Creatura dell’amore
In te sogna il mio cuore
Che sorride al tuo fiore.
Compagna dei miei passi
Immagine dei sollievi lassi
Oblio dei tanti sconquassi.
Delle lacrime la polla
Gioia escreta nell’ampolla
Ch’abbevera la mia midolla.
Demiurgo del mio destino
Tabernacolo del mio divino
Ristoro del mio cammino.
Nutrimento della speme
Generatrice d’ogni seme
Don trovato che su me preme.
Michele (san severo, 29/06/2009 21.03.51)
lunedì 29 giugno 2009
giovedì 25 giugno 2009
Degli occhi lo sguardo bambino…
Degli occhi lo sguardo bambino…
Del cuore la corona di spine…
Dell’amore il manto divino…
La voce dell’eterno il rumore…
I passi del vento trasportatore...
Mantice dell’universo respiratore…
Ossimoro del logos signore…
Parola dello schiavo rigore…
Sentire dell’uomo migliore…
Discendente dell’uomo destino…
Padre in viaggio del figlio in cammino…
Uomo d’ogni certezza in declino…
Messaggio di speranza in catene…
Mente di saggezza che non viene…
Ragione che barbarie non ritiene…
Persona dal sangue rappreso…
Condizione d’uomo sospeso…
Rivelazione d’orgoglio assai leso…
Parola di parola parlata…
Parola di parola sognata…
Parola di parola desiderata…
Parola di parola negata…
Michele (san severo, 25/06/2009 19.07.42)
Del cuore la corona di spine…
Dell’amore il manto divino…
La voce dell’eterno il rumore…
I passi del vento trasportatore...
Mantice dell’universo respiratore…
Ossimoro del logos signore…
Parola dello schiavo rigore…
Sentire dell’uomo migliore…
Discendente dell’uomo destino…
Padre in viaggio del figlio in cammino…
Uomo d’ogni certezza in declino…
Messaggio di speranza in catene…
Mente di saggezza che non viene…
Ragione che barbarie non ritiene…
Persona dal sangue rappreso…
Condizione d’uomo sospeso…
Rivelazione d’orgoglio assai leso…
Parola di parola parlata…
Parola di parola sognata…
Parola di parola desiderata…
Parola di parola negata…
Michele (san severo, 25/06/2009 19.07.42)
domenica 21 giugno 2009
Per i dicotto mesi di Riccardo, gli auguri del nonno
Buongiorno, bambino!
Chi sei tu, tu che mi guardi, andando, con le mani in tasca?
Mi guardi sorpreso?
Non senti la voce… non la riconosci?
E se ti chiedo di cantarmi la canzone del cane?
Dimmi, Riccardo, come fa Snoopy?
Bau! Bau bau! Bau!
Ridi, monello, hai capito che son nonno!
Hai ragione è da tanto che non ci vediamo!
Tua madre, dirà, ma è da Pasqua, papà!
Sì, è vero!
Mezzagiornata.
Diglielo tu!, ché la mamma non sa che per i vecchi e i bambini il tempo ha diversa durata.
I bambini, avendo la vita davanti, tanto tempo da trascorrere, lo percepiscono dilatato.
I minuti non scorrono. Le giornate sono lente. Noiose. Infinite.
Un giorno è infinito, e hanno tempo per dimenticare ciò che non vedono da poco.
I vecchi, invece, di tempo davanti ne hanno poco.
Le giornate iniziano e finiscono.
Le ore son minuti, i mesi giorni, gli anni s’accavallano implacabili.
Il tempo s’accorcia e il dolore s’intensifica.
Un giorno senza del nipotino, sa che non lo recupererà mai più.
Un nonno non pronunciato, sarà una sottrazione senza recupero e ancor più dolorosa.
E la vita ti duole come l’assenza del figlio, del nipote… di chi t’ha lasciato.
Diglielo tu, Riccardo!
Diglielo a mamma che ora è andata via dei diociott’anni carica, e ora io la guardo donna, come quando la mamma l’ha vista partire.
Cosa vuoi che sia l’università, presto passa e sarà di nuovo a casa…
Stefania, Leonardo, Barbara, Pamela.
Ad uno ad uno in quattro anni son andati via, e nessuno è tornato.
Il nonno è solo, solo da quell’estate funesta che ha segnato il suo cuore il triplo dolore: la leucemia della nonna Maria; la strage di Falcone e Borsellino; la partenza dell’ultima figlia Pamela.
E i giorni son andati sempre più scemando di speranza e crescendo di desiderio struggente di veder crescere i nipoti, invecchiare i figli e mostrare le piaghe che la vecchiaia gli adduce.
Tanti anni fa, piccolo di nonno, tuo zio Leonardo, studente liceale, fu sorpreso dalla professoressa d’italiano a copiare durante il compito in classe.
La prof scandalizzata: “come un ragazzo così ben educato, così studioso, con un padre così fa di queste cose. Fammi venire tuo padre”.
Il nonno non disse alcunché allo zio. Nessun rimprovero.
Credeva sufficiente già la pena che giustamente si portava.
Era nello studio a tarda notte ancora a lavorare e sentiva che il figlio non riusciva a riposare.
Intorno alle due, lo zio Leonardo entrò nello studio, gli occhi tumefatti di pianto: “Sai, papà, cos’è! Che tu ci hai educato male! Tu ci hai educati ad essere onesti! Sinceri! E noi siamo sempre i più stupidi in confronto agli altri”.
Il nonno ricacciò in gola il groppo che voleva salire e, tentato a dargli ragione, disse: “Vedi, Leonardo, il mestiere di genitore non si impara da nessuna parte. S’impara in fieri, papà! Può darsi che tu abbia ragione! Ritengo però che sia troppo presto per te giudicarmi ora. Sarà il tempo a darci la risposta”.
Tanti anni dopo - il nonno aspettava sempre - Leonardo in una scesa a San Severo, sempre durante la notte, irruppe nello studio e disse: “Papà, debbo dirti una cosa, siamo sempre i migliori! Grazie!”.
Il nonno sapeva che lo zio non poteva che dare quella risposta.
Ora è il nonno che fa la domanda ai propri figli: figli miei, ditemi, in che cosa ho sbagliato per esser così punito?
Anni e anni!
Anni che m’hanno ammalato la vita.
Non ci si rassegna a non vedere i figli invecchiare.
Non si trova pace nel silenzio dell’assenza.
È insopportabile non mostrare a chi si ama le ferite che gli anni c’inferiscono.
Sì, è vero!
Il lavoro. Le opportunità che questa disgraziata terra non dà!
Verità tutte che non saziano il dolore.
Egli è lì, nessuna motivazione lo scalfisce.
È sordo!
Il dolore occupa tutto lo spazio e non c’è n’è per altro sentire.
Te lo dice il nonno in che cosa ha sbagliato!
Ha insegnato ai propri figli a donarsi. Senza risparmio. La vita è generosità. Altrimenti null’è!
A lungo andare però, la sottrazione continua consuma, logora. Ti esaurisce e tu togli, sottrai, e ancora… ancora.
Subisci la desertificazione, chiedi acqua, linfa e nessuna mano tesa ti raggiunge. Le mani che potrebbero non ci sono.
Ti trascini. A volte vedi la fine a portata di mano e ti riprendi e poi…
Vivi lì ai bordi e gli sconfinamenti dall’uno all’altra parte e viceversa sono speranza e dolore. Luce e buio…
Ti mancano i colori. I sapori: il dolce è amaro. E l’amaro è amaro.
I figli di tuo nonno, hanno preso dalla stupidità del padre e si donano senza risparmio.
Non s’avvedono che colui che ottiene e ottiene… chiederà sempre di più. Perché ha compreso che l’ottenere è il suo ruolo e donare è dell’altro.
Ora che il nonno ha imparato la lezione, rifarebbe esattamente gli stessi errori.
Forse c’è un destino o un suggeritore subdolo, nonno, che si prende gioco di noi.
Ora basta!
Il nonno ti ha scritto per farti gli auguri del compimento del tuo diciottesimo mese, Riccardo.
Sono tanti diciotto mesi!
Vedi sei un ometto, con le mani in tasca e l’aspetto da bohemien, gigolo, sei divino, tesoro.
Una coppola!
Grida forte: mamma, voglio una coppola!
Ora il nonno ti saluta.
La mamma ti leggerà la lettera di nonno e vedrai che le parole non scapperanno via. Si fermeranno nella tua stanzetta e tu le ascolterai ogni volta che vorrai.
E nonno sarà sempre lì con te.
Come pure nonno, che è mago, starà in ogni nonnetto che incontrerai e ti sorriderà.
Tu ogni volta che un nonnino ti sorriderà gli dirai, ciao nonno!
Le tue parole metteranno le ali e verranno a trovarmi e io ti sorriderò, grato.
Auguri, piccolo di nonno!
Dai la mano a nonno: buongiorno!
… il nonno è parola
e le parole son eterne
non muoiono mai…
Ciao!
(san severo, domenica 21 giugno 2009 ore 11.37.25)
Chi sei tu, tu che mi guardi, andando, con le mani in tasca?
Mi guardi sorpreso?
Non senti la voce… non la riconosci?
E se ti chiedo di cantarmi la canzone del cane?
Dimmi, Riccardo, come fa Snoopy?
Bau! Bau bau! Bau!
Ridi, monello, hai capito che son nonno!
Hai ragione è da tanto che non ci vediamo!
Tua madre, dirà, ma è da Pasqua, papà!
Sì, è vero!
Mezzagiornata.
Diglielo tu!, ché la mamma non sa che per i vecchi e i bambini il tempo ha diversa durata.
I bambini, avendo la vita davanti, tanto tempo da trascorrere, lo percepiscono dilatato.
I minuti non scorrono. Le giornate sono lente. Noiose. Infinite.
Un giorno è infinito, e hanno tempo per dimenticare ciò che non vedono da poco.
I vecchi, invece, di tempo davanti ne hanno poco.
Le giornate iniziano e finiscono.
Le ore son minuti, i mesi giorni, gli anni s’accavallano implacabili.
Il tempo s’accorcia e il dolore s’intensifica.
Un giorno senza del nipotino, sa che non lo recupererà mai più.
Un nonno non pronunciato, sarà una sottrazione senza recupero e ancor più dolorosa.
E la vita ti duole come l’assenza del figlio, del nipote… di chi t’ha lasciato.
Diglielo tu, Riccardo!
Diglielo a mamma che ora è andata via dei diociott’anni carica, e ora io la guardo donna, come quando la mamma l’ha vista partire.
Cosa vuoi che sia l’università, presto passa e sarà di nuovo a casa…
Stefania, Leonardo, Barbara, Pamela.
Ad uno ad uno in quattro anni son andati via, e nessuno è tornato.
Il nonno è solo, solo da quell’estate funesta che ha segnato il suo cuore il triplo dolore: la leucemia della nonna Maria; la strage di Falcone e Borsellino; la partenza dell’ultima figlia Pamela.
E i giorni son andati sempre più scemando di speranza e crescendo di desiderio struggente di veder crescere i nipoti, invecchiare i figli e mostrare le piaghe che la vecchiaia gli adduce.
Tanti anni fa, piccolo di nonno, tuo zio Leonardo, studente liceale, fu sorpreso dalla professoressa d’italiano a copiare durante il compito in classe.
La prof scandalizzata: “come un ragazzo così ben educato, così studioso, con un padre così fa di queste cose. Fammi venire tuo padre”.
Il nonno non disse alcunché allo zio. Nessun rimprovero.
Credeva sufficiente già la pena che giustamente si portava.
Era nello studio a tarda notte ancora a lavorare e sentiva che il figlio non riusciva a riposare.
Intorno alle due, lo zio Leonardo entrò nello studio, gli occhi tumefatti di pianto: “Sai, papà, cos’è! Che tu ci hai educato male! Tu ci hai educati ad essere onesti! Sinceri! E noi siamo sempre i più stupidi in confronto agli altri”.
Il nonno ricacciò in gola il groppo che voleva salire e, tentato a dargli ragione, disse: “Vedi, Leonardo, il mestiere di genitore non si impara da nessuna parte. S’impara in fieri, papà! Può darsi che tu abbia ragione! Ritengo però che sia troppo presto per te giudicarmi ora. Sarà il tempo a darci la risposta”.
Tanti anni dopo - il nonno aspettava sempre - Leonardo in una scesa a San Severo, sempre durante la notte, irruppe nello studio e disse: “Papà, debbo dirti una cosa, siamo sempre i migliori! Grazie!”.
Il nonno sapeva che lo zio non poteva che dare quella risposta.
Ora è il nonno che fa la domanda ai propri figli: figli miei, ditemi, in che cosa ho sbagliato per esser così punito?
Anni e anni!
Anni che m’hanno ammalato la vita.
Non ci si rassegna a non vedere i figli invecchiare.
Non si trova pace nel silenzio dell’assenza.
È insopportabile non mostrare a chi si ama le ferite che gli anni c’inferiscono.
Sì, è vero!
Il lavoro. Le opportunità che questa disgraziata terra non dà!
Verità tutte che non saziano il dolore.
Egli è lì, nessuna motivazione lo scalfisce.
È sordo!
Il dolore occupa tutto lo spazio e non c’è n’è per altro sentire.
Te lo dice il nonno in che cosa ha sbagliato!
Ha insegnato ai propri figli a donarsi. Senza risparmio. La vita è generosità. Altrimenti null’è!
A lungo andare però, la sottrazione continua consuma, logora. Ti esaurisce e tu togli, sottrai, e ancora… ancora.
Subisci la desertificazione, chiedi acqua, linfa e nessuna mano tesa ti raggiunge. Le mani che potrebbero non ci sono.
Ti trascini. A volte vedi la fine a portata di mano e ti riprendi e poi…
Vivi lì ai bordi e gli sconfinamenti dall’uno all’altra parte e viceversa sono speranza e dolore. Luce e buio…
Ti mancano i colori. I sapori: il dolce è amaro. E l’amaro è amaro.
I figli di tuo nonno, hanno preso dalla stupidità del padre e si donano senza risparmio.
Non s’avvedono che colui che ottiene e ottiene… chiederà sempre di più. Perché ha compreso che l’ottenere è il suo ruolo e donare è dell’altro.
Ora che il nonno ha imparato la lezione, rifarebbe esattamente gli stessi errori.
Forse c’è un destino o un suggeritore subdolo, nonno, che si prende gioco di noi.
Ora basta!
Il nonno ti ha scritto per farti gli auguri del compimento del tuo diciottesimo mese, Riccardo.
Sono tanti diciotto mesi!
Vedi sei un ometto, con le mani in tasca e l’aspetto da bohemien, gigolo, sei divino, tesoro.
Una coppola!
Grida forte: mamma, voglio una coppola!
Ora il nonno ti saluta.
La mamma ti leggerà la lettera di nonno e vedrai che le parole non scapperanno via. Si fermeranno nella tua stanzetta e tu le ascolterai ogni volta che vorrai.
E nonno sarà sempre lì con te.
Come pure nonno, che è mago, starà in ogni nonnetto che incontrerai e ti sorriderà.
Tu ogni volta che un nonnino ti sorriderà gli dirai, ciao nonno!
Le tue parole metteranno le ali e verranno a trovarmi e io ti sorriderò, grato.
Auguri, piccolo di nonno!
Dai la mano a nonno: buongiorno!
… il nonno è parola
e le parole son eterne
non muoiono mai…
Ciao!
(san severo, domenica 21 giugno 2009 ore 11.37.25)
lunedì 15 giugno 2009
Lo "scherzo"
La Natura gioca con la Vita e… la burla
Lo “scherzo”
di Michele Cologna
Nella sua lunga o forse breve, gratificante e irripetibile esperienza contadina di viticoltore, il signor Kappa (eteronomo di mister M) aveva avuto modo di assistere ad un fenomeno a lui inspiegabile: viti vigorose senza un minimo accenno di malattia, una sola ragione manifesta di sofferenza inaridivano e di colpo seccavano.
Il fatto in sé lo turbava, ma ancor più l’incapacità di comprendere.
In più occasioni, portandoli anche sul posto, aveva chiesto a dottori agrari suoi amici la ragione.
Ma mai nessuno che gli abbia - al di là di qualche biascicata e inattendibile diagnosi o alzata di spalle - dato risposta sufficiente.
Pensando che i dottori ne sapessero quanto lui, si è rivolto a vetusti e venerabili contadini di antica fatta ed esperienza.
Qui, per una migliore comprensione, bisogna aprire una parentesi.
Il signor Kappa aveva - e chissà! ha tuttora, lo si intuisce dai termini usati e testé riportati – una venerazione per il mondo contadino e la civiltà che quel mondo ha espresso, e che ormai è solo un labile ricordo.
Pensate che sostiene e con buoni argomenti, che il contadino – non quello moderno, tecnologico che si reca in campagna per “estrarre” e “distillare” soldi, e con i suoi potenti trattori opera la desertificazione della Terra e avvelena il cibo con la chimica, ma quello antico, e forse del tutto estinto – sia l’unico esempio di uomo non scisso.
L’uomo celebrato dai filosofi della mitica età dell’oro?
In ogni modo, l’uomo in osmosi con la natura non perché lì vi dimora, ma perché la natura gli abita le membra e risiede nella sua Mente, che, di tanta armonia gravida, non opera alcuna divisione tra la cosa reale, il pensiero che la conosce e la parola che la esprime.
La mente arcaica, l’uomo “eracliteo” che non ha subito sul piano logico-ontologico la funesta scissione che è alla base della separazione dell’uomo dalla natura e del dominio dell’uomo su essa. L’uomo panteista che vedeva Dio nella Natura e che mai Li avrebbe per un momento sottomessi…, ma solo assecondati…, blanditi, amati… per riceverne il giusto riconoscimento.
Chiusa la parentesi.
I contadini interpellati, tutti – unanimemente - hanno risposto: "Eh, figlio mio, questi sono scherzi ( in verità sgherzi) della natura".
La risposta - a dire il vero - ha suscitato riso in Kappa, sembrandogli di una sazia banalità e ovvietà esilarante.
Più volte, però, essa gli è tornata in mente.
E più rifletteva e si ripeteva il “verdetto”, più il suono della frase andava perdendo di mediocrità: scemava la caratteristica dell'ovvietà.
Come era possibile – si chiedeva Kappa - che lo sguardo del contadino, dopo una osservazione millenaria del fenomeno, non ne avesse colto il noumeno, la ragione in sé?
Si convinse che il segreto – come nel responso della pizia, la vergine sacerdotessa di Delfi – era per forza lì contenuto e nascosto, risiedeva nella risposta.
E infatti l’arcano sta nella risposta.
Gli si è disvelato una mattina, la stessa di questa nota dalla quale attingiamo.
È arrivata come una folgorazione mentre era in bagno ad attendere alle sue abluzioni quotidiane.
La vita – l’essenza della vita - ad un certo punto si stanca di vivere.
Non vuole – non può? - più farlo, non ha più alcun interesse ad esserci.
Senza una ragione precisa.
Perde il senso.
Non il senso come direzione cui tendere, né il senso escatologico, né – ancora - il senso intellettivo, quello aristotelico “del sentire di sentire”, della coscienza - cosa che forse sarebbe proprio e appannaggio esclusivo dell'uomo -, ma il senso biologico.
L'energia – nucleare? - vitale delle cellule: come se si bloccasse.
Un intorpidimento biochimico - in nessuna relazione con l’età o la volontà – offusca, riduce al minimo, annulla le funzioni vitali.
Le membra percepiscono solo una spossatezza infinita e l’esigenza di smettere di funzionare.
Tanta stanchezza di nulla che pur non sofferente, richiede di approdare: anela alla fine.
La fine… la fine… la fine è il solo biologico volere.
Sentire.
L'unica necessità.
Bisogno esclusivo.
Che cos'è questo sentire, questo bisogno, questa necessità?
Come definirli, se non uno scherzo della natura?
L'osservazione era giusta!
Il riso, come spesso accade, era quello dello stolido.
Il silenzio dei secoli che osserva, penetra, intuisce e s'inchina alla legge di natura, caratteristica propria della civiltà contadina, aveva colto il segreto: uno scherzo.
La vita è uno scherzo.
È l'uomo contemporaneo, l’uomo tecnologico che perdendo il contatto con la “Vita”, ha perso la capacità di starci: allo scherzo.
Michele Cologna
Elzeviro: “La Gazzetta” di san severo, 27 gennaio 2001
Lo “scherzo”
di Michele Cologna
Nella sua lunga o forse breve, gratificante e irripetibile esperienza contadina di viticoltore, il signor Kappa (eteronomo di mister M) aveva avuto modo di assistere ad un fenomeno a lui inspiegabile: viti vigorose senza un minimo accenno di malattia, una sola ragione manifesta di sofferenza inaridivano e di colpo seccavano.
Il fatto in sé lo turbava, ma ancor più l’incapacità di comprendere.
In più occasioni, portandoli anche sul posto, aveva chiesto a dottori agrari suoi amici la ragione.
Ma mai nessuno che gli abbia - al di là di qualche biascicata e inattendibile diagnosi o alzata di spalle - dato risposta sufficiente.
Pensando che i dottori ne sapessero quanto lui, si è rivolto a vetusti e venerabili contadini di antica fatta ed esperienza.
Qui, per una migliore comprensione, bisogna aprire una parentesi.
Il signor Kappa aveva - e chissà! ha tuttora, lo si intuisce dai termini usati e testé riportati – una venerazione per il mondo contadino e la civiltà che quel mondo ha espresso, e che ormai è solo un labile ricordo.
Pensate che sostiene e con buoni argomenti, che il contadino – non quello moderno, tecnologico che si reca in campagna per “estrarre” e “distillare” soldi, e con i suoi potenti trattori opera la desertificazione della Terra e avvelena il cibo con la chimica, ma quello antico, e forse del tutto estinto – sia l’unico esempio di uomo non scisso.
L’uomo celebrato dai filosofi della mitica età dell’oro?
In ogni modo, l’uomo in osmosi con la natura non perché lì vi dimora, ma perché la natura gli abita le membra e risiede nella sua Mente, che, di tanta armonia gravida, non opera alcuna divisione tra la cosa reale, il pensiero che la conosce e la parola che la esprime.
La mente arcaica, l’uomo “eracliteo” che non ha subito sul piano logico-ontologico la funesta scissione che è alla base della separazione dell’uomo dalla natura e del dominio dell’uomo su essa. L’uomo panteista che vedeva Dio nella Natura e che mai Li avrebbe per un momento sottomessi…, ma solo assecondati…, blanditi, amati… per riceverne il giusto riconoscimento.
Chiusa la parentesi.
I contadini interpellati, tutti – unanimemente - hanno risposto: "Eh, figlio mio, questi sono scherzi ( in verità sgherzi) della natura".
La risposta - a dire il vero - ha suscitato riso in Kappa, sembrandogli di una sazia banalità e ovvietà esilarante.
Più volte, però, essa gli è tornata in mente.
E più rifletteva e si ripeteva il “verdetto”, più il suono della frase andava perdendo di mediocrità: scemava la caratteristica dell'ovvietà.
Come era possibile – si chiedeva Kappa - che lo sguardo del contadino, dopo una osservazione millenaria del fenomeno, non ne avesse colto il noumeno, la ragione in sé?
Si convinse che il segreto – come nel responso della pizia, la vergine sacerdotessa di Delfi – era per forza lì contenuto e nascosto, risiedeva nella risposta.
E infatti l’arcano sta nella risposta.
Gli si è disvelato una mattina, la stessa di questa nota dalla quale attingiamo.
È arrivata come una folgorazione mentre era in bagno ad attendere alle sue abluzioni quotidiane.
La vita – l’essenza della vita - ad un certo punto si stanca di vivere.
Non vuole – non può? - più farlo, non ha più alcun interesse ad esserci.
Senza una ragione precisa.
Perde il senso.
Non il senso come direzione cui tendere, né il senso escatologico, né – ancora - il senso intellettivo, quello aristotelico “del sentire di sentire”, della coscienza - cosa che forse sarebbe proprio e appannaggio esclusivo dell'uomo -, ma il senso biologico.
L'energia – nucleare? - vitale delle cellule: come se si bloccasse.
Un intorpidimento biochimico - in nessuna relazione con l’età o la volontà – offusca, riduce al minimo, annulla le funzioni vitali.
Le membra percepiscono solo una spossatezza infinita e l’esigenza di smettere di funzionare.
Tanta stanchezza di nulla che pur non sofferente, richiede di approdare: anela alla fine.
La fine… la fine… la fine è il solo biologico volere.
Sentire.
L'unica necessità.
Bisogno esclusivo.
Che cos'è questo sentire, questo bisogno, questa necessità?
Come definirli, se non uno scherzo della natura?
L'osservazione era giusta!
Il riso, come spesso accade, era quello dello stolido.
Il silenzio dei secoli che osserva, penetra, intuisce e s'inchina alla legge di natura, caratteristica propria della civiltà contadina, aveva colto il segreto: uno scherzo.
La vita è uno scherzo.
È l'uomo contemporaneo, l’uomo tecnologico che perdendo il contatto con la “Vita”, ha perso la capacità di starci: allo scherzo.
Michele Cologna
Elzeviro: “La Gazzetta” di san severo, 27 gennaio 2001
sabato 13 giugno 2009
No, Maestro caro!
No, Maestro caro!
Quando un discepolo segue, studia, approfondisce con diligenza e profitto, prima o poi eguaglierà se non proprio supererà il Maestro.
Non voglio dire che t’abbia superato…
Me ne guarderei bene!
Anche se ci spero e m’alleno e non disperdo attenzioni.
Ma stamattina ti ho interrogato e tu non hai avuto risposta.
Ho cercato nelle tue parole per aiutarti, senza risultati.
Forse domani, più tardi organizzerai il pensiero e ancora una volta ti prenderai il posto che meriti, ora lascia a me, seppur per un momento, il piacere del tuo silenzio.
Da anni, ne sono ormai ventidue, dall’agosto del 1987, quando c’incontrammo per caso in una libreria di mare, tra odore di salsedine e carni in amore; profumi di vita, odori di sole e noi spaesati da tanta pulsione, ombre tra tanta luce, incominciammo a dialogare e subito ci riconoscemmo.
Io t’accusai d’avermi copiato e tu m’insultasti: meschino, io son Pessoa e i suoi eteronomi, chi sei tu per avanzare simile pretese?
Nessuno ero e sono, Maestro!
Eppur pensai che forse quelle teorie orientaleggianti adombrate da anime perse: un qualcosa di vero nel mistero dovevano conservarle.
La metempsicosi!?
Ridesti e risi pur io.
L’inquietudine, però, a lungo permase.
A distanza di tanti anni non so più se il mio pensiero sia il mio o il tuo e mi tormento: non mi credo più neanche bugiardo.
Stamattina non mi sentivo.
La mia anima era assente e il mio corpo giaceva nel letto stanco di cose da iniziare.
Se fosse dipeso da me, starei ancora in quell’interruzione-dormiveglia – preferirei dormizione! - che ti priva della vita e della morte e ti consegna alla sospensione del tempo.
La voce…
È tardi. Devi girare. Devi accompagnare…
Andavo e non mi percepivo. Ero assente.
L’anima non parlava. Il cuore non pulsava.
Chi sta svolgendo le mie mansioni?
Non son io!
Chi sono?
M’interrogo e non rispondo…
Dio!
Comincio a interrogare, pungere, stimolare il dolore…
Percorro più stadi…
Attraverso strati e strati…
Tormento l’anima e mi tormento il sentire…
Ecco, pian piano sale, appare, lo sento…
Sì, sto tornando!
Son io.
Caro Fernando, cosa deduci?
Mantieni ferma la tua riflessione?
(“Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.”)
Oppure non devi modificarla e affermare che il poeta prima d’essere fingitore è un “tormentatore”?
Sì, Pessoa!
Il poeta è un “boia”, di se stesso ma sempre boia è!
Egli deve tormentare, affliggere, angustiare… crocifiggere.
Dopo e solo dopo mette in atto la finzione della quale tu da maestro affermi contemplando.
Se mi permetti, la tua definizione di poeta l’arricchirei (?), modificherei così:
“Il poeta è un boia.
Un gran tormentatore.
Lacera nella finzione l’anima e le carni.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente”.
T’ho interrogato e non mi hai risposto.
Oggi. Solo per oggi, trionfo sul tuo silenzio.
Michele Cologna (san severo, sabato 13 giugno 2009 ore 11.09.28)
Quando un discepolo segue, studia, approfondisce con diligenza e profitto, prima o poi eguaglierà se non proprio supererà il Maestro.
Non voglio dire che t’abbia superato…
Me ne guarderei bene!
Anche se ci spero e m’alleno e non disperdo attenzioni.
Ma stamattina ti ho interrogato e tu non hai avuto risposta.
Ho cercato nelle tue parole per aiutarti, senza risultati.
Forse domani, più tardi organizzerai il pensiero e ancora una volta ti prenderai il posto che meriti, ora lascia a me, seppur per un momento, il piacere del tuo silenzio.
Da anni, ne sono ormai ventidue, dall’agosto del 1987, quando c’incontrammo per caso in una libreria di mare, tra odore di salsedine e carni in amore; profumi di vita, odori di sole e noi spaesati da tanta pulsione, ombre tra tanta luce, incominciammo a dialogare e subito ci riconoscemmo.
Io t’accusai d’avermi copiato e tu m’insultasti: meschino, io son Pessoa e i suoi eteronomi, chi sei tu per avanzare simile pretese?
Nessuno ero e sono, Maestro!
Eppur pensai che forse quelle teorie orientaleggianti adombrate da anime perse: un qualcosa di vero nel mistero dovevano conservarle.
La metempsicosi!?
Ridesti e risi pur io.
L’inquietudine, però, a lungo permase.
A distanza di tanti anni non so più se il mio pensiero sia il mio o il tuo e mi tormento: non mi credo più neanche bugiardo.
Stamattina non mi sentivo.
La mia anima era assente e il mio corpo giaceva nel letto stanco di cose da iniziare.
Se fosse dipeso da me, starei ancora in quell’interruzione-dormiveglia – preferirei dormizione! - che ti priva della vita e della morte e ti consegna alla sospensione del tempo.
La voce…
È tardi. Devi girare. Devi accompagnare…
Andavo e non mi percepivo. Ero assente.
L’anima non parlava. Il cuore non pulsava.
Chi sta svolgendo le mie mansioni?
Non son io!
Chi sono?
M’interrogo e non rispondo…
Dio!
Comincio a interrogare, pungere, stimolare il dolore…
Percorro più stadi…
Attraverso strati e strati…
Tormento l’anima e mi tormento il sentire…
Ecco, pian piano sale, appare, lo sento…
Sì, sto tornando!
Son io.
Caro Fernando, cosa deduci?
Mantieni ferma la tua riflessione?
(“Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.”)
Oppure non devi modificarla e affermare che il poeta prima d’essere fingitore è un “tormentatore”?
Sì, Pessoa!
Il poeta è un “boia”, di se stesso ma sempre boia è!
Egli deve tormentare, affliggere, angustiare… crocifiggere.
Dopo e solo dopo mette in atto la finzione della quale tu da maestro affermi contemplando.
Se mi permetti, la tua definizione di poeta l’arricchirei (?), modificherei così:
“Il poeta è un boia.
Un gran tormentatore.
Lacera nella finzione l’anima e le carni.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente”.
T’ho interrogato e non mi hai risposto.
Oggi. Solo per oggi, trionfo sul tuo silenzio.
Michele Cologna (san severo, sabato 13 giugno 2009 ore 11.09.28)
giovedì 11 giugno 2009
Oh, simulacro dell’uomo che egli fu!
Oh, simulacro dell’uomo che egli fu!
Oh, spoglie dell’uomo che voi foste!
Ora liberi dal tiranno a cui sottoposti, non per divin disegno ma per inesplicabile casualità, inermi giacete…
Egli v’ha amato non per voi, ma per amore di sé.
V’ha servito non per la vostra, ma per sua gloria.
V’ha affrancato non per la vostra libertà desiderata, ma per la volontà alla quale neanche l’immondo può opporsi.
Ora voi, voi di nessun desiderio piegati, agli elementi presto tornate:
Acqua. Terra. Sali. Ferro. Calcio…
Universo.
E altro, altro, altro…
Il tempo si smarrirà infinito.
Oh, idee che abitaste l’uomo ch’egli più non è!
Oh, spirito che gli sorreggesti le aspirazioni fugaci!
Oh, miserie ospiti indesiderate del suo animo caduco!
Oh, pregi, vizi, virtù, glorie, miserie… ambizioni vacue, effimere…
Oh, tutti, tutti voi ora vagate spaesati, senza dimora e vi ascondete nell’uno e nell’altro e nell’altro ancora, non sazi di brame infinite…
Ora voi, voi sconfitti dal tempo che di ogni cosa è misura… nella memoria - a momenti deserta - allocherete fugaci cangiando colori di sentire rabberciato.
Oh tu!, tu uomo che ascolti pianti sconnessi…
Tu!
Tu, ch’or contrito per vacuità di senso, osservi pietrificato l’assenza di vita in colui che un dì retto ancor regge per supporto ligneo…
Tu, distolta la vista dal corpo giacente, già t’arrovelli, t’affanni, ti spendi… per il petto tronfio di vacui bisogni che della vita ne son il necessario orpello.
Oh uomo!
Uomo di tutto affaticato se non del buon “senso”... tra poco gridi, lamenti… e lai. Contrizioni amate, sentite, simulate… te, dal ligneo braccio sorretto, corteggeranno generosi d’amore negletto.
Oh! Oh! Oh!
Uomo!
Uomo!
Uomo…
Michele (san severo, giovedì 10 giugno 2009 ore 10.42.11)
Oh, spoglie dell’uomo che voi foste!
Ora liberi dal tiranno a cui sottoposti, non per divin disegno ma per inesplicabile casualità, inermi giacete…
Egli v’ha amato non per voi, ma per amore di sé.
V’ha servito non per la vostra, ma per sua gloria.
V’ha affrancato non per la vostra libertà desiderata, ma per la volontà alla quale neanche l’immondo può opporsi.
Ora voi, voi di nessun desiderio piegati, agli elementi presto tornate:
Acqua. Terra. Sali. Ferro. Calcio…
Universo.
E altro, altro, altro…
Il tempo si smarrirà infinito.
Oh, idee che abitaste l’uomo ch’egli più non è!
Oh, spirito che gli sorreggesti le aspirazioni fugaci!
Oh, miserie ospiti indesiderate del suo animo caduco!
Oh, pregi, vizi, virtù, glorie, miserie… ambizioni vacue, effimere…
Oh, tutti, tutti voi ora vagate spaesati, senza dimora e vi ascondete nell’uno e nell’altro e nell’altro ancora, non sazi di brame infinite…
Ora voi, voi sconfitti dal tempo che di ogni cosa è misura… nella memoria - a momenti deserta - allocherete fugaci cangiando colori di sentire rabberciato.
Oh tu!, tu uomo che ascolti pianti sconnessi…
Tu!
Tu, ch’or contrito per vacuità di senso, osservi pietrificato l’assenza di vita in colui che un dì retto ancor regge per supporto ligneo…
Tu, distolta la vista dal corpo giacente, già t’arrovelli, t’affanni, ti spendi… per il petto tronfio di vacui bisogni che della vita ne son il necessario orpello.
Oh uomo!
Uomo di tutto affaticato se non del buon “senso”... tra poco gridi, lamenti… e lai. Contrizioni amate, sentite, simulate… te, dal ligneo braccio sorretto, corteggeranno generosi d’amore negletto.
Oh! Oh! Oh!
Uomo!
Uomo!
Uomo…
Michele (san severo, giovedì 10 giugno 2009 ore 10.42.11)
domenica 7 giugno 2009
Il fato non mi ha dato occhi sani che penetrano per se stessi l’osservato
Il fato non mi ha dato occhi sani che penetrano per se stessi l’osservato.
L’ametropia dei miei occhi fa sì che il secondo fuoco non cada sulla retina e per miopia debba correggere la mia acuità visiva con lenti.
Ancor non satollo c’ha aggiunto la cornea dalla curvatura imperfetta, e così l’io astigmatico e l’io miope per osservare hanno bisogno della correzione della scienza applicata.
La tecnica.
Bambino mi rimproveravano per il “vizio di stringere gli occhi” che avevo nell’osservare.
Nei primi anni di scuola, essendo alto di statura, non volevano darmi il posto davanti che reclamavo e io, non leggendo alla lavagna, mi perdevo nelle fantasticherie.
Negli anni a seguire, praticando la vita e gli studi, mi resi ben conto di non avere sufficiente visus per l’osservazione puntuale, scientifica, strutturale e per scelta obbligata nell’osservazione brumosa, sfumata, magica m’inoltrai.
Stanco d’immagini sfocate e di sforzi vani per distinguere ciò che l’occhio viziato inviava alla mente sempre più avida, mi recai dall’oculista con la segreta speranza che anch’io potessi godere della chiarezza.
Niente di anormale aveva il giovanotto, una leggera miopia e un più accentuato astigmatismo. Le due cose combinate però procuravano un disturbo evidente del campo visivo.
Aspettai con ansia dall’ottico gli occhiali, e quando l’inforcai il mondo cambiò.
I colori...
Mamma mia, che belli!
Era la prima volta che li vedevo così brillanti, chiari, nitidi…
Mi davano felicità.
Gli occhi di coloro che osservavo prendevano forma chiara e ne analizzavo i guizzi. Lampi.
Ubriaco di felicità andai in giro per la città senza meta.
Vedevo i particolari. Per la prima volta i particolari.
Tutto aveva un senso diverso.
La mia città era cambiata. Tutto era più bello.
Gioioso presi la bicicletta e me ne andai in campagna.
Vedevo le cime degli alberi. Gli uccelli.
I colori smaglianti che io non differenziavo e mi stupivo degli altri come facessero a distinguerli.
Ero felice e parafrasando il Leopardi, mi chiesi: cos’è la felicità?
La felicità è vedere i colori.
Dove risiede la felicità?
Nei colori!
Iniziai a cambiare il mio approccio con l’osservato.
Ora vedevo nitido, e se vedevo chiaro, anche tutto quello che credevo di vedere doveva per forza mutare aspetto.
Non si sfuggiva, non si poteva. Era una necessaria, evidente constatazione.
Il modus operandi, però, condizionava il mudus pensandi.
Un bel rompicapo.
Dovetti iniziare a modificare l’approccio al problema. Anche se questi restavano gli stessi, l’angolo di accesso non era più il contorno sfumato che ora chiaramente si mostrava compatto nella forma data.
Ho dovuto destrutturarmi per ricompormi alla luce della chiarezza che le lenti mi offrivano. Mi davano.
E così pian piano, giorno dopo giorno, argomento dopo argomento, tutto ho iniziato a vagliare alla luce della chiarezza e non più all’impronta dell’occhio offuscato.
È cambiato qualcosa nel disvelamento degli argomenti?
Pochissimo, senz’altro troppo poco!
Insignificante ai fini del Mistero.
Ma il mio approccio con l’osservato ora non è più sfocato dal vizio dell’occhio.
È coadiuvato dalla tecnica che mi ha regalato le lenti e con esse la chiarezza.
La mia Mano continua a tendersi nelle tenebre per afferrare…
Sempre estrae niente, gli occhiali però mi permettono di vedere chiaramente che il vuoto della mia mano è niente.
Il Mistero è lì tutto intatto, come e durante la mia miopia di gioventù.
Ma, la mano!
La mano…
Non è che sia nella mano che estraiamo vuota, il Mistero?
Ne scriverò e ne parlerò.
Ne scriveremo e ne parleremo, perché siamo parola e la parola delimita e designa la realtà che l’occhio corretto dalle scienze applicate dalla mano vede.
***
Al Maestro con deferenza.
Non sono un esperto, anzi neanche un cultore della comunicazione che non sia la parola scritta.
La recitazione mi è molto piaciuta.
La teatralità anche.
I suoni della parola, magnifici. Gli altri non sapendoli valutare, li ho graditi.
Michele (07/06/2009 18.14.43)
L’ametropia dei miei occhi fa sì che il secondo fuoco non cada sulla retina e per miopia debba correggere la mia acuità visiva con lenti.
Ancor non satollo c’ha aggiunto la cornea dalla curvatura imperfetta, e così l’io astigmatico e l’io miope per osservare hanno bisogno della correzione della scienza applicata.
La tecnica.
Bambino mi rimproveravano per il “vizio di stringere gli occhi” che avevo nell’osservare.
Nei primi anni di scuola, essendo alto di statura, non volevano darmi il posto davanti che reclamavo e io, non leggendo alla lavagna, mi perdevo nelle fantasticherie.
Negli anni a seguire, praticando la vita e gli studi, mi resi ben conto di non avere sufficiente visus per l’osservazione puntuale, scientifica, strutturale e per scelta obbligata nell’osservazione brumosa, sfumata, magica m’inoltrai.
Stanco d’immagini sfocate e di sforzi vani per distinguere ciò che l’occhio viziato inviava alla mente sempre più avida, mi recai dall’oculista con la segreta speranza che anch’io potessi godere della chiarezza.
Niente di anormale aveva il giovanotto, una leggera miopia e un più accentuato astigmatismo. Le due cose combinate però procuravano un disturbo evidente del campo visivo.
Aspettai con ansia dall’ottico gli occhiali, e quando l’inforcai il mondo cambiò.
I colori...
Mamma mia, che belli!
Era la prima volta che li vedevo così brillanti, chiari, nitidi…
Mi davano felicità.
Gli occhi di coloro che osservavo prendevano forma chiara e ne analizzavo i guizzi. Lampi.
Ubriaco di felicità andai in giro per la città senza meta.
Vedevo i particolari. Per la prima volta i particolari.
Tutto aveva un senso diverso.
La mia città era cambiata. Tutto era più bello.
Gioioso presi la bicicletta e me ne andai in campagna.
Vedevo le cime degli alberi. Gli uccelli.
I colori smaglianti che io non differenziavo e mi stupivo degli altri come facessero a distinguerli.
Ero felice e parafrasando il Leopardi, mi chiesi: cos’è la felicità?
La felicità è vedere i colori.
Dove risiede la felicità?
Nei colori!
Iniziai a cambiare il mio approccio con l’osservato.
Ora vedevo nitido, e se vedevo chiaro, anche tutto quello che credevo di vedere doveva per forza mutare aspetto.
Non si sfuggiva, non si poteva. Era una necessaria, evidente constatazione.
Il modus operandi, però, condizionava il mudus pensandi.
Un bel rompicapo.
Dovetti iniziare a modificare l’approccio al problema. Anche se questi restavano gli stessi, l’angolo di accesso non era più il contorno sfumato che ora chiaramente si mostrava compatto nella forma data.
Ho dovuto destrutturarmi per ricompormi alla luce della chiarezza che le lenti mi offrivano. Mi davano.
E così pian piano, giorno dopo giorno, argomento dopo argomento, tutto ho iniziato a vagliare alla luce della chiarezza e non più all’impronta dell’occhio offuscato.
È cambiato qualcosa nel disvelamento degli argomenti?
Pochissimo, senz’altro troppo poco!
Insignificante ai fini del Mistero.
Ma il mio approccio con l’osservato ora non è più sfocato dal vizio dell’occhio.
È coadiuvato dalla tecnica che mi ha regalato le lenti e con esse la chiarezza.
La mia Mano continua a tendersi nelle tenebre per afferrare…
Sempre estrae niente, gli occhiali però mi permettono di vedere chiaramente che il vuoto della mia mano è niente.
Il Mistero è lì tutto intatto, come e durante la mia miopia di gioventù.
Ma, la mano!
La mano…
Non è che sia nella mano che estraiamo vuota, il Mistero?
Ne scriverò e ne parlerò.
Ne scriveremo e ne parleremo, perché siamo parola e la parola delimita e designa la realtà che l’occhio corretto dalle scienze applicate dalla mano vede.
***
Al Maestro con deferenza.
Non sono un esperto, anzi neanche un cultore della comunicazione che non sia la parola scritta.
La recitazione mi è molto piaciuta.
La teatralità anche.
I suoni della parola, magnifici. Gli altri non sapendoli valutare, li ho graditi.
Michele (07/06/2009 18.14.43)
lunedì 1 giugno 2009
lunedì 1 giugno 2009 ore 01/06/2009 8.57.11
lunedì 1 giugno 2009 ore 01/06/2009 8.57.11
Un momento di pausa. Posso finalmente mettermi davanti al mio foglio bianco e iniziare…
Ore 6.10
- Tonia, posso “girare”?, oppure debbo accompagnarti…
- Sì, per le otto debbo stare a scuola.
- Hai acceso il caffé?
Mentre faccio colazione sento il telegiornale e leggo le notizie che passano in sovrascritta.
Che indecenza.
Un’altra giornata di pena.
“Diamo la linea a Emanuela Falcetti”.
Spengo, esco.
Ha appena smesso di piovere.
L’aria è quieta. Ovattata. Mi restituisce i miei passi.
L’argenteo puoi tagliarlo e riporlo. Custodirlo. Tutto è sospeso in un quadro irreale.
I monti del Gargano fanno capolino tra l’argenteo maculato di asperità ossidate e il verde s’affaccia offuscato.
Gli odori d’antico salgono alle narici inebriate.
Due…
Peppino, ti ricordi? Tutti gli odori delle tue parole ora io sento: i covoni bagnati, la rucola dal forte richiamo d’amore, la terra, un bouquet d’antichi profumi… indistinti… manca il tuo aglio… e il “favarazzo” delle tue preghiere… Dopo ho capito, alla Mecca rivolte…Lauretta ora chiamerà e tu lento come il tempo, a cose fatte arriverai… e impassibile continuerai il tuo moto perpetuo.
Dieci…
Neanche gli uccelli si sentono. Anche loro incantati dallo spettacolo raro. Mio Dio, che bello! Chi può affermare che questo non è Dio?
Giovanni, Piero, Annamaria, Lucia… o amici, tutti!
Di nuvole sfavillanti circondato Rignano m’osserva dal suo belvedere appena appena accennato.
Tre…
Ti ho abitato Rignano, ricordi?
Quando lassù mi rifugiavo con la mia piccola e indifesa mammina e tutte le difese approntavo, e studiavo per difendermi e difendere la mamma dall’irragionevolezza di quel padre che funesto d’ira la terrorizzava. M’impietriva.
Eppure era bravo perché d’amor per lui struggevo, anche per uno, uno solo dei suoi minacciosi sguardi.
Sette…
Mamma infinita… tu ch’ora m’ascolti, sai quanto mi duole il dovermi guadagnare la vita con tanta fatica. Sì! Son ancora forte, lo so. Ma stanco. Tanto stanco e di tempo mica tanto ce n’ho.
Solo davanti al foglio bianco sento ancor la mia vita. Che va… I miei figli che non ho. Avessi almeno il sorriso di Monica, Riccardo… no!? Sto qui a girare come un cretino per cosa, per…
Gliel’ho detto al dottore! Lui m’elogia. Ma quanta faticosa rabbia…
Son sempre stato schiavo della mia volontà, Giovanni! Piero!
È acciaio temprato. Sì…
Io con la volontà ho fatto tutto e l’ho fatto contro la mia volontà. I miei desideri, le mie aspirazioni hanno ceduto sempre il passo alla mia volontà di eseguire i desiderata altri.
Non me ne frega granché della vita, eppure sono qui a girare e perdere tempo per niente.
Santo cielo, ho perso il conto dei giri!
Sì!, sono a trentanove… tra poco mi chiederà ci vuoi tempo?
Mi fai sorridere, Giovanni, sei caduto nella trappola che ti ho teso: mi son liberato dell’Innominato e ho riavuto la tua amicizia che mi causava dolore aver perso.
Hai ragione, sono luciferino. Avevo previsto tutto, gli insulti ai quali non ho risposto e… l’unica cosa che mi ha spiazzato: sono state le tue scuse, amico Caprone.
Sì, mi fai ridere! Pure se facciamo a cornate ti batto. Se vuoi scommettere sono pronto.
Alla presenza di Piero, sono più forte di te!
Tu sei più massiccio, ma io sono più atletico.
Non hai risposto allo scritto di ieri! Che stai organizzando nella tua mente luciferina? Ma qualunque cosa sarà io già ho pronto…
- Michele, ci vuoi tempo?
- No, ancora uno, sono al quarantanovesimo giro!
Cinquanta…
- Faccio in tempo a fare la doccia?
- Sì!
Oh, finalmente in bagno…
Maria Pia, la vita è un palcoscenico dove tutti siamo attori involontari.
A volte è più facile recitarla al teatro lì dove la finzione è vera, che recitarla nella realtà dove la finzione della realtà è artificiosamente vera.
Roberto, il tuo sorriso da quella “finestra che mi guarda” con il tuo nipotino – immagino – che tieni, mi dà una gioia vera. Ti sento e mi piaci come amico, come persona. Come sei.
Lucia!?
Quanta tenera serenità mi dai!
No, quello scritto non sono io. Non sono Pessoa. Vorrei esserlo, e non lo so se lo sono.
Ogni vita è unica. Ogni uomo è raro. Nessun uomo può essere fotocopia di un altro, sovrapporsi ad un altro per fototipia.
Io so che dall’agosto 1987, da quando m’è capitato tra le mani il primo libro stampato in Italia su e di Pessoa, non ho più cessato di leggerlo, di studiarlo. D’amarlo.
Forse ne scriverò, ti anticipo però che quell’uomo mi tirato fuori dall’abisso in cui la vita m’aveva precipitato.
Lo smarrimento… le mie parole che trovavo in lui. La chiarezza della sua inerzia consegnata al destino. La…
Michele!
- Ho finito, Tonia! Ora andiamo.
Giovanni mi chiama. È cessata la quiete…
- Michele! Michele!
- Arrivo, Giovanni!
(Interrompo la scrittura. Devo recarmi a casa di Giovanni, fargli fare colazione e dargli la terapia. Come tu vedi, caro Amico, sono io Pirandello che ogni giorno si reca da Follia e nel visitarla le rende piacevolmente accetto il dolore!)
Riprendo la scrittura, sì stavo dicendo…
Non ho più voglia. Ho dimenticato anche cosa volevo dire.
Michele (01/06/2009 10.03.11)
Un momento di pausa. Posso finalmente mettermi davanti al mio foglio bianco e iniziare…
Ore 6.10
- Tonia, posso “girare”?, oppure debbo accompagnarti…
- Sì, per le otto debbo stare a scuola.
- Hai acceso il caffé?
Mentre faccio colazione sento il telegiornale e leggo le notizie che passano in sovrascritta.
Che indecenza.
Un’altra giornata di pena.
“Diamo la linea a Emanuela Falcetti”.
Spengo, esco.
Ha appena smesso di piovere.
L’aria è quieta. Ovattata. Mi restituisce i miei passi.
L’argenteo puoi tagliarlo e riporlo. Custodirlo. Tutto è sospeso in un quadro irreale.
I monti del Gargano fanno capolino tra l’argenteo maculato di asperità ossidate e il verde s’affaccia offuscato.
Gli odori d’antico salgono alle narici inebriate.
Due…
Peppino, ti ricordi? Tutti gli odori delle tue parole ora io sento: i covoni bagnati, la rucola dal forte richiamo d’amore, la terra, un bouquet d’antichi profumi… indistinti… manca il tuo aglio… e il “favarazzo” delle tue preghiere… Dopo ho capito, alla Mecca rivolte…Lauretta ora chiamerà e tu lento come il tempo, a cose fatte arriverai… e impassibile continuerai il tuo moto perpetuo.
Dieci…
Neanche gli uccelli si sentono. Anche loro incantati dallo spettacolo raro. Mio Dio, che bello! Chi può affermare che questo non è Dio?
Giovanni, Piero, Annamaria, Lucia… o amici, tutti!
Di nuvole sfavillanti circondato Rignano m’osserva dal suo belvedere appena appena accennato.
Tre…
Ti ho abitato Rignano, ricordi?
Quando lassù mi rifugiavo con la mia piccola e indifesa mammina e tutte le difese approntavo, e studiavo per difendermi e difendere la mamma dall’irragionevolezza di quel padre che funesto d’ira la terrorizzava. M’impietriva.
Eppure era bravo perché d’amor per lui struggevo, anche per uno, uno solo dei suoi minacciosi sguardi.
Sette…
Mamma infinita… tu ch’ora m’ascolti, sai quanto mi duole il dovermi guadagnare la vita con tanta fatica. Sì! Son ancora forte, lo so. Ma stanco. Tanto stanco e di tempo mica tanto ce n’ho.
Solo davanti al foglio bianco sento ancor la mia vita. Che va… I miei figli che non ho. Avessi almeno il sorriso di Monica, Riccardo… no!? Sto qui a girare come un cretino per cosa, per…
Gliel’ho detto al dottore! Lui m’elogia. Ma quanta faticosa rabbia…
Son sempre stato schiavo della mia volontà, Giovanni! Piero!
È acciaio temprato. Sì…
Io con la volontà ho fatto tutto e l’ho fatto contro la mia volontà. I miei desideri, le mie aspirazioni hanno ceduto sempre il passo alla mia volontà di eseguire i desiderata altri.
Non me ne frega granché della vita, eppure sono qui a girare e perdere tempo per niente.
Santo cielo, ho perso il conto dei giri!
Sì!, sono a trentanove… tra poco mi chiederà ci vuoi tempo?
Mi fai sorridere, Giovanni, sei caduto nella trappola che ti ho teso: mi son liberato dell’Innominato e ho riavuto la tua amicizia che mi causava dolore aver perso.
Hai ragione, sono luciferino. Avevo previsto tutto, gli insulti ai quali non ho risposto e… l’unica cosa che mi ha spiazzato: sono state le tue scuse, amico Caprone.
Sì, mi fai ridere! Pure se facciamo a cornate ti batto. Se vuoi scommettere sono pronto.
Alla presenza di Piero, sono più forte di te!
Tu sei più massiccio, ma io sono più atletico.
Non hai risposto allo scritto di ieri! Che stai organizzando nella tua mente luciferina? Ma qualunque cosa sarà io già ho pronto…
- Michele, ci vuoi tempo?
- No, ancora uno, sono al quarantanovesimo giro!
Cinquanta…
- Faccio in tempo a fare la doccia?
- Sì!
Oh, finalmente in bagno…
Maria Pia, la vita è un palcoscenico dove tutti siamo attori involontari.
A volte è più facile recitarla al teatro lì dove la finzione è vera, che recitarla nella realtà dove la finzione della realtà è artificiosamente vera.
Roberto, il tuo sorriso da quella “finestra che mi guarda” con il tuo nipotino – immagino – che tieni, mi dà una gioia vera. Ti sento e mi piaci come amico, come persona. Come sei.
Lucia!?
Quanta tenera serenità mi dai!
No, quello scritto non sono io. Non sono Pessoa. Vorrei esserlo, e non lo so se lo sono.
Ogni vita è unica. Ogni uomo è raro. Nessun uomo può essere fotocopia di un altro, sovrapporsi ad un altro per fototipia.
Io so che dall’agosto 1987, da quando m’è capitato tra le mani il primo libro stampato in Italia su e di Pessoa, non ho più cessato di leggerlo, di studiarlo. D’amarlo.
Forse ne scriverò, ti anticipo però che quell’uomo mi tirato fuori dall’abisso in cui la vita m’aveva precipitato.
Lo smarrimento… le mie parole che trovavo in lui. La chiarezza della sua inerzia consegnata al destino. La…
Michele!
- Ho finito, Tonia! Ora andiamo.
Giovanni mi chiama. È cessata la quiete…
- Michele! Michele!
- Arrivo, Giovanni!
(Interrompo la scrittura. Devo recarmi a casa di Giovanni, fargli fare colazione e dargli la terapia. Come tu vedi, caro Amico, sono io Pirandello che ogni giorno si reca da Follia e nel visitarla le rende piacevolmente accetto il dolore!)
Riprendo la scrittura, sì stavo dicendo…
Non ho più voglia. Ho dimenticato anche cosa volevo dire.
Michele (01/06/2009 10.03.11)
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