giovedì 14 maggio 2009

Una donna d’aspetto composto, di lineamenti fini, di retaggio antico ma ancor piacente, attuale s’avanza barcollando.
Vorresti chiederle di cosa abbisogna, soccorrerla.
Ma i suoi occhi vedono assenti.
Una barriera di respingimento l’avvolge.
Resti lì a guardare impotente la caduta che vedi imminente.
Ecco, poggia il ginocchio a terra…
Tenta con eleganza di rialzarsi…
Il tentativo la priva delle ultime forze e languida, molle cede.
Stai per correre a prestarle aiuto, ma una schiera di uomini in camice bianco le si parano intorno e non ti dà la possibilità d’avvicinarti.
Siamo noi i medici… siamo noi i medici...
Urlano.
Una folla immensa e rumoreggiante si raccoglie.
Sbucano dal nulla uomini in divisa e ronde che non ti fanno avvicinare.
Solo coloro in camice bianco possono soccorrerla.
La gente accorsa parteggia per i vari soccorritori.
Vinco la mia ritrosia e m’approssimo alle transenne.
Orrore!
Dio mio, che scena!
I soccorritori sono degli antropofagi: i loro volti sono intrisi di sangue della vittima; dalle loro bocche pendono brandelli di carne strappata.
E i loro ghigni producono rumore di riso…
E levano in alto le mani pieni di carne asportata…
E la gente stipata urla, incita, parteggia…
Ridono, tutti ridono.
Mio Dio!
Michele Cologna (14/05/2009 9.19.30)

martedì 12 maggio 2009

Il poeta e Benedetto Croce

Da quando ho traslocato, mi sono definitivamente trasferito nella casa di campagna, ho dato ai miei libri un nuovo ordine che mi sembrava più razionale di quello che per decenni mi ero costruito nella mente prima e poi nei scaffali.
È inutile dire che non trovo più nulla.
Mi dispero, ma mi resta solo la disperazione perché i libri non li trovo.
Spero che quest’estate quando vengono i miei ragazzi, mi aiutino.
Ho tutto in mente l’ordine precedente: io dico come disporli e loro lo eseguono.
I libri pesano quando devi farli tuoi, pesano ancor più quando fisicamente li devi sistemare. Dalla capacità di abbassarmi per prendere quelli più in basso, misuro i giorni che passano.
Non trovando più nulla vado a memoria.
Benedetto Croce in uno scritto e non ricordo quale, affermava grosso modo questo: “Tutti gli uomini – donne comprese, è chiaro – fino ai diciotto anni si cimentano con la poesia. Dopo quest’età, quelli che restano a poetare si possono dividere in due categorie: i poeti veri e gli imbecilli”.
Se non sono proprio le parole del grande filosofo, questo ne era il senso.
I poeti veri, beh! È chiaro che facciano poesia.
Gli altri, gli imbecilli, quelli che fanno poesia, o lo fanno per maniera ed ancora un po’ di rispetto gli si deve, cercano di guadagnare soldi; oppure lo fanno per apparire quello che non sono, ingannando il loro prossimo.
A questi nessun rispetto è dovuto, anzi ferma condanna.
Questa lunga premessa, per dire che non sono un poeta, perché so di non esserlo.
Non sono, credo, un imbecille – almeno nel senso crociano – per cui non mi metto a poetare per non avallare Croce, ma essenzialmente per non essere ridicolo anche da questo punto di vista.
Già gli uomini sono abbastanza ridicoli senza l’aggravante di credersi poeti.
La mia amica, Rosa, ieri ha pubblicato su facebook degli album di fotografie e mi ha invitato a commentarle.
Io ho solamente risposto cliccando su “mi piace”.
La mia bella amica Rosa, certamente delusa, ha scritto “neanche un commento mignon, Michele?”.
L’ora era tarda e non ho potuto rispondere.
Lo faccio ora.
Cara Rosa, non so quando voluto – scusami, ma io credo involontariamente -, tu ieri in quelle immagini hai sintetizzato l’esistenza nella sua crudezza della realtà, nella sua bellezza della realtà, nella sua tragedia della realtà.
Potevo io commentare, potevo avere la presunzione di liquidare con un commento imbastito lì per lì la Vita nella sua poesia?
No!
Perché non sono un poeta e non sono un imbecille (almeno nel senso prima descritto).
Una bambina bella pacioccona, morbida che mi sorride da una foto scaturita dalla memoria…
Una giovane donna che signorinella sorride lieta della sua età e della sua gioia ancora inconsapevole d’essere, che somiglia alla bambina pacioccona scaturita dalla memoria e per certo non lo è…
Una donna che somigliante alla signorinella sorridente gioiosa della propria spensieratezza, sorride velata - da un balcone di villette a schiera - già modificata dal tempo che tutto travolge e segna…
Una donna, sconvolgente nella sua bellezza di vecchia, che conserva il volto della bambina pacioccona scaturita dalla memoria e non lo è come non è la signorinella spensierata e la donna al balcone dal sorriso adombrato…
Poiché non sono poeta, Rosa, ma so leggere la Vita e tutta la poesia che essa emana, irraggia, comprende nel bene come nel male, nell’odio e nell’amore, nella grazia, nella gravità, nel decoro e nella finitezza di ogni cosa…
Non essendo, quindi, poeta per liquidare il tutto con dei versi illuminanti, travolgenti che avrebbero subito scolpito nella pietra il sentimento, ho molto riflettuto e l’unica cosa che meglio esprimesse lo stato d’animo del momento, che mi è venuta in mente è stata la frase di Anna Magnani, in età già oltre, al proprio truccatore: "Non mi togliere neppure una ruga. Le ho pagate tutte care".
Per una questione di discrezione, non sapendo come uno potesse interpretare una frase così criptica, l’ho scritta sulla mia bacheca.
Ho pensato Rosa leggendola, capirà.
Forse era troppo azzardato il mio percorso mentale e la mia cara Rosa s’è sentita trascurata.
No, bell’amica!
Tu hai creato un circuito d’immagini che in pochi secondi ha sintetizzato non la tua esistenza, ma l’esistenza.
L’esistenza di tutti noi.
Io te ne sono doppiamente grato, Rosa: perché oltre la poesia alla quale mi hai fatto assistere, hai a me consentito di chiarire che non sono poeta, forse neanche imbecille, e che non cerco di piacere a tutti i costi.
Ad libitum
Michele (12/05/2009 12.18.44)

domenica 10 maggio 2009

Auguri alla mia mamma, a tutte le mamme

Eravamo in attesa.
Tu, mamma, eri quella più serena.
All’insaputa tua chiamavo tutti i giorni: “Non ancora è pronto”.
Una mattina, “Sì, è pronto! Si rechi presso l’Ematologia di quest’ospedale”.
“Lei è il figlio?”
“Sì.”
“L’esito è positivo. Sua madre ha un tumore al sistema linfatico. Si chiama Morbo di Hogking. È un tumore dei bambini. I bambini al 75, 80% guariscono. Sua madre, avendo sessantotto anni, non può subire la stessa terapia radicale che viene fatta ad un bambino. Però, proprio per la sua età, il tumore sarà meno aggressivo e con una terapia di mantenimento potrà morire anche di vecchiaia e non di questo male.”
La mente razionale rincuorava il cuore che non capiva e le lacrime scendevano copiose, come ora che ne scrivo, mamma.
Tutti i fratelli - tuoi figli – decidiamo: “È giusto che lei sappia la verità. È giusto che decida lei con noi cosa fare”.
Venni incaricato io di parlartene.
È chiaro, ero l’intellettuale – quanto ironico sarcasmo nel tempo, ora utile - della famiglia avrei trovato senz’altro le parole giuste. Per due giorni non riuscii a mettere insieme un pensiero, mamma.
Dovevo pur dirtelo!
Così la mattina che del terzo giorno, “Mamma, hai un po’ di tempo? Sediamoci, così parliamo più comodamente!”.
Uno di fronte all’altro, la tua mano nella mia: com’era piccola nella mia, mamma! Scompariva. La sentivo tenera nei segni duri dell’età e della fatica. La testa era vuota. Non sapevo cosa dirti. Dovetti lasciartela e il pensiero mi tornò.
Ti dissi esattamente quello che mi aveva riferito il primario dell’Ematologia.
Il tuo sguardo s’impietrì.
Non riuscivo a leggerlo.
Ti ho detto parole partorite dalla Mente Razionale, mamma, perché il cuore era muto. Ma non credo che tu abbia decifrato un solo senso nel fruscio del parlare vuoto.
Lo sguardo tornò normale e mi è sembrato che tu rincuorassi me.
I due anni seguenti furono un Calvario senza fine, mamma.
Dove tu trovassi tanta forza, non lo capivo.
Dal tuo letto d’ospedale mi parlavi. Mi parlavi.
I tuoi occhi luminosi e ancora di fanciulla, erano finestre sul mondo.
Mi raccomandavi cose che ovvie alla ragione, avevano la forza di bloccarmi il cuore.
Le tue parole entravano in esso e lui cresceva, cresceva…
La tua forza concreta, la tua umanità delle cose erano filosofia che nessuna scuola di pensiero aveva ancora codificato.
La tua commozione per Lucia, una ragazza di vent’anni che stava morendo e oggi incontro ancora per la strada, ti commuoveva più della tua vita che stavi consegnando a Dio.
Io mi sarei lasciato morire, mamma.
Il tuo martirio mi faceva impazzire. Non lo comprendevo.
A nemmeno tre ore che esalassi l’ultimo respiro - la notte tra il 16 e il 17 aprile del ’94 - in un momento di risveglio, chiedesti “quando andiamo a fare la terapia?”.
Non volevi andartene, mamma.
Quest’ultima tua richiesta per molto tempo non comprendendola, mi fece maturare la convinzione che tu fossi morta disperata, mamma.
Invece dopo, molto dopo, quando le tue parole di mamma hanno maturato il mio cuore alla comprensione del mondo, ho capito che quel tuo legame alla vita era il tuo estremo atto d’amore.
Mi chiedesti più volte di prendermi cura del tuo figlio sfortunato, mamma.
Ti dissi di sì e di non preoccuparti altrettante volte.
Ma ora so che tu non mi credesti neanche come bugiardo, perché io ti rispondevo con la testa e non col cuore, mamma.
E tu lo sentivi.
Dopo anni che mi prendo cura del tuo figlio sfortunato, Giovanni…
Una domenica mattina di qualche mese fa, mamma, mentre lavavo il tuo figlio che si era sporcato e la rabbia furiosa mi pervadeva ogni cellula, ogni atomo del mio corpo e una violenza incontenibile mi divorava…
La nuca del figlio tuo mi si mostrò come quella del Figlio di Maria, colei della quale tu porti il nome, e una calma serafica mi penetrò.
In un attimo compresi il tuo sguardo pietrificato al momento della notizia del male, la tua richiesta di terapia a poche ore dalla morte, il tuo parlarmi e parlarmi delle cose della vita in ospedale.
Tu già sapevi che solo io potevo prendermi cura di Giovanni e hai insegnato al mio il cuore della mamma. Non eri ancora certa del tuo ammaestramento e dubitavi.
Ora sai con certezza, mamma, che sei stata ottima insegnante.
Voglio dirti, però, che troppo pesante è il fardello di mamma per il cuore razionale, leggero, fragile, superficiale dell’uomo, mamma.
Auguri!
Michele (10/05/2009 9.20.59)

O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio,
figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustiato?

venerdì 8 maggio 2009

Una breve camminata con Franceschini

Ospite di mia figlia a Ravenna, dopo la trasmissione di Santoro, Anno Zero, piuttosto annoiato, preoccupato, quasi angosciato, non avendo sonno, son uscito a fare una passeggiata per il centro storico.
A quell’ora deserto, certamente m’avrebbe scaricato un po’ di tensione.
Passeggiando, “se la Bonino, però, uscisse da quel partito e creasse un movimento radicale, forse un pensierino ce lo farei. Ha avuto il coraggio d’apparire bigotta di fronte a modernisti alla Palombella, beh! vuota come il marito e a quel servo ben pagato di Ghedini”.
Questo, andavo pensando, quando dei passi alle mie spalle mi fecero girare preoccupato.
Toh, Franceschini!
F. Ciao!
M. Ciao, non avevo sonno e ho pensato di fare una camminata rilassante.
F. Piace anche a me rilassarmi un po’ prima d’andare a dormire.
Un po’ di silenzio imbarazzato.
F. Leggo, sai, quello che scrivi!
M. Sì!
F. Spero che tu cambi idea. Non è possibile che una persona impegnata come te faccia un discorso come il tuo sul non voto. Ci stiamo muovendo. Stiamo facendo tutto il possibile. Non ci pensano minimamente. Hanno i voti per fare tutto quello che vogliono. Vorrebbero il nostro coinvolgimento solo per dire sì alle loro proposte. Abbiamo spinto su molti provvedimenti in favore di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese. Cosa dobbiamo fare di più, non lo so!
M. Le piazze! Ci avete pensato qualche volta?
F. Ma se non riusciamo neanche localmente a mettere insieme quattro gatti!?
M. E vi siete chiesto perché! Vi ha sfiorato mai la testa il pensiero che le persone percepiscono tutti i politici alla stessa maniera? Hanno torto? In che cosa si differenziano gli amministratori del PD da quelli degli altri partiti? Mariuoli gli uni, mariuoli gli altri. Incompetenti gli uni, altrettanto gli altri. Ma vi rendete conto che basta che parli un Loriero e perdete, se ve n’è rimasta, ogni briciola di credibilità!?
F. Mah…
M. Senti, facciamo finta che siete diversi dagli altri! Come vi muovete hic et nunc, dicevano i latini!
F. Continuando a fare proposte…
M. Ci sta un sedile lì, Franceschini, se vuoi ci sediamo un po’. E poiché io ti ascolto sempre e, io sì, ti leggo, voglio che tu ascoltassi un poco me.
F. Va bene!
M. L’Italia è in crisi profonda. Nessun aiuto viene offerto alle famiglie, ai più deboli. Promesse… tante, leggi vuote che non trovano pratica applicazione. Tanti sacrifici e basta. Si è davvero alla disperazione. Vecchi che si tolgono dalla loro bocca quel poco che hanno per far campare figli e nipoti. Cittadini che sbattono con bollette della luce e del gas in mano aumentate a dismisura che non possono pagare. Hai mai provato a telefonare all’Enel e all’Italcogim, o alla Telecom? Ti sei mai affacciato in un’ASL? Hai mai ascoltato il pianto di chi non può mettere il piatto davanti ai propri figli? Hai mai provato tanto disgusto da preferire la morte ad un’altra giornata di vita?
Franceschini, sai cosa significa il disorientamento? Sai cosa vuol dire non comprendere più in che mondo si vive? Sai come ci si sente quando nessuna speranza ti attraversa più?
Se le cose stanno così, Franceschini, che state a fare ancora in Parlamento? Lo sai che anche dalla opposizione, con la sola presenza avalli questa situazione?
F. Cosa dovremmo fare, secondo te!
M. Franceschini, se è vero che non siamo più nella ordinarietà, ma nella straordinarietà vanno prese misure adeguate. Se ti crolla la casa in testa scappi, e non vai a prendere la trave per sostenere il soffitto. Se avete provato tutte le soluzioni praticabili e questi hanno tirato avanti come bulldozer incuranti di ogni suggerimento, è inutile gridare in Parlamento contro le leggi razziali, le leggi ad personam, il conflitto d’interessi, decretazione d’urgenza, leggi senza copertura di spese et cetera.
Si passa ad una strategia più efficace. Per esempio, impedire il funzionamento della regolarità parlamentare con l’abbandono dell’aula fino a quando non si ritornerà alla legalità. Ancora, un presidio permanente davanti al Parlamento di eletti e cittadini. Manifestazioni in continuazione in tutte le piazze d’Italia. Far percepire ai cittadini che non è morta la speranza. Che c’è ancora qualcuno che non si è omologato. Che al di là pure della necessità immanenti, vi sono dei principi per i quali ci si deve battere perché sono irrinunciabili per la civiltà alla quale non vogliamo e dobbiamo abdicare.
Insomma una Resistenza nelle Piazze e nelle Istituzioni.
È inutile credere ancora che questo governo sia recuperabile alla democrazia. È sciocco predicare che non siamo in un regime. È colpevole acquiescenza fingere che le cose non vanno bene ma…
Lo percepite l’imbarbarimento quotidiano di ogni sentire civile? Lo sfascio che ci sommerge?
La nausea di vivere? Il razzismo che sta fagocitando le anime dei cittadini di questo Paese? L’illegalità ad ogni livello?
Voi, Franceschini, siete illegali!
Non provate riprovazione per voi stessi che sedete in Parlamento da abusivi perché nominati e non eletti. Non vi sentite colpevoli di calpestare voi per primi la Carta Costituzionale?
È costituzionalmente legittimo il governo Berlusconi?
Lo sapete benissimo che non lo è!
Non vi vergognate che uno di voi, pur abusivo, percepisce in un mese quello che un lavoratore qualificato, specializzato prende in un anno?
Quanto valete voi più degli altri cittadini?
È vorreste con questo curriculum rendervi credibili nel contrastare il Malfattore?
A voi non vi interessa in nessun modo il sentire delle persone, interessa solo il vostro privilegio.
La vostra perpetuazione!
Ma siete ormai in via di estinzione, perché tra poco la folla inferocita vi spazzerà via.
Sì, Franceschini, il livello di sopportazione è saturo!
Sareste…
Una scossa di terremoto fa tremare la panchina sulla quale stiamo discutendo, il tremore…
Santo cielo, sono terremotato!
No, mi sono solo in poltrona addormentato!
Ringrazio Dio, per il pericolo scampato.
Che bello, anche la rima ho ritrovato.
Michele (08/05/2009 15.09.43)

giovedì 7 maggio 2009

La Mediocrità al potere

Sulla prima pagina del Giornale di oggi campeggia una foto del Padrone con sopra scritto “Vi sembra un Hitler, questo?”.
Potrei anch’essere stato impreciso nel riportare il titolo alla lettera, ma il senso non cambia: è mai possibile – si chiede il Giordano, direttore - che un uomo come questo possa essere paragonato a Hitler?
L’interrogativo mi ha portato alla mente una domanda che molto giovane feci ad un grande antifascista della mia città - San Severo (FG) - Carmine Cannelonga.
Uomo straordinario che ho avuto la fortuna di conoscere, e il privilegio di stare, lavorare alcuni anni insieme.
Il suo ricordo che non mi abbandona mai, è accompagnato dal rimorso per non aver esaudito una sua richiesta.
Mi voleva bene Carmine, e voleva che io gli ordinassi e mettessi in italiano corretto – bontà sua! – le proprie memorie.
I tanti impegni e forse il non sentirmi adeguato all’impresa, mi portarono a rinviare sempre l’inizio del lavoro e a formulare promesse mai mantenute.
Carmine, che era una mente eccelsa, mi disse pure che mi avrebbe seguito lui passo passo.
Non voleva che le sue memorie fossero gestite da persone delle quali non si fidava.
Durante il confino egli era su alcune strategie in dissenso con le posizioni ufficiali del partito.
Si batté e risultò perdente nello scontro impari con esso.
Ebbe ragione con i fatti che seguirono, ma sapeva bene che questa sua posizione, andando le “carte sue” all’Istituto Gramsci, non avrebbe trovato cittadinanza.
Ci teneva a marcare questa differenza. Ne era orgoglioso.
Le “carte sue” finirono all’Istituto Gramsci… e io me ne porto il dolore.
I suoi ricordi integravano e rendevano plastica, visibile la Storia.
Parlava la mente razionale dell’uomo, parlava il cuore generoso e la sua memoria scorreva formidabile.
Conoscevo abbastanza degli antifascisti, volevo sapere dei fascisti della mia città.
Me ne parlò con dovizia di particolari. Dipingendoli.
Mi parlò, indicandomeli, quelli ancora in vita. Degli altri, quelli scomparsi e che avevano avuto un ruolo nella vita politica e sociale del periodo, me li descrisse nei mestieri, nelle famiglie, nella roba, nei tic inconfessabili e in quelli appariscenti.
Sapeva tutto di tutti e non un solo giudizio volgare o di rabbia uscì mai dalla sua voce.
Mi sorprese il suo distacco nel parlare di chi gli aveva fatto del male. Di coloro che l’affamarono e il parsimonioso e grato riconoscimento di chi di parte e anche di parte inversa l’aveva in qualche modo soccorso.
La cosa che mi sorprese, pur non parlandone con lui, è stata la mediocrità, l’insignificanza degli uomini che più si erano contraddistinti nel propinare il male.
Il male partorisce dagli uomini non uomini. Dai non caratterizzati. Dagli uomini pezzenti d’animo.
Dagli uomini asociali. Dai bigotti. Dagli individui non formati. Dagli ignoranti non per cultura ma per umanità.
Il male è banale. Non parte da un’ideologia, dopo lo veste di quella che gli è più congeniale per nobilitarlo.
Sono i piccoli, gli insignificanti uomini a fare grande il male.
Le idee pezzenti. Quelle inconfessabili. Quelle che ogni uomo affoga nel fondo del suo pozzo e non tira mai a galla.
Gli uomini, ma non chi ne veste solo le sembianze!
Sorpreso della scoperta iniziai a consultare quanti più libri mi capitarono sull’argomento.
Ebbene il male assoluto può pervenire solo dalla Mediocrità.
Consultate tutti i libri che volete vi condurranno a questa conclusione.
Ebbene, Giordano freudianamente, incappando in un lapsus freudiano ha indicato esattamente l’uomo che può fare tutto il male possibile a questo Paese.
Sì, Berlusconi!
Perché egli è la Mediocrità incarnata nell’uomo.
È l’uomo più pezzente possibile, perché è pezzente anche nella sua mediocrità.
Hitler era proprio un pezzente suo pari. Gli mancava solo la quantità di denaro a disposizione del pezzente italiano.
Per il resto mediocre l’uno, mediocre l’altro.
Pezzente l’uno, pezzente l’altro.
San Severo, giovedì 7 maggio 2009

domenica 3 maggio 2009

A Veronica Lario, donna ritrovata

Ci sono gesti che riscattano una vita e pensieri che danno significato ad un’esistenza.
Il gesto va consumato, perché la vita è cammino insieme a coloro che non ci siamo scelto.
Il pensiero dà intrinseco significato ad un’esistenza, perché essa è solo nostra ed è a noi che dobbiamo giustificarla.
Michele Cologna (03/05/2009 9.49.51)

sabato 2 maggio 2009

A Cesare Bornaghi, per il tramite di Piero

A Cesare Bornaghi, per il tramite di Piero
Mio caro amico Piero,
le letture ci aiutano a riconoscerci, ci chiariscono ciò che sentiamo, a volte ci rivelano anche a noi stessi.
Ci sostengono nelle decisioni, ci arricchiscono, ci distolgono lo sguardo o ci aiutano a comprendere quand’esso per fissità, per mancata motilità si perde.
Quando l’Uomo afferra l’inafferrabile perdendosi, noi non possiamo che smarriti piangere le lacrime del mondo perché con la perdita perdiamo di esso il senso.
Per esperienza vissuta, essend’io un sopravvissuto alla catastrofe, ti dico ciò che è stato per me l’impedimento.
Lo scalino insuperabile.
Non l’amore per me, non l’amore per i miei cari, nessuna sacralità.
No, la generosità.
Nemmeno la riprovazione estetica che è forse la componente essenziale del grumo degli impedimenti.
L’altruismo, è stato.
L’altruismo che m’alberga più forte dell’egoismo.
Sono degli altri, Piero.
Non sono mio.
L’altruismo mi ha salvato condannandomi a vivere.
A bere fino in fondo l’amaro calice.
Questa lettura di me, mi ha riportato a rileggere attentamente Primo Levi.
Gli anni non gli avevano perdonato che egli fosse sopravvissuto ai tanti.
Ai più.
Non si perdonava il suo egoismo che l’aveva salvato.
I “Mussulmani” non gli davano tregua.
Il rimorso gli divorava l’Io che l’aveva tirato fuori dall’abisso degli altruisti.
Ha ripudiato il se stesso egoista con l’atto estremo dell’egoista.
Michele Cologna
sabato 2 maggio 2009