Duro e tagliente, ispido nella canuta barba.
Ribelle negli occhi, lucidi d’intelligenza glabra.
Illuminista compassionevole.
Affrancato dai dogmi.
Osservante positivista.
Artista della vita nella commedia del vivere.
Furiosa, giovane galassia in un universo dilatato d’anni.
Amante del bello, del riso, della vita.
Nessuno può insultare l’amore per la vita, neanche la vita.
Vale, Maestro.
Michele (San Severo, 30/11/2010 9.05.31)
È triste, insopportabile assistere all’agonia della cosa che più amiamo.
La cosa più bella che tutti, nessuna persona esclusa ama sopra ogni cosa, è la propria vita.
Questa è la condizione dell’amore verso noi, gli altri e la percezione di tutto ciò che ci circonda.
Amiamo gli altri se amiamo noi stessi.
Ci commuoviamo alle lacrime se amiamo con generosità.
Diamo tutto di noi stessi se nell’amore riponiamo le nostre speranze.
La speranza di colui che ama non è attesa, ma attiva partecipazione alla trasformazione di tutto ciò che tende a escludere, separare, ignorare.
Perché la speranza dell’amore non è proiettare in un futuro indeterminato la soluzione dei problemi, ma operare nell’immediato per la realizzazione dell’amore che non è mai cosa data una volta e per sempre.
Amare la vita è partecipare della Modernità.
Praticare il Diritto.
Rispettare le Indisponibilità della Persona Umana.
Anteporre i Bisogni della persona a qualsiasi altro bisogno.
Percepirsi l’ultimo per sapere ascoltare.
Non subire arroganza e soprusi.
Ribellarsi al dominio dell’uomo sull’altro.
Controllare il potere senza indulgenze e convenienze.
Sapere quando è tempo d’andare.
martedì 30 novembre 2010
sabato 27 novembre 2010
egli…
egli…
della vita percorre la carne
e rapido egli apre germogli
di piacere e giardino rende
i boccioli freschi ai profumi
occupa veloce larghi spazi
e nel fiore già riposta ansia
allontana e speranza affina
nei fremiti disattesi i sogni
e nuovi mondi esplorando
cammina sentieri preclusi
a passi incorporei di madre
feconda di filiazione sterile
genera lacrime di passione
e nel pianto eleva a poesia
vissuti aridi transitorie vie
di sincopate rughe sintassi
michele
(san severo 27/11/2010 20.44.43)
della vita percorre la carne
e rapido egli apre germogli
di piacere e giardino rende
i boccioli freschi ai profumi
occupa veloce larghi spazi
e nel fiore già riposta ansia
allontana e speranza affina
nei fremiti disattesi i sogni
e nuovi mondi esplorando
cammina sentieri preclusi
a passi incorporei di madre
feconda di filiazione sterile
genera lacrime di passione
e nel pianto eleva a poesia
vissuti aridi transitorie vie
di sincopate rughe sintassi
michele
(san severo 27/11/2010 20.44.43)
sabato 20 novembre 2010
silloge...
silloge alcuna narrerà
di tanto amore profuso
un capoverso solo
poeta non vergherà
dell’ardente passione
l’immacolata pagina
quadro non porterà
del celeste arcobaleno
i colori dell’indaco
scrigno non conterrà
dei preziosi gemiti
essenze e incensi
no…
dolore dell’assenza
condurrà dei giorni
il consumo e l’uso
pensiero fluttuante
senza dimensione
vagherà l’ignaro
tinte consegnate
al tempo e segnerà
dell’oblio la strada
michele
(s. severo 20/11/2010 13.14.15)
di tanto amore profuso
un capoverso solo
poeta non vergherà
dell’ardente passione
l’immacolata pagina
quadro non porterà
del celeste arcobaleno
i colori dell’indaco
scrigno non conterrà
dei preziosi gemiti
essenze e incensi
no…
dolore dell’assenza
condurrà dei giorni
il consumo e l’uso
pensiero fluttuante
senza dimensione
vagherà l’ignaro
tinte consegnate
al tempo e segnerà
dell’oblio la strada
michele
(s. severo 20/11/2010 13.14.15)
domenica 14 novembre 2010
Sentire metafisico
Sentire metafisico
Nutriti, anima, del tuo disdoro!
Apri le porte alla verità, e
dell’infamia fanne il vessillo!
È processione d’ombre.
Necessità inconsistenti, sogni ingannati.
Parvenze di vita segnate dall’assenza.
Gestazione di progetti accarezzati.
Partoriti figli, poi affogati
nel pianto pazzo della culla rovesciata.
Amori sognati e amati, coltivati, e
all’incuria del tempo abbandonati.
Ignavia, azioni rimesse, inerzia del nulla.
Gesti abortiti, incuria dell’intelligenza.
Carezze mai date per nequizie e ignorate.
Bello… trascurato all’utile.
È dolore, e non passa.
Michele
(s. severo 14/11/2010 12.51.58)
Nutriti, anima, del tuo disdoro!
Apri le porte alla verità, e
dell’infamia fanne il vessillo!
È processione d’ombre.
Necessità inconsistenti, sogni ingannati.
Parvenze di vita segnate dall’assenza.
Gestazione di progetti accarezzati.
Partoriti figli, poi affogati
nel pianto pazzo della culla rovesciata.
Amori sognati e amati, coltivati, e
all’incuria del tempo abbandonati.
Ignavia, azioni rimesse, inerzia del nulla.
Gesti abortiti, incuria dell’intelligenza.
Carezze mai date per nequizie e ignorate.
Bello… trascurato all’utile.
È dolore, e non passa.
Michele
(s. severo 14/11/2010 12.51.58)
lunedì 8 novembre 2010
La lunga notte
La lunga notte
Lunga la notte e non lascia preda.
Cattura l’alba e il giorno non arriva.
Domina il buio. È buio.
Parvenze ingombrano il cammino.
In simulacri l’ombra inciampa.
Evanescenti mani tendono la calca.
Lì - luogo non luogo -, riso e sputi.
Il vuoto non ha appigli.
L’assenza regna l’indefinito.
Nulla domina e niente ricca messe.
Anime guaste ammorbano fetide l’aria,
che malsana stagna di iniziatici riti e
esecuzioni tribali, fagocitando il respiro.
Arriverà negletta l’alba e seguirà il giorno.
Solo occhi ignari cammineranno il tempo.
Michele
(S. Severo 08/11/2010 11.21.16)
Lunga la notte e non lascia preda.
Cattura l’alba e il giorno non arriva.
Domina il buio. È buio.
Parvenze ingombrano il cammino.
In simulacri l’ombra inciampa.
Evanescenti mani tendono la calca.
Lì - luogo non luogo -, riso e sputi.
Il vuoto non ha appigli.
L’assenza regna l’indefinito.
Nulla domina e niente ricca messe.
Anime guaste ammorbano fetide l’aria,
che malsana stagna di iniziatici riti e
esecuzioni tribali, fagocitando il respiro.
Arriverà negletta l’alba e seguirà il giorno.
Solo occhi ignari cammineranno il tempo.
Michele
(S. Severo 08/11/2010 11.21.16)
giovedì 4 novembre 2010
corpi riposavano...
corpi riposavano l’aria
ansimando disfatto letto
né alcova o talamo
disadorni muri
gemevano il piacere
profumi d’eterno
penetravano l’olfatto
e riproducevano gioia
sussulti coprivano
del silenzio l’armonia
e rinasceva vita
nei segni il tempo
mostrava immutato ardore
e amore cantava gli anni
mani non più fanciulle
incrociavano dita e
passione teneva il calore
e sincronie alzavano inni
di dimenticate danze
per ceduto credo
del lungo corso il miele
convogliava l’acque
michele
(s. severo 05/11/2010 7.41.45)
ansimando disfatto letto
né alcova o talamo
disadorni muri
gemevano il piacere
profumi d’eterno
penetravano l’olfatto
e riproducevano gioia
sussulti coprivano
del silenzio l’armonia
e rinasceva vita
nei segni il tempo
mostrava immutato ardore
e amore cantava gli anni
mani non più fanciulle
incrociavano dita e
passione teneva il calore
e sincronie alzavano inni
di dimenticate danze
per ceduto credo
del lungo corso il miele
convogliava l’acque
michele
(s. severo 05/11/2010 7.41.45)
giovedì 28 ottobre 2010
Quaratotto anni fa...
Sono vecchio come tu non lo sei mai stato, padre mio.
L’ultimo saluto quarantotto anni fa, e le nostre strade si son divise.
Certo hai riservato a me l’onore e l’onere dell’ultimo.
A me del quale non avevi nessuna considerazione e stima.
Te l’ho chiesto senza ottenere mai da te risposta, l’ho domandato a me e tante se ne sono affacciate alla mente.
Vere e false, o entrambe.
Chissà!
Abbiamo monologato - certo non possiamo definirlo dialogo -, il ricordo delle tue affermazioni, le mie azioni, rimorsi, paure e pentimenti.
Inevase richieste di perdono.
Quante macerie alle nostre spalle!
Dell’ultima assurda tua, il figlio che doveva salvarti dalle tasse, è oggi tra le altre, la mia maggiore pena.
È facile mollare tutto e andarsene.
Non ti sto addossando la colpa della tua morte, ma quel tuo cardiologo, fino alla sua dipartita, ogni volta che m’incontrava me lo ricordava.
Eri padrone nato e volevi comandare anche la morte, ma lei non t’ha ubbidito come tutte le tue donne.
Prendevi ciò che volevi e con la forza della tua posizione, se l’avessi accarezzata blandendola - ascoltando il tuo ippocrate che in prepotenza ti somigliava -, non t’avrebbe lasciato ancora un poco in vita?
Quante cose avrebbero preso differente corso?
È vero, la storia non si fa sui se e io sto imbastendo il nulla, ma quanta amarezza!
Cosa diresti in questa ricorrenza al figlio in età a te maggiore?
Useresti ancora il nerbo, la forza, la persuasione?
Sai, mi piacerebbe ricordarti il dolore che hai distribuito con gratuità e senza accorgertene.
Sì!, perché ora so con certezza che tu non consideravi le conseguenze delle tue volontà e azioni nei confronti dei tuoi sottoposti.
Hai annullato esistenze, papà, senza gratificarle del minimo risarcimento, il rimorso.
Una donna e il dolore di una vita e l’inesistenza.
Giorni atroci e la paura.
Nessuna considerazione e neanche il nome.
Cosa funzionale a un sistema.
Ingranaggio necessario, ma intercambiabile.
Sostituibile.
L’hai mai osservata persona, la tua donna, la mamma dei tuoi figli?
Quanto li hai amati, m’hai amato?
La generosità!?
Un figlio e la percezione del fallimento come vessillo.
Sarei curioso conoscere il tuo pensiero su quell’atleta caduto sempre un momento prima del tocco del filo di lana.
E il metro di misura?
Con l’appartenenza, ancora la roba?
Oppure l’intelligenza censuaria?
Forse son ora domande senza senso perché il tuo mondo è stato una civiltà ormai scomparsa.
Una civiltà grande e tanto violenta.
Ma nella giornata in cui la ricorrenza afferra ancora la gola, e il dolore mai sopito riaffiora vivo, del tutto peregrine non sembra siano.
Ti saresti mai adeguato?
Avresti compreso quest’uomo travagliato, figlio d’un tempo senza età, schiacciato da un opprimente passato che non passa, un presente senza senso che detesta e un futuro di nessuna cognizione?
Che domande!?
È vero, nessun senso, però m’ha alleggerito questa chiacchierata con te.
Ho vissuto nella certezza che non avrei mai superato la tua età.
Invece ecco che mi ritrovo di te maggiore di sei anni e a fare questi discorsi bambini.
Vale, padre mio.
Michele (San Severo 28/10/2010 16.06.36)
L’ultimo saluto quarantotto anni fa, e le nostre strade si son divise.
Certo hai riservato a me l’onore e l’onere dell’ultimo.
A me del quale non avevi nessuna considerazione e stima.
Te l’ho chiesto senza ottenere mai da te risposta, l’ho domandato a me e tante se ne sono affacciate alla mente.
Vere e false, o entrambe.
Chissà!
Abbiamo monologato - certo non possiamo definirlo dialogo -, il ricordo delle tue affermazioni, le mie azioni, rimorsi, paure e pentimenti.
Inevase richieste di perdono.
Quante macerie alle nostre spalle!
Dell’ultima assurda tua, il figlio che doveva salvarti dalle tasse, è oggi tra le altre, la mia maggiore pena.
È facile mollare tutto e andarsene.
Non ti sto addossando la colpa della tua morte, ma quel tuo cardiologo, fino alla sua dipartita, ogni volta che m’incontrava me lo ricordava.
Eri padrone nato e volevi comandare anche la morte, ma lei non t’ha ubbidito come tutte le tue donne.
Prendevi ciò che volevi e con la forza della tua posizione, se l’avessi accarezzata blandendola - ascoltando il tuo ippocrate che in prepotenza ti somigliava -, non t’avrebbe lasciato ancora un poco in vita?
Quante cose avrebbero preso differente corso?
È vero, la storia non si fa sui se e io sto imbastendo il nulla, ma quanta amarezza!
Cosa diresti in questa ricorrenza al figlio in età a te maggiore?
Useresti ancora il nerbo, la forza, la persuasione?
Sai, mi piacerebbe ricordarti il dolore che hai distribuito con gratuità e senza accorgertene.
Sì!, perché ora so con certezza che tu non consideravi le conseguenze delle tue volontà e azioni nei confronti dei tuoi sottoposti.
Hai annullato esistenze, papà, senza gratificarle del minimo risarcimento, il rimorso.
Una donna e il dolore di una vita e l’inesistenza.
Giorni atroci e la paura.
Nessuna considerazione e neanche il nome.
Cosa funzionale a un sistema.
Ingranaggio necessario, ma intercambiabile.
Sostituibile.
L’hai mai osservata persona, la tua donna, la mamma dei tuoi figli?
Quanto li hai amati, m’hai amato?
La generosità!?
Un figlio e la percezione del fallimento come vessillo.
Sarei curioso conoscere il tuo pensiero su quell’atleta caduto sempre un momento prima del tocco del filo di lana.
E il metro di misura?
Con l’appartenenza, ancora la roba?
Oppure l’intelligenza censuaria?
Forse son ora domande senza senso perché il tuo mondo è stato una civiltà ormai scomparsa.
Una civiltà grande e tanto violenta.
Ma nella giornata in cui la ricorrenza afferra ancora la gola, e il dolore mai sopito riaffiora vivo, del tutto peregrine non sembra siano.
Ti saresti mai adeguato?
Avresti compreso quest’uomo travagliato, figlio d’un tempo senza età, schiacciato da un opprimente passato che non passa, un presente senza senso che detesta e un futuro di nessuna cognizione?
Che domande!?
È vero, nessun senso, però m’ha alleggerito questa chiacchierata con te.
Ho vissuto nella certezza che non avrei mai superato la tua età.
Invece ecco che mi ritrovo di te maggiore di sei anni e a fare questi discorsi bambini.
Vale, padre mio.
Michele (San Severo 28/10/2010 16.06.36)
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