Percorri cammini impraticati.
Affronti spazi d’infinito spaventosi.
Passi che non portano orme.
Limiti frastagliati di sconosciuti strazi.
e negli abissi
di fiamme non alimentate
fuochi siderali d’oscure luci
elementi d’esistenze ignare
assenze mai avvicinate
cerchi…
In sentieri di senso interroghi parole.
Oltre l’ostacolo allunghi lo sguardo.
Dell’orizzonte e delle leggi valichi il limite.
Negli interstizi bui incunei zeppe di chiaro.
Chi sei, che cerchi al calare della sera?
Essenze di pini e faggi e silvestri balsami
calano su rossi roventi di memorie antiche.
Monti e piani e copiose acque, lacrime…
nutrite passioni allentano la presa, poeta.
Michele (s. severo 29/07/2010 9.32.37)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/percorri/420817977479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
giovedì 29 luglio 2010
martedì 27 luglio 2010
La libertà…
La libertà…
Una frase lasciata lì ed è direttiva di vita.
Ho avuto la fortuna di una grande frequentazione.
Per pochissimo tempo, è vero.
Le intensità però non le misura il tempo, fortunatamente.
Giovane impegnato politicamente e alla ricerca di un ruolo, mi sono imbattuto per condivisione dello stesso amore: i libri, nel grande Nino Casiglio.
Scrittore e vincitore di parecchi premi, intellettuale, professore, uomo di cultura sterminata, pensiero gentile: socialista.
Ci piacemmo e mi gratificò della sua amicizia.
Si discuteva di molte cose e in particolare di Politica – attenzione alla maiuscola – e certo non di quella praticata.
Il mio cruccio, il rovello tra l’impegno organico alla politica, al partito il PCI e l’appartenenza ma disorganica.
Lo scrittore - il Verga pugliese - s’era per un breve periodo affacciato alla politica e aveva ricoperto anche la carica di sindaco della mia città San Severo.
Dopo appena tre mesi, e senza dare mai spiegazioni, si dimise e non praticò più la politica attiva.
Con tormento vero e forse per apparire più di tanto e quanto sapessi, lanciai al mio mentore la frase: “Professore, hanno fatto scappare lei, figuriamoci se non si fagocitano uno come me”.
Si rivolse a me e fissandomi con gli occhi spenti – era quasi cieco – disse: “No, figlio mio! Chi te l’ha dette queste scemenze. Nessuno m’ha fatto scappare o cacciato, me ne sono andato io. Solo mia è stata la decisione”.
Rimasi spiazzato e con l’ingenuità giovane gli chiesi il perché.
“Ma come, figlio mio, non ti è chiaro? Se fossi restato ancora un poco con Loro, avrei incominciato a pensare come loro.”
Una breve pausa, “Chi lavora col pensiero per mantenere la propria integrità deve appartenere, non può schierarsi. La militanza è la morte del pensiero libero”.
La passione politica era forte e cercai di conciliare le due cose.
Impossibile.
Quando per loro la misura fu colma, mi invitarono all’organicità del ruolo oppure a trarre le conclusioni.
Me ne andai mantenendo l’appartenenza, però.
È questo per loro fu tormento.
La lezione la praticai in ogni mia attività.
Non mi fruttò mai salario, l’estraneità e solo questa è stato sempre il compenso.
Nei giornali per i quali ho scritto come in ogni mio ruolo.
Non sono mai stato accettato se non per necessità.
Alla prima occasione fuori.
Chiedo scusa se ho parlato di un tratto della mia vita, solo per ricordare prima a me che la libertà di pensiero è la condizione prima dell’essere e poi, per fare bene qualsiasi attività.
La libertà si può e dev’essere mantenuta anche nell’appartenenza.
I giornalisti, fatte delle pochissime eccezioni, l’hanno mai praticata?
I politici?
I cittadini?
Non è il gregarismo, lo spirito gregario degli italiani il male di questo Paese?
E non parte da questo modo d’essere la questione morale che mai ha abbandonato gli italiani e l’Italia?
Leggere i giornali e seguire l’informazione tutta oggi, finisci per omologarti.
Non comprendi più la realtà.
Entri nel sistema militante della chiacchiera, del pettegolezzo, della guerra delle caste contrapposte, e delle faide all’interne d’esse.
La politica identico discorso.
Non c’è differenza tra i partiti sono tutti simili, avvitati su se stessi, fuori dalla realtà e dalla verità.
L’unica è quella dell’interesse proprio.
Il paese i cittadini sono strumentali alla funzione loro.
Non esistono se non nella dimensione del proprio tornaconto.
Dei giornalisti freelance, facendo il loro lavoro, hanno scovato e resi pubblici la documentazione segreta sulla guerra sporca afgana.
Certo non erano italiani, non sarebbe mai accaduto.
Assisteremo mai a qualcosa di simile nel giornalismo italiano?
E nella politica?
Nella popolazione?
Il sapore della dignità, del riscatto?
La pratica della libertà che è vita?
Michele (san severo 27/07/2010 20.14.37)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/la-libert%C3%A0/420186932479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
Una frase lasciata lì ed è direttiva di vita.
Ho avuto la fortuna di una grande frequentazione.
Per pochissimo tempo, è vero.
Le intensità però non le misura il tempo, fortunatamente.
Giovane impegnato politicamente e alla ricerca di un ruolo, mi sono imbattuto per condivisione dello stesso amore: i libri, nel grande Nino Casiglio.
Scrittore e vincitore di parecchi premi, intellettuale, professore, uomo di cultura sterminata, pensiero gentile: socialista.
Ci piacemmo e mi gratificò della sua amicizia.
Si discuteva di molte cose e in particolare di Politica – attenzione alla maiuscola – e certo non di quella praticata.
Il mio cruccio, il rovello tra l’impegno organico alla politica, al partito il PCI e l’appartenenza ma disorganica.
Lo scrittore - il Verga pugliese - s’era per un breve periodo affacciato alla politica e aveva ricoperto anche la carica di sindaco della mia città San Severo.
Dopo appena tre mesi, e senza dare mai spiegazioni, si dimise e non praticò più la politica attiva.
Con tormento vero e forse per apparire più di tanto e quanto sapessi, lanciai al mio mentore la frase: “Professore, hanno fatto scappare lei, figuriamoci se non si fagocitano uno come me”.
Si rivolse a me e fissandomi con gli occhi spenti – era quasi cieco – disse: “No, figlio mio! Chi te l’ha dette queste scemenze. Nessuno m’ha fatto scappare o cacciato, me ne sono andato io. Solo mia è stata la decisione”.
Rimasi spiazzato e con l’ingenuità giovane gli chiesi il perché.
“Ma come, figlio mio, non ti è chiaro? Se fossi restato ancora un poco con Loro, avrei incominciato a pensare come loro.”
Una breve pausa, “Chi lavora col pensiero per mantenere la propria integrità deve appartenere, non può schierarsi. La militanza è la morte del pensiero libero”.
La passione politica era forte e cercai di conciliare le due cose.
Impossibile.
Quando per loro la misura fu colma, mi invitarono all’organicità del ruolo oppure a trarre le conclusioni.
Me ne andai mantenendo l’appartenenza, però.
È questo per loro fu tormento.
La lezione la praticai in ogni mia attività.
Non mi fruttò mai salario, l’estraneità e solo questa è stato sempre il compenso.
Nei giornali per i quali ho scritto come in ogni mio ruolo.
Non sono mai stato accettato se non per necessità.
Alla prima occasione fuori.
Chiedo scusa se ho parlato di un tratto della mia vita, solo per ricordare prima a me che la libertà di pensiero è la condizione prima dell’essere e poi, per fare bene qualsiasi attività.
La libertà si può e dev’essere mantenuta anche nell’appartenenza.
I giornalisti, fatte delle pochissime eccezioni, l’hanno mai praticata?
I politici?
I cittadini?
Non è il gregarismo, lo spirito gregario degli italiani il male di questo Paese?
E non parte da questo modo d’essere la questione morale che mai ha abbandonato gli italiani e l’Italia?
Leggere i giornali e seguire l’informazione tutta oggi, finisci per omologarti.
Non comprendi più la realtà.
Entri nel sistema militante della chiacchiera, del pettegolezzo, della guerra delle caste contrapposte, e delle faide all’interne d’esse.
La politica identico discorso.
Non c’è differenza tra i partiti sono tutti simili, avvitati su se stessi, fuori dalla realtà e dalla verità.
L’unica è quella dell’interesse proprio.
Il paese i cittadini sono strumentali alla funzione loro.
Non esistono se non nella dimensione del proprio tornaconto.
Dei giornalisti freelance, facendo il loro lavoro, hanno scovato e resi pubblici la documentazione segreta sulla guerra sporca afgana.
Certo non erano italiani, non sarebbe mai accaduto.
Assisteremo mai a qualcosa di simile nel giornalismo italiano?
E nella politica?
Nella popolazione?
Il sapore della dignità, del riscatto?
La pratica della libertà che è vita?
Michele (san severo 27/07/2010 20.14.37)
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venerdì 23 luglio 2010
Nari
Nari
Macchie di luce baciano il corpo,
che nelle forme turgido, al chiaro
restituisce il buio.
Sinuoso avanza l’impeto e geme
di bellezza, e l’incanto penetrando
le pieghe si ferma nel respiro.
Vibra passione la carne e l’ardore
brucia natii incensi.
Femminea l’aria espande fumi e
stagna, nari nel riposo giacciono.
Michele
(san severo 23/07/2010 22.02.15)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/nari/418997072479/
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Macchie di luce baciano il corpo,
che nelle forme turgido, al chiaro
restituisce il buio.
Sinuoso avanza l’impeto e geme
di bellezza, e l’incanto penetrando
le pieghe si ferma nel respiro.
Vibra passione la carne e l’ardore
brucia natii incensi.
Femminea l’aria espande fumi e
stagna, nari nel riposo giacciono.
Michele
(san severo 23/07/2010 22.02.15)
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giovedì 15 luglio 2010
mietono…
mietono…
Mietono pensieri il tempo, e
spighe d’ore e giorni in covoni
raccolgono acini di speranza.
L’aia attende e nel chiaro caldo
dei sogni, prepara il grembo.
Sacchi d’oro colmano desideri
e ansie innamorate fremono di
tocchi, bionde sospirate messi.
Antichi silenzi sciolgono versi
e parole celate allo sguardo di
carezze coprono grati gli occhi,
ch’ora di rosso vestono l’attesa.
Michele
(San Severo 15/07/2010 9.12.48)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/mietono/416081557479/
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Mietono pensieri il tempo, e
spighe d’ore e giorni in covoni
raccolgono acini di speranza.
L’aia attende e nel chiaro caldo
dei sogni, prepara il grembo.
Sacchi d’oro colmano desideri
e ansie innamorate fremono di
tocchi, bionde sospirate messi.
Antichi silenzi sciolgono versi
e parole celate allo sguardo di
carezze coprono grati gli occhi,
ch’ora di rosso vestono l’attesa.
Michele
(San Severo 15/07/2010 9.12.48)
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mercoledì 14 luglio 2010
L’Italia è bella…
L’Italia è bella…
È bella l’Italia che ammazza le donne, le promuove puttane e giustifica la violenza.
L’Italia che mortifica i giovani insultandoli nella bellezza della novità, li confina ai margini e li deride incapaci.
La stessa che chiude le università e bandisce la cultura.
È bella l’Italia dei ricercatori, dei senza lavoro.
Dei lavoratori precari, a progetto e in nero.
Delle morti sul lavoro e delle vedove in bianco.
Degli evasori assecondati e degli aiuti di Stato.
L’Italia delle mafie, ndrangheta, camorra e dei politici: mafiosi, camorristi e piduisti.
L’Italia dei corrotti e delle ministre Maria Goretti.
Dei sensali, lenoni e faccendieri.
Degli impuniti di Stato, dei furbi privati e papponi organizzati.
L’Italia che gioca coi destini di chi si nutre di televisione e si commuove di Berlusconi.
Quella della Protezione più o meno civile, e degli infami che ridono degli aquilani.
L’Italia dei pensionati e della social card, dei Commis di Stato.
Degli handicappati, degli invalidi e delle ire di Tremonti.
Delle auto blu e portaborse, disoccupati e inoccupati.
L’Italia delle cene e dei boiardi, dei Tarcisio Bertone, dei Letta, la Chiesa e Sepe.
L’Italia dell’informazione: giornali e televisioni. Arte, teatro, cinema, musica e le libere espressioni che sono prevaricazioni.
L’Italia dei Bondi, dei Casini e dei codini.
L’Italia della “casta”, i nuovi padroni.
L’Italia degli improvvisati profeti e delle false canzoni.
L’Italia dei poeti e delle divinizzazioni. Le santificazioni.
L’Italia dei senza memoria e senza storia. L’Italia provvisoria.
Quella dei cretini col cerino in mano.
L’Italia da non governare.
Quella dello stellone che ce la può fare.
L’Italia da spartirsi e depredare: beni culturali, sanità, demanio… in mano ai nuovi criminali.
L’Italia federalista, dei federali.
Michele (san severo 14/07/2010 10.53.10)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/litalia-%C3%A8-bella/415857492479/
https://www.facebook.com/michele.cologna
È bella l’Italia che ammazza le donne, le promuove puttane e giustifica la violenza.
L’Italia che mortifica i giovani insultandoli nella bellezza della novità, li confina ai margini e li deride incapaci.
La stessa che chiude le università e bandisce la cultura.
È bella l’Italia dei ricercatori, dei senza lavoro.
Dei lavoratori precari, a progetto e in nero.
Delle morti sul lavoro e delle vedove in bianco.
Degli evasori assecondati e degli aiuti di Stato.
L’Italia delle mafie, ndrangheta, camorra e dei politici: mafiosi, camorristi e piduisti.
L’Italia dei corrotti e delle ministre Maria Goretti.
Dei sensali, lenoni e faccendieri.
Degli impuniti di Stato, dei furbi privati e papponi organizzati.
L’Italia che gioca coi destini di chi si nutre di televisione e si commuove di Berlusconi.
Quella della Protezione più o meno civile, e degli infami che ridono degli aquilani.
L’Italia dei pensionati e della social card, dei Commis di Stato.
Degli handicappati, degli invalidi e delle ire di Tremonti.
Delle auto blu e portaborse, disoccupati e inoccupati.
L’Italia delle cene e dei boiardi, dei Tarcisio Bertone, dei Letta, la Chiesa e Sepe.
L’Italia dell’informazione: giornali e televisioni. Arte, teatro, cinema, musica e le libere espressioni che sono prevaricazioni.
L’Italia dei Bondi, dei Casini e dei codini.
L’Italia della “casta”, i nuovi padroni.
L’Italia degli improvvisati profeti e delle false canzoni.
L’Italia dei poeti e delle divinizzazioni. Le santificazioni.
L’Italia dei senza memoria e senza storia. L’Italia provvisoria.
Quella dei cretini col cerino in mano.
L’Italia da non governare.
Quella dello stellone che ce la può fare.
L’Italia da spartirsi e depredare: beni culturali, sanità, demanio… in mano ai nuovi criminali.
L’Italia federalista, dei federali.
Michele (san severo 14/07/2010 10.53.10)
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venerdì 9 luglio 2010
a volte…
a volte…
a volte capita di ridere
e a volte piangere
pure nell’assenza consumare il tempo
a volte si nasce ed è per sempre
un cammino destino
a volte si muore ed è liberazione
senza più ormai
a volte capita che gli uomini abdichino all’uomo
e nella parvenza si trascinano ombre
capita
una carezza trascurata ed è dolore
una parola ed è vita
torna
ci si innamora e ci cattura la passione
a volte né l’uno né l’altro
è solo morte prematura
a volte un vissuto rigoroso
vale un’alzata di spalle dell’intelligenza
un guitto una filosofia
a volte capita
michele
(s. severo 10/07/2010 8.39.54)
a volte capita di ridere
e a volte piangere
pure nell’assenza consumare il tempo
a volte si nasce ed è per sempre
un cammino destino
a volte si muore ed è liberazione
senza più ormai
a volte capita che gli uomini abdichino all’uomo
e nella parvenza si trascinano ombre
capita
una carezza trascurata ed è dolore
una parola ed è vita
torna
ci si innamora e ci cattura la passione
a volte né l’uno né l’altro
è solo morte prematura
a volte un vissuto rigoroso
vale un’alzata di spalle dell’intelligenza
un guitto una filosofia
a volte capita
michele
(s. severo 10/07/2010 8.39.54)
giovedì 8 luglio 2010
Estraneo…
Estraneo…
Agli occhi nausea cinge il pianto.
Fiumi d’asfalto ruggiscono belve, e affacciando bocche, pascolano estranei passi.
Corrono, e più reggono redini che di rimbombi riempiono il vuoto.
In pasto conducono orbite fisse di parole assenti.
Ignari percorsi muovono messaggi slegati che non producono voce.
Alveari vuoti ospitano sonno e di sogni privi svettano aridi.
Luci splendono al sole crittografie palesi, reflui d’oscuro, mentre
rilucenti livree metabolizzano metamorfosi.
I muri d’ombre assenti nell’intimo il meriggio più consumano,
e insipidite bocche in fila attendono mute all’asporto…
mentre mani, riflessa potenza di fattuali forme, oscillano l’incompreso
e, appendici irrise, arpionano del senso il trascurato tempo.
Michele (san severo 08/07/2010 18.56.14)
Agli occhi nausea cinge il pianto.
Fiumi d’asfalto ruggiscono belve, e affacciando bocche, pascolano estranei passi.
Corrono, e più reggono redini che di rimbombi riempiono il vuoto.
In pasto conducono orbite fisse di parole assenti.
Ignari percorsi muovono messaggi slegati che non producono voce.
Alveari vuoti ospitano sonno e di sogni privi svettano aridi.
Luci splendono al sole crittografie palesi, reflui d’oscuro, mentre
rilucenti livree metabolizzano metamorfosi.
I muri d’ombre assenti nell’intimo il meriggio più consumano,
e insipidite bocche in fila attendono mute all’asporto…
mentre mani, riflessa potenza di fattuali forme, oscillano l’incompreso
e, appendici irrise, arpionano del senso il trascurato tempo.
Michele (san severo 08/07/2010 18.56.14)
lunedì 5 luglio 2010
abbracciati...
abbracciati...
nell'ansia dei baci
corpi ansimano piacere
vita scorre e nutre
dei corpi il desiderio
voglia spinge e
parole riempiono gl’interstizi
piena…
di spasmi ferma il tempo
e soffoca
singulti espandono
e
aria contrae il sonoro
michele
(san severo 04/07/2010 21.40.59)
https://www.facebook.com/notes/michele-cologna/abbracciati/412559432479/
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nell'ansia dei baci
corpi ansimano piacere
vita scorre e nutre
dei corpi il desiderio
voglia spinge e
parole riempiono gl’interstizi
piena…
di spasmi ferma il tempo
e soffoca
singulti espandono
e
aria contrae il sonoro
michele
(san severo 04/07/2010 21.40.59)
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sabato 3 luglio 2010
La felicità…
La felicità…
Il precipitare di un grave, è la felicità.
Materia che tende allo stato inerziale.
Il percorso intercorrente tra l’inizio e la fine della corsa.
Di quel tratto veloce, breve, intenso, oscuro… consiste la felicità.
L’arrivo, lo stato d’inerzia, lo stato di grazia non appartiene più al corpo, ma solo alla materia che l’ospita.
Semplicemente, non è per colui che ha provato la felicità.
La percezione può essere consapevole o inconsapevole, ma non può essere confutata la sensazione dell’intensità della trasmutazione.
Solo la vita, tutto ciò che è vita, quindi movimento ha la possibilità di precipitare.
Una stella vive, collassa, muore.
Dov’è la sua felicità?
Nel collassare, movimento di precipitazione verso lo stato inerziale.
L’aereo decolla, vola, atterra.
Materia viva sottoposta a sollecitazione, a fatica.
Un evento lo fa precipitare, cessa il lavoro della materia, quindi la vita che conserverà ancora fino all’impatto, avvenuto il quale sarà materia altra che non apparterrà più alla funzione della propria vita.
La felicità, il riposo della materia che conserverà in potenza vita fino all’impatto, poi sarà materia altra che ritorna.
Il frutto germoglia, fiorisce, cresce, matura, cade.
Si compie il ciclo e la vita che cesserà nello schianto, avrà attraversato l’attimo di felicità nel breve tragitto tra il ramo e la materia cui tendeva.
Attentato alle Torri Gemelle.
L’uomo precipita, il percorso oscuro nell’attesa dell’arrivo è la felicità, poi sarà materia inerme tornata alla materia.
Tra rimorsi, esaltazioni, sofferenze indicibili medita il suicidio.
Allucinato i preparativi, passa il cappio intorno al collo, chiude gli occhi, il salto.
L’attimo che tende la corda è felicità.
Dopo il nulla, materia inerme che torna all’inerzia.
Ha la schedina dell’enalotto in mano, riscontra la sua, ha vinto.
L’attimo, il momento che intercorre tra l’obnubilamento, la confusione e la consapevolezza della sua condizione mutata è la felicità.
Tutto quello che segue è un volerla conquistare ancora, ma sarà fatica vana.
La donna che aneli acconsente, l’attimo che passa tra l’assenso e il rendertene conto, quello e solo quello è il momento felice.
La felicità è un percorso - d’attimi, tempi differenti in relazione al corpo - è sta nel movimento che è vita, tra la condizione data e il ritorno all’inerzia.
Un tragitto nello spazio e nel tempo.
Michele (s. severo 03/07/2010 21.49.41)
Il precipitare di un grave, è la felicità.
Materia che tende allo stato inerziale.
Il percorso intercorrente tra l’inizio e la fine della corsa.
Di quel tratto veloce, breve, intenso, oscuro… consiste la felicità.
L’arrivo, lo stato d’inerzia, lo stato di grazia non appartiene più al corpo, ma solo alla materia che l’ospita.
Semplicemente, non è per colui che ha provato la felicità.
La percezione può essere consapevole o inconsapevole, ma non può essere confutata la sensazione dell’intensità della trasmutazione.
Solo la vita, tutto ciò che è vita, quindi movimento ha la possibilità di precipitare.
Una stella vive, collassa, muore.
Dov’è la sua felicità?
Nel collassare, movimento di precipitazione verso lo stato inerziale.
L’aereo decolla, vola, atterra.
Materia viva sottoposta a sollecitazione, a fatica.
Un evento lo fa precipitare, cessa il lavoro della materia, quindi la vita che conserverà ancora fino all’impatto, avvenuto il quale sarà materia altra che non apparterrà più alla funzione della propria vita.
La felicità, il riposo della materia che conserverà in potenza vita fino all’impatto, poi sarà materia altra che ritorna.
Il frutto germoglia, fiorisce, cresce, matura, cade.
Si compie il ciclo e la vita che cesserà nello schianto, avrà attraversato l’attimo di felicità nel breve tragitto tra il ramo e la materia cui tendeva.
Attentato alle Torri Gemelle.
L’uomo precipita, il percorso oscuro nell’attesa dell’arrivo è la felicità, poi sarà materia inerme tornata alla materia.
Tra rimorsi, esaltazioni, sofferenze indicibili medita il suicidio.
Allucinato i preparativi, passa il cappio intorno al collo, chiude gli occhi, il salto.
L’attimo che tende la corda è felicità.
Dopo il nulla, materia inerme che torna all’inerzia.
Ha la schedina dell’enalotto in mano, riscontra la sua, ha vinto.
L’attimo, il momento che intercorre tra l’obnubilamento, la confusione e la consapevolezza della sua condizione mutata è la felicità.
Tutto quello che segue è un volerla conquistare ancora, ma sarà fatica vana.
La donna che aneli acconsente, l’attimo che passa tra l’assenso e il rendertene conto, quello e solo quello è il momento felice.
La felicità è un percorso - d’attimi, tempi differenti in relazione al corpo - è sta nel movimento che è vita, tra la condizione data e il ritorno all’inerzia.
Un tragitto nello spazio e nel tempo.
Michele (s. severo 03/07/2010 21.49.41)
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