domenica 31 gennaio 2010

Primizie restituite…

Primizie restituite…

Il pensier mio, de lo scrigno tuo
la chiave, dona ai preziosi tuoi
libertà… e s’affaccian sì gioiosi
al cuor, che in folate il li mostra,

e, a stormi fluttuanti girandole di
variopinti petali odorosi, e, suon
di veli ondeggianti sogni… su teli
d’adombrati arabeschi, carezzano

ara di novelle nozze: sacrificatrice
antica. Rugiada, lacrime di special
fattura, sgorga e irrora attesa, cui
gravida di speme, schiude a nuova

vita la natura. Passion si riveste di
suo, e di porpora color l’universo.
Morfea abbandona l’ombre e rende
a li amanti le primizie non provate.


Michele (s.s. 31/01/2010 9.59.48)

venerdì 29 gennaio 2010

Inchino al sentir tuo il mio…

Inchino al sentir tuo il mio…

Invero, il padre tuo non sono.
Non ho pensato esser lui per un sol momento.
Meschino, di confessione tuo il manto m’occorreva a coprir la mia…
Vergogna!?
Sì!?
A volte il pensiero ancor ruffiano, poi ti porta dell’abietto al pianto.
Or so che la stessa ferita ci reca a tormento.
La tua che giovane di me alimenta il taglio…
dà brividi che novella linfa il tarlato legno irrora.
Codice ella m’impone, e rinunce assai grevi…
Bellezza mi travaglia, e il cuor mi strugge d’amori ammaliati di dolci suoni?
Sì!, è vero.
Di qual peccato sia il verbo dell’amor che non arreca dolo?
No, io non so!
Alta è la posta, certo, e rinunciar non posso...
E seppur nessun delitto il suon trascina, ammendante inchinerà al desio.
Quando quiete avrà il dominio espanso, dimmi, o mia Signora:
ne li occhi tuoi cullerà i suoi la dolcezza?
amor ch’ora pascola il tuo verde e arde le stoppie sue, camminerà teco?
vergineo il fior tuo olezzerà avante l’immago d’anni percorsa?
danzeranno i vostri di petunie e d’asfodeli i sentieri al cammin?
Se pietosa chinerai lo sguardo tuo a le rughe del tempo…
e lacrimerai amari e lai a l’osato, che sarà del suo cuor straziato?
Nomade e fiero il passo monti e mari e piane navigò senza approdo…
e ne la memoria mal riposto conserva ardor, ma vecchio a lui cederà il cor.


Michele (san severo 29/01/2010 20.10.37)

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mercoledì 27 gennaio 2010

Consegnami la tua Frusta...

Consegnami la tua Frusta, oh Signore!
Prestami la Parola che corrode!
Dammi la Forza del mio Tempio!
Fa che il Martirio della mia smascheri il Verbo!
Che la Memoria di scorie libere, tuoni!
Il Mostro che mi abita la Mente, abbandoni l’inganno…

Egli d’abiti cangianti vestiti, confonde.
Abiura continuando e falsifica pontificando.
Emette vagiti di nuova vita e semina terrore e morte.
Nelle immagini riflette pietà, e obnubila la Mia.
S’inchina al Ricordo, e subdolo tace il cammino.
Il Calvario copre bugiarde verità d’antiche remissioni, e sparge d’incensi e fiori nuovi Gòlgota che olezzano miasmi.

Concedi a me, Mente del mio Dio, la potenza del fulmine.
La facoltà di scacciare dal Tempio Scribi e Farisei.
Di ridare all’uomo affinché lo risieda l’Uomo…
E la Memoria che è parto di Tormento e Dolore.


Michele (san severo 27/01/2010 9.30.15)

lunedì 25 gennaio 2010

Vita di pensiero…

Vita di pensiero…

Vita molto dura quella del pensiero.
I pensieri, come tutti sappiamo, sono molto riservati e preferiscono quasi sempre non mostrarsi.
Assai pudichi, s’intrattengono nella loro sede, e quasi sempre consumano se stessi nell’anonimato della propria abitazione.
Ma come accade nella vita e in tutte le cose, anche tra i pensieri c’è varietà e tanta, che s’estrinseca nei comportamenti, e nei modi di percepirsi.
Questa del percepirsi il più delle volte è condizione della loro esistenza.
I pensieri son di salute cagionevole e questo limite li porta a essere caduchi, effimeri, evanescenti.
Ad avere vita molto, molto breve.
Consapevoli di questa loro labile caratteristica, ambiscono uscire, mostrarsi, e sperare di coniugarsi con la scrittura.
Certo, capita proprio così: una volta innamorati, s’accoppiano, e la scrittura li rende per sempre visibili, fissandoli sulla carta.
Perché altra loro peculiarità, per coloro che non l’avessero compreso, è che oltre la salute cagionevole, i pensieri non hanno visibilità.
Sì, sono invisibili!
Cosa accade allora?
Succede che - se vogliono mostrarsi - devono chiedere soccorso alla parola.
La parola per legge di natura è obbligata a collaborare, deve mettersi a disposizione del pensiero.
Non può rifiutarsi.
Questi, il pensiero, sapendo bene che verba volant e scripta manent, una volta diventato pensiero scritto, durerà nel tempo.
Almeno così crede.
Infatti, se sarà particolarmente accorto nella scelta delle parole, ma apriremo una breve parentesi su questo punto, avrà vita lunga.
Durerà, sopravvivranno nel tempo.
No nel tempo come concetto astrale, cosmico, ma nel tempo degli uomini.
La scelta delle parole…
Questa è condizione essenziale: uno, per diventare visibili; due, per il “matrimonio” con la scrittura; tre, per la durata della propria esistenza.
Si capisce chiaramente che la condizione due e tre sono subordinate, hanno connessione stretta alla uno.
Più la scelta delle parole sarà oculata, precisa, scientifica, calzante al pensiero, più garanzia dà di durata.
Ma come si scelgono le parole?
Accesi dibattiti non hanno mai stabilito una volta per sempre cosa sia la Parola.
Alcuni credono che sia diretta emanazione del Logos; altri che sia il nome ontologico delle cose, gli oppositori a questa tesi dicono: no, risiede nella loro logica; tanti che sia mera convenzione…
Altre e altre posizioni potremmo riportare, ma non faremmo che accrescere confusione a un dibattito già nel caos, che poi sappiamo è il massimo della stabilità.
Dirò la mia che con qualche argomento, credo sia la più appropriata, verosimile?
Le Parole esistono al di là di ogni interferenza o contaminazione.
Esse sono invisibili e abitano l’iperuranio.
Lì svolgono la loro vita che è essenza.
Distillato di divino.
Aseità.
Scopro l’acqua fresca dicendo che esse son di genere femminile, e che hanno sensibilità molto accese.
Come ogni entità di questo genere, sono deliziose, squisite, gioiose, generose, pronte all’incanto, portatrici di vita…
E vivono questo emisfero in piena gioia e Armonia.
L’armonia è la loro forza generatrice.
Molto disponibili all’innamoramento, pronte all’Amore sono ansiose d’essere corteggiate…
Abbiamo detto che per legge di natura esse sono obbligate a collaborare col pensiero, così quando il pensiero chiama, le sceglie non possono che obbedire e, bla, bla bla, il pensiero prende identità.
Corpo.
Questo è quello che normalmente accade.
Però - nella vita di tutte le cose c’è sempre un però -, se questa legge di natura fosse rigidamente applicata, avremmo struttura di pensiero fisse, sempre uguali.
Nessuna variazione a uno stesso tema, e invece non capita quasi mai.
Perché?
Il pensiero ha una propria sede, una propria abitazione, abbiamo detto all’inizio, risiede nella Mente dell’uomo.
E l’uomo è quell’essere cangiante e dai comportamenti multiformi, che coniuga il pensiero al suo modo d’essere, di sentire.
Se è prepotente, obbligherà il suo pensiero a catturare con durezza le parole e piegarle alla propria volontà.
Se è duttile, sceglierà le parole per soddisfare quella necessità di coinvolgimento, di piacere, di condivisione…
Se è dimesso, troverà parole smussate, timide, dimesse affinché non suscitino ire, reazioni in chi le ascolta, ma considerazione, comprensione… pietà.
E poi altri tipi di uomo che piegheranno sempre il pensiero a scegliere in base alle loro esigenze, bisogni, necessità.
C’è una sola eccezione che vogliamo segnalare, altrimenti non avrebbe senso il discorso condotto fin’ora, ed è un tipo particolare d’uomo: il poeta.
Costui ha un approccio particolare col proprio pensiero e quindi con le parole.
Egli si ferma a osservare, comprendere, ascoltare i propri pensieri, i quali liberi da condizionamenti, coercizioni, obblighi… giocano con le parole.
Fanno innamorare le parole della loro bellezza, sincerità, armonia…
Le parole che sono Armonia in sé, li coprono della loro e gareggiano in beltà, giocosità, passione, amore…
Quando le gioiose, armoniose, chiacchierine hanno completato la gestazione partoriscono del poeta il pensiero.
In quel momento i Cieli e la Terra, e le Anime e le Cose cantano dell’Armonia del Pensiero.


Michele (san severo 25/01/2010 8.39.54)

sabato 23 gennaio 2010

A volte…

A volte…

A volte m’osservo estraneo e non sento il dolore che m’attraversa.
Lo analizzo con la mente lucida della scienziato e lo suddivido, sottraendolo al sentire.
Ci riesco quasi sempre e nella follia della lucida consapevolezza, trovo ristoro.
Guardo me stesso senza pensarmi.
Sento il mio dolore e non è il mio.
Lo curo negli abissi del nulla e lo sottraggo alla derisione della superficie.
Vedo senza vedere e sento senza sentire.
Sono estraneo a me stesso e mi compiaccio nella neutralità.
L’incanto s’interrompe se percepisco il dolore altrui.
Ridivento umano e perdo la lucidità dello scienziato.
Smarrisco la capacità di procedere alla dissezione, e il cadavere che mi vive riprende vita.
Mi si attacca addosso, si riprende il mio essere, e violento lo sento.
Toglie dagli abissi la vita… che ora mi duole come lutto al presente.

Michele (san severo 23/01/2010 20.45.02)

venerdì 22 gennaio 2010

Pensare è vedere...

Pensare è vedere.
Ho tanto visto perché ho molto pensato.
Sentire è toccare.
Ho molto toccato perché ho tanto sentito.
Sognare è amare.
Ho tanto amato perché ho molto sognato.

Di cosa può arricchire il tatto il mio sentire?
Cosa può aggiungere l’occhio al mio pensiero?
Amare è forse più intenso del sognare?

Vedere è pensare.
Pensare è vedere.
Toccare è sentire.
Sentire è toccare.
Sognare è amare.
Amare è sognare.

Vivo la vita perché la vedo scorrere affacciato al balcone del mio pensiero.
Ora chiudo le imposte sul mondo e vivo.

Michele (san severo 21/01/2010 16.53.54)

martedì 19 gennaio 2010

A Giorgio Napolitano

A Giorgio Napolitano,
Presidente della Repubblica Italiana.

Uno Stato di Diritto racchiude in sé lo Spirito Oggettivo dei suoi cittadini.
Nello stato di diritto si trasferisce il diritto soggettivo di ogni suo cittadino e questi, essendo l’espressione delle singole eticità, ne incarna l’etica oggettiva, e in un processo dialettico restituisce ai cittadini l’etica individuale.
La sintesi estrema non inficia il concetto: nello Stato è racchiusa l’etica di un Paese che tutti i cittadini son tenuti a osservare attraverso l’osservanza delle leggi.
Certo parliamo dei diritti e dei doveri e non delle disponibilità.
Le disponibilità sono inalienabili, altrimenti avremmo uno stato etico.
Solo il diritto positivo giace nello stato e le sue leggi.
Questa epitome molto arrischiata per affermare che tutti i cittadini son dovuti al rispetto delle leggi e in maniera particolare gli eletti che ne diventano i custodi e anche i facitori attraverso gli strumenti che quello stato si è dato.
Lei, signor Presidente della Repubblica, con la lettera alla signora Craxi, legittima da un punto di vista personale, ha riconosciuto che l’illegalità, il non rispetto delle leggi, l’eticità dello stato sono non una conditio sine qua non, ma una variabile.
E questo affermato dalla massima carica dello Stato mette a repentaglio ogni parvenza di legalità.
Lei dovrebbe avere il coraggio di prendere atto del suo errore e emendarsi. Se questo non le riesce dovrebbe dare le dimissioni.
Craxi è stato uomo che ha gestito la cosa pubblica al di là dell’etica dello stato (che è l’etica dei suoi cittadini) e al di là delle leggi (che sono le condizioni a cui tutti sono sottoposti).
Cioè, è stato una persona fuori dalla legge e dalla morale pubblica.
Ma lei, Giorgio Napolitano, non è nuovo a queste sue posizioni.
È stato a capo della corrente “riformista” del vecchio PCI e già allora un poco di confusione la faceva.
Tanto è vero che la cultura politica non gli riconosceva il titolo di riformista, ma quello di “migliorista” che è altro.
Riformista è colui che ha in mente una politica, una forma di stato e dialoga con la parte avversa per trovare tutte le probabili intese che possano, attraverso piccoli passi, approdare a quelle.
Appunto riforme.
Migliorista è colui che osserva la realtà (per darle lustro potremmo usare la formula aristotelica: aequatio intellectus et rei) e cerca attraverso il dialogo, l’intesa o il sotterfugio, cioè il male minore, di migliorare la situazione.
Appunto migliorare, ma se esiste una situazione d’illegalità, si migliora l’illegalità!?
Lei entrò in contrasto molte volte con Berlinguer accusandolo di moralismo.
Voglio sperare che non l’abbia capito allora e continui a non farlo.
Le due figure etiche della politica del dopoguerra italiana sono Aldo Moro e Enrico Berlinguer.
Sono la tesi e l’antitesi di quel processo dialettico dello spirito oggettivo della stato del quale ho premesso.
Io che non sono stato comunista nell’accezione ideologica, ho aderito a quel partito perché, per paradosso, era l’unico vero difensore dello stato di diritto in Italia.
Interpretava lo spirito socratico, le leggi vanno cambiate, ma fin quando non cambiano si osservano.
Ecco la degenerazione morale di cui parlava Berlinguer e che Craxi incarnava.
Dall’altra parte stava la figura straordinaria, oserei dire eroica di Aldo Moro.
Il suo compito era ancora più difficile di quello di Berlinguer. Egli aveva la zavorra di un partito che governava assecondando ogni mal di pancia e costume della società italiana.
Vi era di tutto in quel partito dai sinceri democratici ai reazionari e altro e altro ancora.
Moro, consapevole di ciò, cercava di portare avanti il tutto nella sincera convinzione d’arrivare a una democrazia compiuta con il dialogo e in maniera particolare, il commensale escluso.
Appunto la conventio ad escludendum di cui parlava Berlinguer.
La tesi senza l’antitesi non chiudeva il cerchio della democrazia compiuta.
Non si realizzava quello spirito oggettivo che rendeva tutti gli italiani cittadini uguali.
Due figure altamente etiche e politiche che erano il cardine della vita pubblica italiana.
Berlinguer del Compromesso Storico, Moro delle Convergenze Parallele.
In questo scenario s’inserisce Craxi sconvolgendo non la politica con la politica, ma sconvolgendo la politica con il ricatto.
Ghino di Tacco che esigeva il pedaggio.
La storia la conosciamo e Craxi, pur d’avere appoggio, mette insieme il peggio che la realtà offriva.
Andreotti, Forlani e i poteri oscuri.
Usa i soldi pubblici a fini privati e saccheggia quel poco di legalità che ancora persisteva.
Egli al di sopra della legge.
Ma mentre i figuri della Dc che Moro combatteva, davano parvenza di legalità al loro malaffare, Craxi erige la sua illegalità a sistema.
Egli veste i panni del corruttore della vita politica, governativa, amministrativa di questo Paese.
Occupa tutto, non c’è spazio dove la politica corrotta non entri con prepotenza a occuparlo.
Per sommi capi questo è stato Craxi.
Uno statista?
Un perseguitato?
È stato un uomo di malaffare giustamente perseguito e sfuggito alle carceri italiane grazie alla latitanza.
Il riconoscimento postumo da parte del Presidente della Repubblica Italiana, è un vulnus insopportabile.


Michele (san severo 19/01/2010 11.52.51)