Signor Berlusconi,
lei ieri, al funerale delle povere vittime del terremoto, si è distanziato dalla postazione delle Autorità, è andato tra gli uomini comuni per partecipare da Uomo al dolore.
Il Gesto importante l’ha spogliato della carica e l’ha portato a me come uomo.
Colgo l’occasione al volo: all’uomo Berlusconi da molto tempo avrei voluto parlare.
Ed è all’uomo che questa lettera è indirizzata.
Forse lei non la leggerà mai!
Potrebbe anche capitare di leggerla, ma io credo che lei la ignorerà!
Se non dovesse farlo la sfido a confrontarsi con me come uomo.
In qualsiasi posto vuole lei, privato o pubblico.
Non sono mai apparso in TV; non mi piace l’esibizione; sono incline alla solitudine, al pensiero; mi troverei a disagio in un dibattito pubblico.
Non fa niente, berrei fino in fondo questo amaro calice per smascherarla.
Lei ha le caratteristiche di un uomo ma non le qualità.
Ieri lei ha pianto.
Ha pianto lacrime false.
Non riesce a commuoversi neanche per le sue scene.
Sono un esperto in materia e posso dirglielo.
Il suo pianto sa qual era?
Il pianto di un bambino che vuole qualcosa, e poiché sa di non poterla chiedere esplicitamente alla mamma o al papà spinge i suoi cari a porgli la domanda, cosa è successo piccolo?
E come fa ad arrivare a questo risultato?
Usando la tecnica che ha usato lei.
Mette la mano sugli occhi. Si agita. Atteggia il volto a sofferente. Frigna.
Il cuore di mamma è grande: si avvicina, gli fa una carezza e… piccolo di mamma perché piangi?
Vorrei… e fa la sua richiesta.
Non si nega quasi mai niente a un cuore sofferente.
Lei chiedeva la credibilità che sa di non poter avere da quelle persone martoriate nel corpo e nell’anima.
Sì, da quelle persone che l’altro ieri lei voleva mandare in villeggiatura al mare.
Vuol sapere da chi sa, ha conosciuto il dolore perché dell’uomo aspira alla qualità, com’esso si presenta!?
Il dolore quando arriva ti pietrifica.
Il volto non ha espressione.
Le lacrime scendono e tu non te ne accorgi.
Gli occhi sono fissi.
Le palpebre non sbattono più.
Non ti muovi.
Non esisti.
Il dolore ha sostituito la persona.
Sei in trance.
Quando ritorni alla vita sei svuotato.
Il viso è scavato.
Sei statua di sale.
Sei stanco perché hai combattuto tutte le battaglie del mondo e sei uscito battuto.
Tutte le guerre perse pesano sulle tue spalle.
Sei sfinito.
Devi rifugiarti lontano da ogni rumore, da ogni voce, ogni segno di vita.
Non si sopporta lo stridore tra la morte dentro e la vita fuori.
Il seguito, signor Berlusconi, glielo esporrò a voce se avrà l’onestà d’incontrarmi.
Le augurerei Buona Pasqua se lei conoscesse il significato della Resurrezione.
Non lo faccio perché lei non è mai morto per risorgere.
Michele Cologna
sabato 11 aprile 2009 ore 10.07.00
sabato 11 aprile 2009
venerdì 10 aprile 2009
Auguri
Ogni civiltà, ogni popolo festeggia la propria Pasqua.
La festa assume contorni differenti in base agli usi e costumi, ma non tradisce mai il suo Senso, la Liberazione.
La Resurrezione dell’uomo.
Le religioni che hanno il pregio o il difetto – dipende dai punti di vista – di interpretare i bisogni, le necessità, le credenze degli uomini hanno fatto loro questa esigenza dello Spirito (spirito/essenza) e l’hanno rappresentata, la divulgano nella maniera a loro più consona.
La liberazione, la resurrezione da che cosa?
Dalla morte naturalmente!
La morte individuale?, certamente no!
La morte condizione ineluttabile della vita.
Solo la morte genera nuova vita.
E poiché è difficile accettare la finitezza dell’uomo, arriva la pasqua rigeneratrice di vita.
La pasqua che nella resurrezione annulla la morte.
Un esempio lo stiamo vivendo sotto i nostri occhi e nel periodo in cui è avvenuto, sembra un segno del destino.
Tutti abbiamo letto, abbiamo ascoltato le voci delle persone terremotate d’Abruzzo.
Non c’è disperazione in loro, ce n’è molta più in noi che viviamo l’evento di riflesso.
Soffrono meno di noi?
No!, la catastrofe genererà la loro pasqua.
Solo la ricostruzione genererà la vita, e i morti sono accettabili perché la ricostruzione/resurrezione darà senso alla morte.
Quest’apertura per dire che nello scambio degli auguri di Buona Pasqua, noi essenzialmente ci auguriamo la nostra liberazione/resurrezione.
La rinascita a nuova vita.
Poiché non sono un religioso di Fede ma di Senso, ieri ho inteso fare gli auguri agli amici miei di facebook pubblicando lo scritto “Il volo di Utopia”.
Uno scritto di liberazione/resurrezione nella speranza per il tramite dell’utopia.
L’utopia è sempre individuale, ma può diventare collettiva se quel pensiero inizia un percorso condiviso. Collettivo.
Se sogno di scrivere più e meglio di Dante, di Leopardi, di Borges…
Se sogno di diventare ricchissimo, ricco più di Bill Gates, più di Berlusconi…
Spero nella realizzazione di un mio desiderio che arreca piacere, beneficio solo a me.
E poiché interessa solo me resta un’utopia individuale che non solo è difficilmente realizzabile, ma neanche proiettabile all’attenzione di altri.
Della collettività.
Se sogno che tutti gli italiani siano gentili, educati, virtuosi, laboriosi…, spero in un qualcosa che arreca beneficio a me, perché vivere tra persone sì fatte è piacevole e dà benessere, ma spero anche in un’idea trasmissibile.
Un’idea molto difficile da realizzare, quindi un’utopia.
Ma un’utopia dalla doppia possibilità che si realizzi e che possa diventare collettiva.
Sono innumerevoli i sogni che gli uomini hanno realizzato.
Stanno sotto gli occhi di tutti noi.
Abbiamo perso solo la capacità di riconoscerli, perché siamo un popolo che non conserva memoria storica.
Tante utopie individuali, diventate collettive sono entrate a far parte della vita reale di tutti noi.
È chiaro che i sogni non si sono trasformati in realtà da soli e per concessione di qualcuno.
L’utopia individuale è diventata di popolo e si è realizzata con la volontà, la lotta, la conquista.
Il sogno di Martin Luter King, sulle gambe degli uomini che per quell’ideale si sono battuti e sono morti è diventato oggi realtà e tutto il mondo ne assapora il frutto.
Lo scritto mio “Il volo di Utopia”, voleva augurare per Pasqua a tutti gli amici il ritorno al sogno della speranza che in Italia ci hanno sottratto, con un racconto che forse ho concepito male, oppure non è stato letto con la necessaria attenzione.
Un signore apprende dalla nonna che uno zio suo è morto circa 70/75 anni fa perché il medico si è rifiutato di visitarlo non avendo lei i pochi soldi necessari a pagare “la visita”.
Lo stesso signore ricorda che circa 35 anni fa la propria figlia si ammala ed egli pur avendo un lavoro precario, con molti sacrifici mette su la somma compra le medicine e la figlia guarisce.
Sempre lo stesso signore conferma che non più di 15 anni fa la mamma è colpita da una leucemia, il morbo di Hogking, e che è curata molto bene nella sua città. Stando, però, il male per stroncare la propria madre, egli si reca da un luminare italiano che opera negli Stati Uniti, per un consulto. Questi gli riferisce che la mamma è curata molto bene, che morirà perché quel male è arrivato al capolinea, e che la cura della mamma, la stessa che sta facendo in quel momento Jacqueline Kennedy, costa otto milioni di lire al giorno.
Nell’arco di nemmeno un secolo l’uomo da nessuna assistenza, con tappe intermedie è giunto all’assistenza totale. Per un malato terminale di ancora pochi giorni di vita si spende una cifra impossibile per quasi tutte le tasche.
Una parabola incredibile, impensabile per una persona fino a pochi anni fa.
Una utopia che diventa realtà, anzi dogma: l’uomo va assistito gratuitamente dalla nascita alla morte.
Anche questa utopia iniziata alla vita come speranza individuale.
È diventata poi collettiva.
Ha camminato e sta ancora camminando sulle gambe degli uomini tra alti e bassi, lotte e conquiste.
La festa assume contorni differenti in base agli usi e costumi, ma non tradisce mai il suo Senso, la Liberazione.
La Resurrezione dell’uomo.
Le religioni che hanno il pregio o il difetto – dipende dai punti di vista – di interpretare i bisogni, le necessità, le credenze degli uomini hanno fatto loro questa esigenza dello Spirito (spirito/essenza) e l’hanno rappresentata, la divulgano nella maniera a loro più consona.
La liberazione, la resurrezione da che cosa?
Dalla morte naturalmente!
La morte individuale?, certamente no!
La morte condizione ineluttabile della vita.
Solo la morte genera nuova vita.
E poiché è difficile accettare la finitezza dell’uomo, arriva la pasqua rigeneratrice di vita.
La pasqua che nella resurrezione annulla la morte.
Un esempio lo stiamo vivendo sotto i nostri occhi e nel periodo in cui è avvenuto, sembra un segno del destino.
Tutti abbiamo letto, abbiamo ascoltato le voci delle persone terremotate d’Abruzzo.
Non c’è disperazione in loro, ce n’è molta più in noi che viviamo l’evento di riflesso.
Soffrono meno di noi?
No!, la catastrofe genererà la loro pasqua.
Solo la ricostruzione genererà la vita, e i morti sono accettabili perché la ricostruzione/resurrezione darà senso alla morte.
Quest’apertura per dire che nello scambio degli auguri di Buona Pasqua, noi essenzialmente ci auguriamo la nostra liberazione/resurrezione.
La rinascita a nuova vita.
Poiché non sono un religioso di Fede ma di Senso, ieri ho inteso fare gli auguri agli amici miei di facebook pubblicando lo scritto “Il volo di Utopia”.
Uno scritto di liberazione/resurrezione nella speranza per il tramite dell’utopia.
L’utopia è sempre individuale, ma può diventare collettiva se quel pensiero inizia un percorso condiviso. Collettivo.
Se sogno di scrivere più e meglio di Dante, di Leopardi, di Borges…
Se sogno di diventare ricchissimo, ricco più di Bill Gates, più di Berlusconi…
Spero nella realizzazione di un mio desiderio che arreca piacere, beneficio solo a me.
E poiché interessa solo me resta un’utopia individuale che non solo è difficilmente realizzabile, ma neanche proiettabile all’attenzione di altri.
Della collettività.
Se sogno che tutti gli italiani siano gentili, educati, virtuosi, laboriosi…, spero in un qualcosa che arreca beneficio a me, perché vivere tra persone sì fatte è piacevole e dà benessere, ma spero anche in un’idea trasmissibile.
Un’idea molto difficile da realizzare, quindi un’utopia.
Ma un’utopia dalla doppia possibilità che si realizzi e che possa diventare collettiva.
Sono innumerevoli i sogni che gli uomini hanno realizzato.
Stanno sotto gli occhi di tutti noi.
Abbiamo perso solo la capacità di riconoscerli, perché siamo un popolo che non conserva memoria storica.
Tante utopie individuali, diventate collettive sono entrate a far parte della vita reale di tutti noi.
È chiaro che i sogni non si sono trasformati in realtà da soli e per concessione di qualcuno.
L’utopia individuale è diventata di popolo e si è realizzata con la volontà, la lotta, la conquista.
Il sogno di Martin Luter King, sulle gambe degli uomini che per quell’ideale si sono battuti e sono morti è diventato oggi realtà e tutto il mondo ne assapora il frutto.
Lo scritto mio “Il volo di Utopia”, voleva augurare per Pasqua a tutti gli amici il ritorno al sogno della speranza che in Italia ci hanno sottratto, con un racconto che forse ho concepito male, oppure non è stato letto con la necessaria attenzione.
Un signore apprende dalla nonna che uno zio suo è morto circa 70/75 anni fa perché il medico si è rifiutato di visitarlo non avendo lei i pochi soldi necessari a pagare “la visita”.
Lo stesso signore ricorda che circa 35 anni fa la propria figlia si ammala ed egli pur avendo un lavoro precario, con molti sacrifici mette su la somma compra le medicine e la figlia guarisce.
Sempre lo stesso signore conferma che non più di 15 anni fa la mamma è colpita da una leucemia, il morbo di Hogking, e che è curata molto bene nella sua città. Stando, però, il male per stroncare la propria madre, egli si reca da un luminare italiano che opera negli Stati Uniti, per un consulto. Questi gli riferisce che la mamma è curata molto bene, che morirà perché quel male è arrivato al capolinea, e che la cura della mamma, la stessa che sta facendo in quel momento Jacqueline Kennedy, costa otto milioni di lire al giorno.
Nell’arco di nemmeno un secolo l’uomo da nessuna assistenza, con tappe intermedie è giunto all’assistenza totale. Per un malato terminale di ancora pochi giorni di vita si spende una cifra impossibile per quasi tutte le tasche.
Una parabola incredibile, impensabile per una persona fino a pochi anni fa.
Una utopia che diventa realtà, anzi dogma: l’uomo va assistito gratuitamente dalla nascita alla morte.
Anche questa utopia iniziata alla vita come speranza individuale.
È diventata poi collettiva.
Ha camminato e sta ancora camminando sulle gambe degli uomini tra alti e bassi, lotte e conquiste.
giovedì 9 aprile 2009
Il volo di Utopia
Questo scritto per coloro che immaginano l’Utopia un uccello volante senza posa.
Che continuino pure a vederla svolazzare nei cieli!
Tengano presente, però, che invocata dalle voci mai silenti, trasportata dalla sua curiosità e a volte dall’obbligo mai gratuito, in uno spazio e in un tempo non definibile con l’orologio delle ore o col calendario delle necessità, dev’anche planare.
E tutti quelli che l’hanno seguita, invocata, preparato l’atterraggio giubileranno.
Anche gli increduli e i realisti!
Sì, proprio quelli più realisti del re o, se più piace, papisti del papa!
Potremmo fare riferimenti storici, discorsi cattedratici, non li disdegno, ma non è questo il luogo e il momento.
La vita di ognuno di noi è storia delle cose, del particulare, dell’effettuale che concorre alla comprensione della Storia, del suo grande respiro non esautorandola e neanche escludendola.
Sembra ieri, invece alcuni anni son trascorsi.
Giovane lavoratore-studente e non studente-lavoratore, il nostro protagonista, signor G, sposatosi molto giovane con moglie, figli e casa da mantenere aveva poco da guardarsi in torno, assopirsi o discettare.
Solo lavorare studiare, studiare lavorare e se capitava qualche volta dormire.
Non si lamentava. Macinava rabbia costruttiva e non disdegnava l’impegno politico.
La sua bambina, la prima, per la quale avrebbe divorato il mondo se il mondo gliel’avesse sfiorata, si ammalò.
Non aveva Cassa Mutua il povero signor G, lavorava al nero: non si assicura uno che studia.
Se studia ha grilli per la testa!
Meglio al nero!
In qualsiasi momento un calcio lì, dove non batte mai il sole ed è sistemato.
L’amico medico gli suggerisce l’ospedale.
Passano i giorni, due settimane.
Non si comprende cosa sia nonostante il lume del primario, pediatra socialista di fama nazionale e internazionale, che aveva fatto conseguire al marito – sì, avete capito bene era una donna! - la laurea ad pecuniam negli Stati Uniti.
Viene suggerito un vero luminare: prende molto caro!
Il signor G vi si reca con la figliola, lascia 90 mila lire – il suo stipendio era, quando lavorava il mese intero 110/120 massimo – e torna con la buona notizia che era solo un’infezione tonsillare. Con l’angoscia, però, che le iniezioni per la bambina costavano 50 mila lire a fiala.
Doveva completare un ciclo di dieci, e se non fosse guarita doveva ripeterlo.
Chiede s’informa, niente!
Un politico gli prospetta la possibilità di ottenere il farmaco se fosse riuscito ad avere la Tessera della Povertà.
Il caro signor G, era orgoglioso assai.
“Io, la tessera della povertà? Non sarà mai!”
L’orgoglio del poverino era assai mal riposto: nella povertà ci stava con tutte le scarpe.
Ferito, cede.
Il Comune ha esaurito i fondi della povertà.
Non c’è possibilità alcuna, solo i soldi cureranno la sua amata figliola.
Riesce a comprare la prima fiala il signor G.
La sua bambina subito rinasce.
Come non ce la fa ad acquistare anche la seconda!
Ora è un fiore vigoroso la sua figliola.
Sarà proprio necessaria la terza?
No, gli risponde il luminare: è straordinario!
Ora piange il signor G.
Molti anni dopo il signor G si reca ad Aviano per una consulenza con il prof. Monfardini - un faro negli Stati Uniti d’America - prenotata per la povera mamma ammalatasi del morbo di Hogking.
La mamma non è trasportabile ed egli va con la cartella clinica.
Paga il ticket, poche migliaia di lire, parla con il professore e gli consegna la cartella.
Legge e annuisce.
Alza gli occhi, “Ma questi son ragazzi che studiano! Sa che sono avanti a noi nella sperimentazione della cura?”.
“Porterò questa cartella negli Stati Uniti!”
Alzandosi, “Lo sa lei quando costa al giorno la cura della sua mamma?”.
Il signor G con gli occhi lucidi non risponde: “Otto milioni al giorno, ragazzo mio!”.
“Sua madre non sopravviverà, ma questi ragazzi sono straordinari.”
Il signor G prende la via di casa sconvolto dal dolore, ma fiero perché per la sua mamma si sta facendo tutto il possibile.
Sta ricevendo le stesse cure della Jacqueline Kennedy.
Gli sovvenne la nonna materna Elisabetta che dopo tanti anni, più di cinquanta, si piangeva ancora il suo figliolo Riccardo “morto perché il medico non era andato a visitarlo”.
Non aveva quei pochi miserabili centesimi per pagarlo.
Utopia stanca di librarsi nell’aria era scesa a terra.
Che continuino pure a vederla svolazzare nei cieli!
Tengano presente, però, che invocata dalle voci mai silenti, trasportata dalla sua curiosità e a volte dall’obbligo mai gratuito, in uno spazio e in un tempo non definibile con l’orologio delle ore o col calendario delle necessità, dev’anche planare.
E tutti quelli che l’hanno seguita, invocata, preparato l’atterraggio giubileranno.
Anche gli increduli e i realisti!
Sì, proprio quelli più realisti del re o, se più piace, papisti del papa!
Potremmo fare riferimenti storici, discorsi cattedratici, non li disdegno, ma non è questo il luogo e il momento.
La vita di ognuno di noi è storia delle cose, del particulare, dell’effettuale che concorre alla comprensione della Storia, del suo grande respiro non esautorandola e neanche escludendola.
Sembra ieri, invece alcuni anni son trascorsi.
Giovane lavoratore-studente e non studente-lavoratore, il nostro protagonista, signor G, sposatosi molto giovane con moglie, figli e casa da mantenere aveva poco da guardarsi in torno, assopirsi o discettare.
Solo lavorare studiare, studiare lavorare e se capitava qualche volta dormire.
Non si lamentava. Macinava rabbia costruttiva e non disdegnava l’impegno politico.
La sua bambina, la prima, per la quale avrebbe divorato il mondo se il mondo gliel’avesse sfiorata, si ammalò.
Non aveva Cassa Mutua il povero signor G, lavorava al nero: non si assicura uno che studia.
Se studia ha grilli per la testa!
Meglio al nero!
In qualsiasi momento un calcio lì, dove non batte mai il sole ed è sistemato.
L’amico medico gli suggerisce l’ospedale.
Passano i giorni, due settimane.
Non si comprende cosa sia nonostante il lume del primario, pediatra socialista di fama nazionale e internazionale, che aveva fatto conseguire al marito – sì, avete capito bene era una donna! - la laurea ad pecuniam negli Stati Uniti.
Viene suggerito un vero luminare: prende molto caro!
Il signor G vi si reca con la figliola, lascia 90 mila lire – il suo stipendio era, quando lavorava il mese intero 110/120 massimo – e torna con la buona notizia che era solo un’infezione tonsillare. Con l’angoscia, però, che le iniezioni per la bambina costavano 50 mila lire a fiala.
Doveva completare un ciclo di dieci, e se non fosse guarita doveva ripeterlo.
Chiede s’informa, niente!
Un politico gli prospetta la possibilità di ottenere il farmaco se fosse riuscito ad avere la Tessera della Povertà.
Il caro signor G, era orgoglioso assai.
“Io, la tessera della povertà? Non sarà mai!”
L’orgoglio del poverino era assai mal riposto: nella povertà ci stava con tutte le scarpe.
Ferito, cede.
Il Comune ha esaurito i fondi della povertà.
Non c’è possibilità alcuna, solo i soldi cureranno la sua amata figliola.
Riesce a comprare la prima fiala il signor G.
La sua bambina subito rinasce.
Come non ce la fa ad acquistare anche la seconda!
Ora è un fiore vigoroso la sua figliola.
Sarà proprio necessaria la terza?
No, gli risponde il luminare: è straordinario!
Ora piange il signor G.
Molti anni dopo il signor G si reca ad Aviano per una consulenza con il prof. Monfardini - un faro negli Stati Uniti d’America - prenotata per la povera mamma ammalatasi del morbo di Hogking.
La mamma non è trasportabile ed egli va con la cartella clinica.
Paga il ticket, poche migliaia di lire, parla con il professore e gli consegna la cartella.
Legge e annuisce.
Alza gli occhi, “Ma questi son ragazzi che studiano! Sa che sono avanti a noi nella sperimentazione della cura?”.
“Porterò questa cartella negli Stati Uniti!”
Alzandosi, “Lo sa lei quando costa al giorno la cura della sua mamma?”.
Il signor G con gli occhi lucidi non risponde: “Otto milioni al giorno, ragazzo mio!”.
“Sua madre non sopravviverà, ma questi ragazzi sono straordinari.”
Il signor G prende la via di casa sconvolto dal dolore, ma fiero perché per la sua mamma si sta facendo tutto il possibile.
Sta ricevendo le stesse cure della Jacqueline Kennedy.
Gli sovvenne la nonna materna Elisabetta che dopo tanti anni, più di cinquanta, si piangeva ancora il suo figliolo Riccardo “morto perché il medico non era andato a visitarlo”.
Non aveva quei pochi miserabili centesimi per pagarlo.
Utopia stanca di librarsi nell’aria era scesa a terra.
mercoledì 8 aprile 2009
Lettera aperta
Direttori delle sottoriportate testate giornalistiche vi invio questo scritto che non pubblicherete mai.
Non avete nerbo per farlo.
Lo so!
Se un attimo di ritrovata o benvenuta deontologia vi dovesse cogliere e pubblicaste questa miserabile mia, rendereste grande servizio a questo Paese e alla vostra dignità.
Repubblica.
L’Unità.
Corriere della Sera.
La Stampa.
Libero.
Il Giornale.
TGUNO.
TGDUE.
TGTRE.
Se fossi al governo di questo Paese, signor Berlusconi e signori tutti Deputati e Senatori della maggioranza, farei queste poche cose:
1) Non disdegnerei alcun aiuto che mi perviene dagli altri paesi, perché l’Italia è in una condizione di bisogno.
2) Mi recherei dal Capo dello Stato consegnerei le dimissioni e chiederei di restare in carica per conseguire tre obiettivi: uno, trovare una persona straniera di alta statura morale, politica e civile per affidargli la Reggenza dell’Italia; due, chiedere ad una Corte Internazionale di sottoporre a giudizio tutti i governanti e amministratori a ogni livello del presente e del passato di questo povero Paese; tre, a sentenza emessa, che non deve prevedere nessun altra pena se non la perdita della cittadinanza attiva e passiva, indire nuove elezioni.
3) In questo lasso di tempo nessuna apparizione nei mass media né internazionali, né nazionali, né locali. Per risparmiare a se stessi e ai cittadini il disagio della presenza.
Se fossi all’opposizione del governo di questo Paese, signori Franceschini, Di Pietro, Casini ecc., farei esattamente questo:
1) Mi dimetterei da ogni incarico istituzionale e di partito.
2) Resterei in Parlamento solo per appoggiare i tre punti del governo dimissionario.
3) Chiederei da subito, senza aspettare la sentenza dell’Alta Corte Internazionale, scusa agli italiani. Cesserei d’apparire e di parlare per amore di decenza agli italiani.
Cosa farò da subito io, cittadino seppur solo formale di questo martoriato Paese:
1) Mi dimetto da questo momento dalla cittadinanza attiva e passiva.
2) Mi dichiaro apolide. Senza patria. Senza terra. Novello barbaro.
3) Mi denuncio clandestino.
4) Aspetto le forze dell’ordine che vengano a prelevarmi. Sanno dove trovarmi.
5) Già da adesso mi dichiaro resistente: aderirò a qualsiasi forma di lotta mi verrà proposta.
Ultima cosa, pregherò i miei figli di andare via dall’Italia.
Stefania, Leonardo, Barbara, Pamela lasciate questo Paese, figli miei!
Nessun futuro esso vi darà.
Ha ingannato i miei genitori.
Ha distrutto me, vostro padre.
Annichilirà le vostre belle anime.
Andate via, figli miei!
Michele Cologna
San Severo, mercoledì 8 aprile 2009 ore 10.49.26
Non avete nerbo per farlo.
Lo so!
Se un attimo di ritrovata o benvenuta deontologia vi dovesse cogliere e pubblicaste questa miserabile mia, rendereste grande servizio a questo Paese e alla vostra dignità.
Repubblica.
L’Unità.
Corriere della Sera.
La Stampa.
Libero.
Il Giornale.
TGUNO.
TGDUE.
TGTRE.
Se fossi al governo di questo Paese, signor Berlusconi e signori tutti Deputati e Senatori della maggioranza, farei queste poche cose:
1) Non disdegnerei alcun aiuto che mi perviene dagli altri paesi, perché l’Italia è in una condizione di bisogno.
2) Mi recherei dal Capo dello Stato consegnerei le dimissioni e chiederei di restare in carica per conseguire tre obiettivi: uno, trovare una persona straniera di alta statura morale, politica e civile per affidargli la Reggenza dell’Italia; due, chiedere ad una Corte Internazionale di sottoporre a giudizio tutti i governanti e amministratori a ogni livello del presente e del passato di questo povero Paese; tre, a sentenza emessa, che non deve prevedere nessun altra pena se non la perdita della cittadinanza attiva e passiva, indire nuove elezioni.
3) In questo lasso di tempo nessuna apparizione nei mass media né internazionali, né nazionali, né locali. Per risparmiare a se stessi e ai cittadini il disagio della presenza.
Se fossi all’opposizione del governo di questo Paese, signori Franceschini, Di Pietro, Casini ecc., farei esattamente questo:
1) Mi dimetterei da ogni incarico istituzionale e di partito.
2) Resterei in Parlamento solo per appoggiare i tre punti del governo dimissionario.
3) Chiederei da subito, senza aspettare la sentenza dell’Alta Corte Internazionale, scusa agli italiani. Cesserei d’apparire e di parlare per amore di decenza agli italiani.
Cosa farò da subito io, cittadino seppur solo formale di questo martoriato Paese:
1) Mi dimetto da questo momento dalla cittadinanza attiva e passiva.
2) Mi dichiaro apolide. Senza patria. Senza terra. Novello barbaro.
3) Mi denuncio clandestino.
4) Aspetto le forze dell’ordine che vengano a prelevarmi. Sanno dove trovarmi.
5) Già da adesso mi dichiaro resistente: aderirò a qualsiasi forma di lotta mi verrà proposta.
Ultima cosa, pregherò i miei figli di andare via dall’Italia.
Stefania, Leonardo, Barbara, Pamela lasciate questo Paese, figli miei!
Nessun futuro esso vi darà.
Ha ingannato i miei genitori.
Ha distrutto me, vostro padre.
Annichilirà le vostre belle anime.
Andate via, figli miei!
Michele Cologna
San Severo, mercoledì 8 aprile 2009 ore 10.49.26
lunedì 30 marzo 2009
IL Grande Pezzente
Provate a dare qualcosa ad un povero!
Si schermirà, vincerà la ritrosia e accetterà con grande imbarazzo, non finendo mai di ringraziare.
Provate a dare qualcosa ad un pezzente!
Ti guarderà avido, prenderà ciò che gli offri con odiosa insofferenza, ti guarderà come si osserva un miserabile accattone, facendoti capire: è questo tutto ciò che mi dai?
Noi siamo portati ad identificare, non distinguere il povero dal pezzente.
Nella nostra mente abituata a scivolare sulle cose del tempo e della vita, tutti i bisognosi, tutti coloro che, anche solo metaforicamente, allungano la mano in cerca di aiuto sono uguali.
E invece no!
La povertà è una condizione della persona; per cui il povero è uno che in circostanze particolari si è trovato, versa in uno stato di bisogno.
La pezzenteria è una disposizione dell’anima: modo di essere di una persona.
Il pezzente non è necessariamente un bisognoso nel senso materiale del termine.
È naturalmente un accattone.
Indipendentemente dalla sua condizione economica, al di là del bisogno.
Egli è posseduto dalla frenesia del cercare, chiedere per avere.
Lo trovi davanti alla chiesa che piange lacrime esagerate e bugiarde.
Inganna il prete ingenuo, inducendolo a raccontare una storia strappa lacrime alla fine dell’omelia, per una lauta colletta.
Gli occhi suoi sono sempre vigili e alla continua ricerca di ogni cosa di cui impadronirsi.
Nota ogni particolare a piedi o in macchina che stia.
Mettetevi nei pressi di un contenitore dell’immondizia e osservate: li riconoscerete sia che vadano a piedi o in macchina.
Rallentano, osservano. Se non hanno ben individuato, dopo un giro per distogliere, tornano. Se c’è una qualsiasi cosa da prendere si fermano, rovistano; e non resistendo, con un sorriso stampato da ebeti, finti sorpresi, gran maraviglia la fanno propria.
Indipendentemente ci sia qualcuno ad ascoltarli o meno: “Guarda cosa hanno buttato, certamente si sono sbagliati. È nuova!”; oppure, “Quella è la grascia, buttano ogni ben di dio!”.
Poi ci sono i pezzenti più evoluti, raffinati.
Il pezzente imprenditore che veste da straccione; gira con una macchina nella quale tu non entreresti per tutto l’oro del mondo; ha locali impresentabili, fatiscenti; mezzi da lavoro obsoleti perché quasi sempre riciclati, donati da altri che l’avevano dismessi; se gli commissioni un lavoro si lamenta così tanto che non contratti più sul costo per compassione.
Piange, tenta di commuovere il politico, il finanziere, il poliziotto che lo ferma, la banca.
A tutti mostra disperazione e al proprio dipendente elemosina maggior lavoro e comprensione: “Tu hai la giornata assicurata. Fosse il cielo, guadagnassi anch’io la tua giornata!”.
Cialtrone! Pezzente!
Perché non vai a lavorare alle dipendenze pure tu!?
Il pezzente intellettuale?
Peggio! Fa rabbrividire!
“Ma io non scrivo le stesse cose che scrive lui? Perché lui vende ed io non trovo un editore? Sono disperato! Solo il suicidio, mi resta.”
La messa in scena, “Sono un fallito! Non c’è speranza per me! Doveva abortirmi, mia madre! Non mettermi al mondo!”.
Una parola di conforto non si nega a nessuno, “Dai, vedrai che le cose cambieranno!”.
Ti sei messo nei guai, le richieste non finiscono più!
Inizia la caccia all’uomo.
Devi restare in casa. Farti negare. Renderti invisibile.
Potremmo continuare con gli esempi, ma non è il caso.
Ormai ci è chiaro che il pezzente è un “vuoto” che cerca con tutti gli strumenti: leciti, illeciti, subdoli etc. etc., per riempirsi.
Il suo vuoto, però, è incolmabile.
Nessuna cosa può saziarlo.
Nulla colmerà quella sua disposizione dell’anima all’accattonaggio.
Vorrà. Chiederà sempre di più.
È un buco nero che tutto ingoia. Assorbe.
In Italia abbiamo il più illustre dei pezzenti.
Il vuoto per eccellenza.
L’insaziabile per antonomasia.
L’uomo più potente che l’Italia abbia mai avuto per potere economico-finanziario-politico.
L’uomo che ha al servizio della sua volontà un impero mediatico senza limiti.
L’uomo che ha il potere politico che neanche il Duce è riuscito ad ottenere.
L’uomo che si è nominato ministri i servi, le amanti, i legulei…
Non mi dilungo più perché sto dicendo cose ovvie che sono sotto gli occhi di tutti.
Ebbene questo pezzente di uomo lamenta di non aver alcun potere: “Il Presidente del Consiglio italiano, l’unico al mondo, a non avere nessun potere decisionale…”.
Questo accattone d’uomo è vilipeso dalle televisioni, dai giornali, dai comici, da tutti e, poverino, non ha la minima possibilità di difendersi, far ascoltare la sua voce.
Questo miserabile pezzente che potrebbe stare bene a casa sua e si sacrifica per il bene del suo popolo.
Ebbene quest’uomo, come il più umile dei pezzenti, chiede ancora di più.
Egli, cari italiani tutti chi l’ha votato e chi no, non si fermerà mai di chiedere, di rovistare, di biasimare, d’invidiare…
Perché egli è un pezzente.
Si schermirà, vincerà la ritrosia e accetterà con grande imbarazzo, non finendo mai di ringraziare.
Provate a dare qualcosa ad un pezzente!
Ti guarderà avido, prenderà ciò che gli offri con odiosa insofferenza, ti guarderà come si osserva un miserabile accattone, facendoti capire: è questo tutto ciò che mi dai?
Noi siamo portati ad identificare, non distinguere il povero dal pezzente.
Nella nostra mente abituata a scivolare sulle cose del tempo e della vita, tutti i bisognosi, tutti coloro che, anche solo metaforicamente, allungano la mano in cerca di aiuto sono uguali.
E invece no!
La povertà è una condizione della persona; per cui il povero è uno che in circostanze particolari si è trovato, versa in uno stato di bisogno.
La pezzenteria è una disposizione dell’anima: modo di essere di una persona.
Il pezzente non è necessariamente un bisognoso nel senso materiale del termine.
È naturalmente un accattone.
Indipendentemente dalla sua condizione economica, al di là del bisogno.
Egli è posseduto dalla frenesia del cercare, chiedere per avere.
Lo trovi davanti alla chiesa che piange lacrime esagerate e bugiarde.
Inganna il prete ingenuo, inducendolo a raccontare una storia strappa lacrime alla fine dell’omelia, per una lauta colletta.
Gli occhi suoi sono sempre vigili e alla continua ricerca di ogni cosa di cui impadronirsi.
Nota ogni particolare a piedi o in macchina che stia.
Mettetevi nei pressi di un contenitore dell’immondizia e osservate: li riconoscerete sia che vadano a piedi o in macchina.
Rallentano, osservano. Se non hanno ben individuato, dopo un giro per distogliere, tornano. Se c’è una qualsiasi cosa da prendere si fermano, rovistano; e non resistendo, con un sorriso stampato da ebeti, finti sorpresi, gran maraviglia la fanno propria.
Indipendentemente ci sia qualcuno ad ascoltarli o meno: “Guarda cosa hanno buttato, certamente si sono sbagliati. È nuova!”; oppure, “Quella è la grascia, buttano ogni ben di dio!”.
Poi ci sono i pezzenti più evoluti, raffinati.
Il pezzente imprenditore che veste da straccione; gira con una macchina nella quale tu non entreresti per tutto l’oro del mondo; ha locali impresentabili, fatiscenti; mezzi da lavoro obsoleti perché quasi sempre riciclati, donati da altri che l’avevano dismessi; se gli commissioni un lavoro si lamenta così tanto che non contratti più sul costo per compassione.
Piange, tenta di commuovere il politico, il finanziere, il poliziotto che lo ferma, la banca.
A tutti mostra disperazione e al proprio dipendente elemosina maggior lavoro e comprensione: “Tu hai la giornata assicurata. Fosse il cielo, guadagnassi anch’io la tua giornata!”.
Cialtrone! Pezzente!
Perché non vai a lavorare alle dipendenze pure tu!?
Il pezzente intellettuale?
Peggio! Fa rabbrividire!
“Ma io non scrivo le stesse cose che scrive lui? Perché lui vende ed io non trovo un editore? Sono disperato! Solo il suicidio, mi resta.”
La messa in scena, “Sono un fallito! Non c’è speranza per me! Doveva abortirmi, mia madre! Non mettermi al mondo!”.
Una parola di conforto non si nega a nessuno, “Dai, vedrai che le cose cambieranno!”.
Ti sei messo nei guai, le richieste non finiscono più!
Inizia la caccia all’uomo.
Devi restare in casa. Farti negare. Renderti invisibile.
Potremmo continuare con gli esempi, ma non è il caso.
Ormai ci è chiaro che il pezzente è un “vuoto” che cerca con tutti gli strumenti: leciti, illeciti, subdoli etc. etc., per riempirsi.
Il suo vuoto, però, è incolmabile.
Nessuna cosa può saziarlo.
Nulla colmerà quella sua disposizione dell’anima all’accattonaggio.
Vorrà. Chiederà sempre di più.
È un buco nero che tutto ingoia. Assorbe.
In Italia abbiamo il più illustre dei pezzenti.
Il vuoto per eccellenza.
L’insaziabile per antonomasia.
L’uomo più potente che l’Italia abbia mai avuto per potere economico-finanziario-politico.
L’uomo che ha al servizio della sua volontà un impero mediatico senza limiti.
L’uomo che ha il potere politico che neanche il Duce è riuscito ad ottenere.
L’uomo che si è nominato ministri i servi, le amanti, i legulei…
Non mi dilungo più perché sto dicendo cose ovvie che sono sotto gli occhi di tutti.
Ebbene questo pezzente di uomo lamenta di non aver alcun potere: “Il Presidente del Consiglio italiano, l’unico al mondo, a non avere nessun potere decisionale…”.
Questo accattone d’uomo è vilipeso dalle televisioni, dai giornali, dai comici, da tutti e, poverino, non ha la minima possibilità di difendersi, far ascoltare la sua voce.
Questo miserabile pezzente che potrebbe stare bene a casa sua e si sacrifica per il bene del suo popolo.
Ebbene quest’uomo, come il più umile dei pezzenti, chiede ancora di più.
Egli, cari italiani tutti chi l’ha votato e chi no, non si fermerà mai di chiedere, di rovistare, di biasimare, d’invidiare…
Perché egli è un pezzente.
sabato 28 marzo 2009
La passeggiata che non abbiamo fatto
Il foglio vuoto di Excel aspetta con le sue infinite caselle i numeri che gli daranno identità.
“la Repubblica” da stamattina sul tavolo m’osserva pronta a fornirmi le notizie: sempre che le dia una scorsa.
La finestra immette nello studio una luce primaverile che invoglia a uscire, a passeggiare.
Esci, e chi incontri?
Nessuno!
Tutti hanno da fare. Corrono.
Forse non hanno da fare alcunché ma corrono ugualmente.
Corro, esisto. Una volta era cogito.
Chissà se le persone corrono per non pensare, o correndo non pensano!?
Arrivavi in piazza, c’era sempre il nucleo dei comunisti, con l’immancabile Unità in tasca, che commentava se non proprio gli articoli del quotidiano, almeno i titoli che erano spunti di discussioni accese e incazzature.
L’immancabile Ennio Nigelli che accendeva gli animi degli ortodossi sulle revisioni berlingueriane, lo Strappo, l’Ombrello Nato, la cessata Spinta Propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, e, dulcis in fundo, la politica dei “Preti” sabotatori entrati nel PCI sanseverese. Fazioso intelligente. Manicheo convinto e inguaribile: guai a parlargli dell’allunaggio americano degli astronauti N. Armstrong e E. Aldrin, perdevi la sua stima. Diventavi cretino, ai suoi occhi. Ti bevevi la propaganda americana: “Quello è un fotomontaggio!”.
Il giovane e promettente dottore che, orgoglioso del suo vistoso anello al dito mignolo fornito di servizievole unghia, si lisciava la spaziosa fronte che meditava chissà quale “escabotage”.
(Era così convinto. Nessuno riuscì a fargli mai capire che ciò che la sua “fronte inutilmente spaziosa” - avrebbe detto Kant - elaborava non era un escabotage ma tutt’al più un escamotage.)
Agile, veloce, meditante, un fascio di giornali sotto il braccio, l’aria sofferente del pensatore egemone, organico; gramsciano, appariva l’ammiratissimo, amato, coccolato, e pure dagli avversari poco contrastato, segretario. Chiamato a gran voce dai piazzaiuoli, opponeva un garbato sorriso e correva in Municipio dal quale arrivavano non sussurrate, e non in sintonia con monsignor Giovanni Della Casa, le frasi del giovane assessore, insegnante mancato, che volendo delineare un bambino irrequieto e un po’, diciamolo pure, monello gli dava dell’irreprensibile. Al festival dell’Unità, nella villa comunale, quando scriveva lui il menù, la gente mangiava i “faggioli”.
Saranno più gustosi dei fagioli?
Chissà!
Avevi voglia di passeggiare ancora e incontrare altra “fauna”?
Potevi raggiungere Piazza Allegato.
Qui davanti alla Camera del Lavoro c’era un universo.
I giovani “figgicciotti” con un solo timbro di voce e lo stesso vocabolario.
Sentivi uno e li avevi ascoltati tutti.
Studiavano, però. Mandavano a memoria interi pezzi di Rinascita, dell’Unità o dei vari leaders secondo le proprie simpatie che recitavano durante i riti esoterici: i congressi, le conferenze cittadine, le manifestazioni. Quasi tutti ingraiani.
Se amendoliano, era un pezzo di … destròs.
Migliorista!?
Non proprio fascista ma quasi.
I sindacalisti?
Il massimo!
Tutti ripetevano non solo gli stessi discorsi del capo, ma cercavano di declamarli con la stessa dizione.
Ne assimilavano le caratteristiche.
Esempio, era segretario Galasso?
Tutti i sindacalisti sanseveresi avevano dizione sannicandrese con tendenza al logorroico.
Segretario Marcucci?
Tutti, oltre ad assaporare a occhi chiusi il suono delle proprie parole, gustavano con lo schioccare della lingua il dolce fondo del proprio bicchiere.
Qui, il clima era sempre da ultimo giorno.
“La situazione è drammatica, compagni.”
L’altoparlante perennemente gracchiante diffondeva il verbo del “grande bugiardo”.
L’inamovibile, imperturbabile e instancabile “compagno” dalla bugia gratuita, scontata, esagerata.
C’era dell’altro ancora. E che altro … incontravi!
Uomini che con la loro virtù, i loro pregi e anche i loro difetti hanno fatto la storia di questa città che non è stata seconda a nessun’altra.
Anzi.
Gli aspetti tratteggiati sono particolari che raccontano dei “tic”, e non esauriscono figure.
Ci siamo fatti una passeggiata nel recente passato in una mattina di sole non avendo voglia di lavorare.
Nient’altro.
Se l’avessimo fatta oggi avremmo incontrato La gente nuova che corre e non ha tempo, né ha la cultura della piazza (ὰγορά).
La gente in grisaglia che non può fermarsi e parlare perché deve mostrare prima a se stessa e poi agli altri efficienza e piglio imprenditoriale.
La gente in doppiopetto blu che non studia e manda a memoria articoli di leaders da ripetere nei riti esoterici collettivi.
Per sustanziarsi non ha bisogno che di rimirarsi nello specchio.
La gente tout-court che in questo paese non è abitata più dalle idee.
E quei pochi, alcuni in verità, che ancora le praticano se le portano addosso come una gerla fastidiosa, ingombrante, antiestetica di cui liberarsi.
E francamente non ci piace.
Questa è la ragione per la quale siamo rimasti in casa approfittando del passato.
Michele Cologna
“la Repubblica” da stamattina sul tavolo m’osserva pronta a fornirmi le notizie: sempre che le dia una scorsa.
La finestra immette nello studio una luce primaverile che invoglia a uscire, a passeggiare.
Esci, e chi incontri?
Nessuno!
Tutti hanno da fare. Corrono.
Forse non hanno da fare alcunché ma corrono ugualmente.
Corro, esisto. Una volta era cogito.
Chissà se le persone corrono per non pensare, o correndo non pensano!?
Arrivavi in piazza, c’era sempre il nucleo dei comunisti, con l’immancabile Unità in tasca, che commentava se non proprio gli articoli del quotidiano, almeno i titoli che erano spunti di discussioni accese e incazzature.
L’immancabile Ennio Nigelli che accendeva gli animi degli ortodossi sulle revisioni berlingueriane, lo Strappo, l’Ombrello Nato, la cessata Spinta Propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, e, dulcis in fundo, la politica dei “Preti” sabotatori entrati nel PCI sanseverese. Fazioso intelligente. Manicheo convinto e inguaribile: guai a parlargli dell’allunaggio americano degli astronauti N. Armstrong e E. Aldrin, perdevi la sua stima. Diventavi cretino, ai suoi occhi. Ti bevevi la propaganda americana: “Quello è un fotomontaggio!”.
Il giovane e promettente dottore che, orgoglioso del suo vistoso anello al dito mignolo fornito di servizievole unghia, si lisciava la spaziosa fronte che meditava chissà quale “escabotage”.
(Era così convinto. Nessuno riuscì a fargli mai capire che ciò che la sua “fronte inutilmente spaziosa” - avrebbe detto Kant - elaborava non era un escabotage ma tutt’al più un escamotage.)
Agile, veloce, meditante, un fascio di giornali sotto il braccio, l’aria sofferente del pensatore egemone, organico; gramsciano, appariva l’ammiratissimo, amato, coccolato, e pure dagli avversari poco contrastato, segretario. Chiamato a gran voce dai piazzaiuoli, opponeva un garbato sorriso e correva in Municipio dal quale arrivavano non sussurrate, e non in sintonia con monsignor Giovanni Della Casa, le frasi del giovane assessore, insegnante mancato, che volendo delineare un bambino irrequieto e un po’, diciamolo pure, monello gli dava dell’irreprensibile. Al festival dell’Unità, nella villa comunale, quando scriveva lui il menù, la gente mangiava i “faggioli”.
Saranno più gustosi dei fagioli?
Chissà!
Avevi voglia di passeggiare ancora e incontrare altra “fauna”?
Potevi raggiungere Piazza Allegato.
Qui davanti alla Camera del Lavoro c’era un universo.
I giovani “figgicciotti” con un solo timbro di voce e lo stesso vocabolario.
Sentivi uno e li avevi ascoltati tutti.
Studiavano, però. Mandavano a memoria interi pezzi di Rinascita, dell’Unità o dei vari leaders secondo le proprie simpatie che recitavano durante i riti esoterici: i congressi, le conferenze cittadine, le manifestazioni. Quasi tutti ingraiani.
Se amendoliano, era un pezzo di … destròs.
Migliorista!?
Non proprio fascista ma quasi.
I sindacalisti?
Il massimo!
Tutti ripetevano non solo gli stessi discorsi del capo, ma cercavano di declamarli con la stessa dizione.
Ne assimilavano le caratteristiche.
Esempio, era segretario Galasso?
Tutti i sindacalisti sanseveresi avevano dizione sannicandrese con tendenza al logorroico.
Segretario Marcucci?
Tutti, oltre ad assaporare a occhi chiusi il suono delle proprie parole, gustavano con lo schioccare della lingua il dolce fondo del proprio bicchiere.
Qui, il clima era sempre da ultimo giorno.
“La situazione è drammatica, compagni.”
L’altoparlante perennemente gracchiante diffondeva il verbo del “grande bugiardo”.
L’inamovibile, imperturbabile e instancabile “compagno” dalla bugia gratuita, scontata, esagerata.
C’era dell’altro ancora. E che altro … incontravi!
Uomini che con la loro virtù, i loro pregi e anche i loro difetti hanno fatto la storia di questa città che non è stata seconda a nessun’altra.
Anzi.
Gli aspetti tratteggiati sono particolari che raccontano dei “tic”, e non esauriscono figure.
Ci siamo fatti una passeggiata nel recente passato in una mattina di sole non avendo voglia di lavorare.
Nient’altro.
Se l’avessimo fatta oggi avremmo incontrato La gente nuova che corre e non ha tempo, né ha la cultura della piazza (ὰγορά).
La gente in grisaglia che non può fermarsi e parlare perché deve mostrare prima a se stessa e poi agli altri efficienza e piglio imprenditoriale.
La gente in doppiopetto blu che non studia e manda a memoria articoli di leaders da ripetere nei riti esoterici collettivi.
Per sustanziarsi non ha bisogno che di rimirarsi nello specchio.
La gente tout-court che in questo paese non è abitata più dalle idee.
E quei pochi, alcuni in verità, che ancora le praticano se le portano addosso come una gerla fastidiosa, ingombrante, antiestetica di cui liberarsi.
E francamente non ci piace.
Questa è la ragione per la quale siamo rimasti in casa approfittando del passato.
Michele Cologna
giovedì 12 marzo 2009
Il povero è pezzente perché perde la messa e bestemmia i santi
On. D’alema,
lasci dire a me che il cavaliere Berlusconi porta sfiga.
Lasci a me pensare che è uno iettatore e come tale portatore sano di sfiga sia per gli italiani che per le politiche che attua, e - visto che mi trovo - anche per quelle delle quali egli non reca colpa.
Lasci a me l’insulto o la maledizione.
Lasci solo a me che non ho possibilità alcuna d’incidere sui fatti, le azioni, le cose l’eventualità di coniare battute del tipo “l’energumeno tascabile”.
Questi si sa sono strumenti degli impotenti, di coloro che non possedendo alcun potere o altra capacità di intervento sulla realtà ricorrono all’invettiva e alla divinazione.
Ma lei, signor D’Alema, non entra nella categoria degli ultimi, dei paria, lei sta in Parlamento, e per stazionare lì è anche ben pagato.
Là, in quel posto, dovrebbe ben studiare gli interventi, le soluzioni di Brunetta e sceverare il vero dal falso e demolire nei contenuti l’impeto funesto del piccolo.
E se Brunetta individua un problema che esiste e cerca di risolverlo alla maniera sua, modo che né a lei, né agli elettori che l’hanno eletta piace, lei ha l’obbligo di contrastarla nel merito e fare proposte alternative, e non passare all’insulto.
Se l’Innominato propone di cementificare il Paese, lei ha l’obbligo, di contrastarlo, lottare, opporsi con tutti i mezzi che il Parlamento, le Istituzioni, le Leggi, la Democrazia le mette a disposizione, e, nel contempo, formulare le sue proposte.
Fatto ciò deve impegnare tutto se stesso e i suoi fedeli a spiegare, informare, convincere coloro che l’hanno eletto e anche altri se ci riesce, della bontà delle stesse da lei formulate.
Non si serva dei suoi scherpa solo per occupare spazi politici e potere. Altrimenti quello che lei considera iettatore potrà giustamente affermare che nessuna supremazia né politica, né morale può essere accampata dalla sinistra. E lei sa bene, on. D’Alema, che il suo elettorato fatto di cittadini e non dalla comunissima gente, della questione morale ne fa bandiera.
Rifletta, D’Alema, prima d’affermare che lo iettatore di oggi fosse quella “una risorsa” di ieri.
Se lei avesse allora riflettuto, forse oggi, approvato il conflitto d’interesse, non avremmo lo iettatore sfigato a demolire il Paese.
On. D’Alema, lasci solo a me lo sfogo dell’insulto, dell’invettiva, della scaramanzia e se per caso – magari consumando un caffé a San Severo come ci è capitato qualche volta – lei mi ascolta, eserciti il suo ruolo e mi redarguisca.
Non è una facoltà, è un suo dovere!
Seppure solo deontologico, ma è un suo obbligo.
***
Signori Onorevoli e Senatori,
sapete voi che il 70/80 per cento della popolazione italiana può aspirare massimo – eccellendo nella vita lavorativa di questo paese – a una retribuzione di circa trentamila, quarantamila euro all’anno?
Quante volte credete voi di valere più degli altri, seppure eccellenti?
Ditecelo!
Noi saremo ben lieti di conoscere questo vostro presunto valore, nel frattempo però, in attesa che decidiate, riducetevi lo stipendio al doppio dell’aspirazione dell’eccellenza di questo paese.
Non fingete di non capire!
Sì, non siamo disponibili ad erogarvi più di ottantamila euro lordi all’anno!
Se non vi sta bene, se ritenete di guadagnare di più cambiando lavoro, vi diciamo: andate a lavorare, signori!
Una retribuzione di tale entità farebbe immediatamente pulizia!
Pensate che un Mastella, un Dell’Utri – non perché siano i peggiori - e tanti simili resterebbero in politica se questa offrisse tanto!?
Andrebbero subito a fare il mestiere a loro più congeniale.
Quanti problemi risolveremmo in un sol colpo.
Basti pensare che la magistratura non dovrebbe più perder tempo a chiedere autorizzazioni di alcun genere.
***
Signori giornalisti,
non comprerò più quotidiani fino a quando l’informazione non la farà da padrona nei vostri giornali. Della Casta, del Palazzo e delle indecenze di costoro che hanno abbrutito, annichilito questo paese non me ne può fregare di meno.
Voglio le notizie, le inchieste e non le chiacchiere dei buffoni che ci governano e siedono in parlamento.
Le notizie le attingerò dai siti non italiani che parlano dell’Italia. Fanno il loro mestiere meglio, molto meglio di voi.
***
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!”
Italiani, popolo senza dignità,
voglio ricordare a me per primo e a voi dopo, un vecchio adagio delle parti del beneventano che recitava: “Il povero è pezzente perché perde la messa e bestemmia i santi”.
Chiaro!?
Oh!!!
Che dio vi maledica signori della Casta!
Che possiate ricevere lo stesso trattamento che riservate alla “gente”!
Che la maledizione vi insegua ovunque voi andiate!
Che possiate precipitare anche voi nell’indigenza dei pensionati, degli stranieri, dei clandestini, degli ultimi!
Che non possiate vedervene di bene del maltolto e anche di quello che è vostro!
Che…
lasci dire a me che il cavaliere Berlusconi porta sfiga.
Lasci a me pensare che è uno iettatore e come tale portatore sano di sfiga sia per gli italiani che per le politiche che attua, e - visto che mi trovo - anche per quelle delle quali egli non reca colpa.
Lasci a me l’insulto o la maledizione.
Lasci solo a me che non ho possibilità alcuna d’incidere sui fatti, le azioni, le cose l’eventualità di coniare battute del tipo “l’energumeno tascabile”.
Questi si sa sono strumenti degli impotenti, di coloro che non possedendo alcun potere o altra capacità di intervento sulla realtà ricorrono all’invettiva e alla divinazione.
Ma lei, signor D’Alema, non entra nella categoria degli ultimi, dei paria, lei sta in Parlamento, e per stazionare lì è anche ben pagato.
Là, in quel posto, dovrebbe ben studiare gli interventi, le soluzioni di Brunetta e sceverare il vero dal falso e demolire nei contenuti l’impeto funesto del piccolo.
E se Brunetta individua un problema che esiste e cerca di risolverlo alla maniera sua, modo che né a lei, né agli elettori che l’hanno eletta piace, lei ha l’obbligo di contrastarla nel merito e fare proposte alternative, e non passare all’insulto.
Se l’Innominato propone di cementificare il Paese, lei ha l’obbligo, di contrastarlo, lottare, opporsi con tutti i mezzi che il Parlamento, le Istituzioni, le Leggi, la Democrazia le mette a disposizione, e, nel contempo, formulare le sue proposte.
Fatto ciò deve impegnare tutto se stesso e i suoi fedeli a spiegare, informare, convincere coloro che l’hanno eletto e anche altri se ci riesce, della bontà delle stesse da lei formulate.
Non si serva dei suoi scherpa solo per occupare spazi politici e potere. Altrimenti quello che lei considera iettatore potrà giustamente affermare che nessuna supremazia né politica, né morale può essere accampata dalla sinistra. E lei sa bene, on. D’Alema, che il suo elettorato fatto di cittadini e non dalla comunissima gente, della questione morale ne fa bandiera.
Rifletta, D’Alema, prima d’affermare che lo iettatore di oggi fosse quella “una risorsa” di ieri.
Se lei avesse allora riflettuto, forse oggi, approvato il conflitto d’interesse, non avremmo lo iettatore sfigato a demolire il Paese.
On. D’Alema, lasci solo a me lo sfogo dell’insulto, dell’invettiva, della scaramanzia e se per caso – magari consumando un caffé a San Severo come ci è capitato qualche volta – lei mi ascolta, eserciti il suo ruolo e mi redarguisca.
Non è una facoltà, è un suo dovere!
Seppure solo deontologico, ma è un suo obbligo.
***
Signori Onorevoli e Senatori,
sapete voi che il 70/80 per cento della popolazione italiana può aspirare massimo – eccellendo nella vita lavorativa di questo paese – a una retribuzione di circa trentamila, quarantamila euro all’anno?
Quante volte credete voi di valere più degli altri, seppure eccellenti?
Ditecelo!
Noi saremo ben lieti di conoscere questo vostro presunto valore, nel frattempo però, in attesa che decidiate, riducetevi lo stipendio al doppio dell’aspirazione dell’eccellenza di questo paese.
Non fingete di non capire!
Sì, non siamo disponibili ad erogarvi più di ottantamila euro lordi all’anno!
Se non vi sta bene, se ritenete di guadagnare di più cambiando lavoro, vi diciamo: andate a lavorare, signori!
Una retribuzione di tale entità farebbe immediatamente pulizia!
Pensate che un Mastella, un Dell’Utri – non perché siano i peggiori - e tanti simili resterebbero in politica se questa offrisse tanto!?
Andrebbero subito a fare il mestiere a loro più congeniale.
Quanti problemi risolveremmo in un sol colpo.
Basti pensare che la magistratura non dovrebbe più perder tempo a chiedere autorizzazioni di alcun genere.
***
Signori giornalisti,
non comprerò più quotidiani fino a quando l’informazione non la farà da padrona nei vostri giornali. Della Casta, del Palazzo e delle indecenze di costoro che hanno abbrutito, annichilito questo paese non me ne può fregare di meno.
Voglio le notizie, le inchieste e non le chiacchiere dei buffoni che ci governano e siedono in parlamento.
Le notizie le attingerò dai siti non italiani che parlano dell’Italia. Fanno il loro mestiere meglio, molto meglio di voi.
***
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!”
Italiani, popolo senza dignità,
voglio ricordare a me per primo e a voi dopo, un vecchio adagio delle parti del beneventano che recitava: “Il povero è pezzente perché perde la messa e bestemmia i santi”.
Chiaro!?
Oh!!!
Che dio vi maledica signori della Casta!
Che possiate ricevere lo stesso trattamento che riservate alla “gente”!
Che la maledizione vi insegua ovunque voi andiate!
Che possiate precipitare anche voi nell’indigenza dei pensionati, degli stranieri, dei clandestini, degli ultimi!
Che non possiate vedervene di bene del maltolto e anche di quello che è vostro!
Che…
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