dava, per il piacere di dargli la mano ruvida come roccia calcarea.
Ogni svista dei miei, era occasione per correre da Peppino.
Non so perché, ma la tenerezza che provavo per lui mi è rimasta come traccia indelebile.
Peppino a una determinata ora del giorno scompariva.
Nessuno lo trovava.
Poi riappariva e ogni rimprovero assorbiva imperturbabile.
Un pomeriggio molto caldo, correvo dietro una “farfalla regina”, il macaone, che io per bellezza così avevo battezzato, e nascosto dalla meta di “favarazzo” (foraggio di papiglionacee), stava Peppino.
Mi guardò e col dito mi indicò il silenzio.
Avevo un suo segreto da custodire.
Sapevo dove stava Peppino quando i suoi padroni lo cercavano.
Niente cambiò tra di noi, come potevo correvo da lui, gli davo la mano e in silenzio andavamo.
Mai dissi a qualcuno del rifugio di Peppino, mai andai a disturbarlo in quel suo appartarsi.
Solo tanto tempo dopo, da grande, ho capito che Peppino era Musulmano, e lì andava a pregare rivolto alla Mecca.
Un pomeriggio caldo, ma davvero caldo, tutti riposavano tranne io che stavo seduto su una pietra e Peppino che tornava dal suo nascondiglio.
Si sedette a terra vicino a me e in silenzio stavamo.
Ogni tanto la sua mano faceva il gesto d’allontanare le mosche e diceva delle parole a me incomprensibili.
Non aveva alcuna violenza quel gesto, sembrava più un invito.
Una preghiera.
Gli chiesi cosa diceva e lui: “Sciò, mosca, non ho la tua forza”.

***
Ieri mattina, conversando con una mia graziosa amica, di sensibilità, rispetto e cose simili, lei affermò che non avrebbe avuto mai il coraggio d’ammazzare una mosca.
Io le mosche le ammazzo e ne provo profondo schifo, fastidio, repellenza, risposi.
Oggi la memoria m’ha portato a Peppino, certo anche lui avrebbe, se avesse avuto facoltà di parola, affermato lo stesso concetto.
Avrebbe con il gesto della preghiera, invitato la mosca a lasciarlo in pace, non per essere egli a lei superiore, ma per dichiarata ammissione di debolezza.
L’uomo che s’inchina alla Natura e la rispetta.
Dedico con affetto alla memoria dell’uno e ammirazione dell’altra questo ricordo.
Due Bellezze.
Tanto diverse, ma…


Michele (san severo 06/02/2010 10.29.02)

venerdì 5 febbraio 2010

A l’amica Rita…

A l’amica Rita…

Infinita de la bellezza il canto,
il tuo cuor io sento, e in battiti,
l’auscultar che d’amor odo, di
noi fonde. Son de l’ormoni le

affinità elettive l’incipit? O che
l’interstizi de l’armonia sian’ei
a unir fiati di pensier staccati!?
Ove, ci potrem trovar risposta?

Soccorri a me, oh sentir! Ne le
nuvole, ove alma opera - stilla
a stilla - lai e dolor, rare gioie e
superiori oscuri, e liquidi aghi,

prismi antichi d’umano soffrire,
che volteggian celesti spazi, e in
sorte chi lievi e altri grevi fan il
pensiero? O pure nel cuor forte,

ne l’acuto ingegno, ne la libertà
ambita di pregna sobrietà pratica
e dolcezza donna di dimensioni
immense? Qui! Non v’è dubbio.

Michele (05/02/2010 17.30.31)

mercoledì 3 febbraio 2010

Or del tuo fior...

Or del tuo fior profumato,
morbidi petali, inebriami
il sentir che sale, e le nari
lente ascoltan tumultuosi

battiti; quand’occhi, desii
rapiti, lor ferman l’incanto,
e spirto alita t’amo, il sol
pensier di parole antiche.

Del vigil sonno risveglio
è sogno… e ondeggianti
corolle, odor di vessilari
rossi, amor seco chiaman.

Michele (03/02/2010 17.45.06)

L'Uomo, il Mistero, l'Io...

Sento la tua presenza stamattina, non puoi negarla.
Lo so che tu dissimulerai, non risponderai, mi inibirai, mi impaurirai come altre volte hai fatto.
So che sei subdolo e ricorri alla menzogna, al faceto, alla dissuasione burlesca e poi al terrore.
Ti ho sperimentato a mie spese e tante volte.
Ogni qualvolta il mio pensiero percorre alcune strade tu ti presenti e nelle maniere, che di volta in volta, la tua infinita fantasia intenta, mi svii e se non ci riesci, m’intimidisci e come per due volte hai fatto, mi terrorizzi.
Stamattina, tu ci sei.
E poiché hai capito che voglio con te fare i conti, mi frusti con brividi che mi paralizzano per spavento e terrore.
Lo sai che sono ostinato, e metto in gioco anche la mia vita.
Sì, tu mi risponderai!
Io ti sottoporrò a domande precise e darai risposte esatte, perché io adesso so comprendere anche i tuoi silenzi.
Ti sei presentato la prima volta nel tuo aspetto terrificante e son caduto come morto.
Imponente nella tua statura uomo, travalicavi la sua forma per stazza, possanza e certezza.
T’ho osservato negli occhi, cosa che tu certo non sopporti, e in una frazione di secondo, mi ti sei parato davanti, e la tua fisicità m’ha atterrato facendomi cadere come cosa morta.
Ho passato giorni e mesi di terrore e non son più tornato su quei pensieri.
Lo spavento bloccava le mie sinapsi.
Una mattina al telefono con una mia amica, stavo per affermare ciò che di te avevo compreso, e una paura immotivata m’ha fatto sviare il discorso.
Avevi vinto, ma non ti bastava.
Il pomeriggio mentre riposavo, sei venuto e m’hai fatto comprendere la morte.
Me l’hai fatta vivere forse per alcuni istanti, per una eternità, non lo so ma ne ricordo il sapore del tremor d’essa e tutta l’angosciante oppressione.
Il pensiero così spaventato, non è più tornato su quegli argomenti.
Credo però che lavorasse di suo, ogni tanto emergeva in superficie e tu con brividi ammonitori, mi dissuadevi.
Oggi son pronto ad affrontarti e tu mi risponderai.
Penso proprio che lo farai.
Ho compreso cose accadute prima della mia nascita, e le ho descritte con l’esattezza di un chirurgo che rivede al rallentatore il suo intervento più riuscito.
Ho percepito volontà assenti che hanno e m’hanno per maraviglia sconvolto.
E tu hai taciuto.
Ti sei presentato, quando ho cercato di capire come tutto ciò fosse possibile.
Non quando brancolavo nel buio, ma allorquando si stavano materializzando percorsi comprensibili dalla Mente.
Ho pensato che tu fossi il Mistero e che hai reagito nel momento in cui stessi per profanarti. Cosa legittima e probabile.
Però questa, seppur comprensibile spiegazione, non ti ha smosso.
Se tu sei il Mistero, e io ti riconosco la sovranità tu godi, diventi smisurato…
Così come ti sei presentato tronfio e di te immenso, se tento di aprirti però, tu reagisci.
Mi paralizzi, bloccandomi e mi minacci.
Perché?
Tu non rispondi, ma te lo dico io!
Perché tu sei il mio Io.
Tu, mio io, ami che io ti veneri nel mistero avvolto e ti collochi all’infuori di me.
Affinché io mi nutri del mio terrore, della mia minorità, della stessa mia ignoranza e veneri ciò che invece mi disconosce Dio di me.
Ecco, Mistero, chi sei tu!
Tu sei la memoria della materia che si trasmette nella sostanza della vita da genitori a figli.
Memoria che risiede solo nella genetica e in nessun altro posto.
Ma comprendere questo, significa riconoscere la morte individuale che tu, mio io, non puoi accettare.
Sarebbe la morte della soggettività per eternarsi nella materia.
Ammetterei la mia finitezza e la mia Mente creatrice non l’accetta.
Il mio mistero sei tu, la mia mente che non s’accetta finita.
Nel suo smisurato orgoglio non vuol prendere atto che essa è funzione di natura e che con essa nasce, vive, degrada e muore.
Tutto il formidabile Mistero, sarebbe in una semplice e misera cellula che si duplica, e francamente è inaccettabile.
Come non pensabile per questo trofico io, mistero, diluirsi nel Senso ( escatologico per intenderci) della memoria, cioè conservare il proprio Fine nella cultura.
Il sapere.
È vero, è faticoso e non soddisfa quell’eternità individuale che è l’inganno dell’uomo.

Michele (san severo 03/02/2010 9.04.09)

martedì 2 febbraio 2010

Tutti, oh mio Dio, ti invocano e ti tratteggiano...

Tutti, oh mio Dio, ti invocano e ti tratteggiano.
Dei più disparati contenuti ti ritaglian le forme.
Acqua, Luce, Vita, Amore, Bene, Libertà…
Sei tutto!
Tutto ciò che è umano a te viene attribuito.
Se così è, non è più facile affermare che Dio è l’Uomo!?
E se Dio è l’Uomo, non è vera l’affermazione che l’Uomo è Dio!?
Questa inversione non rivoluzionerebbe il pensiero?
Non spingerebbe l’Uomo davvero a praticare tutto ciò che t’attribuisce?
Sapendo che egli è Dio, non ne assumerebbe le sembianze?
Non lotterebbe il male che adesso spande a piene mani, nell’attesa del tuo perdono?
Perché non glielo spieghi ai Profeti e Predicatori di te!
A coloro che vestono i tuoi paramenti su troni d’oro?
Perché non ti dichiari a chi ti cerca in chissà dove e razzola nell’indecenza?
Digli tu sei Dio e hai l’obbligo di amare il tuo prossimo!
Tu sei Dio e devi rispettarti, emendarti dall’immoralità che ti divora!
E poiché Dio è ogni uomo se tocchi l’uomo sei un deicida!
Se porti via i bambini haitiani, Dio in fieri, distruggiti!
Perché se non lo fai tu, tu con le tue mani, io mi sostituirò a te…
E non invocare Perdono e Libero Arbitrio!
Mai io te l’ho dati!
Solo, da solo te li sei donati.


Michele - senza dio - (02/02/2010 20.51.23)