Chissà…!
Se il Dolore versato dagli uomini s’aggrumi in qualche posto?
Se non risieda lì, in attesa di risarcimento?
Riscatto…
Qualcosa che gli dia senso?
È possibile ch’esso, prezioso di tanta fatica, stenti, ansie, angosce…
Dolore…
Si dissipi nel nulla?
Che non resti in luogo sconosciuto in attesa d’utile impiego?
Cosa che giustifichi, ricompensi…?
Certo, non coloro che l’hanno sofferto… speranza vana.
Ma altri?
Che poi si possa essere consapevoli o ignari di tanto beneficio…
Di lacrime - oceani estesi - di sofferenze tante, larghe e profonde…
D’esser affrancati da giogo così grave…
Non è necessario.
Importante.
Essenziale sarebbe che non andasse perso.
Che a Patimento non supportasse ancella:
Beffa…
Vacuità…
Nulla…
Il Niente…
Speranza, catena inane…
Dolore, anche questo.
Michele (san severo 11/10/2009 10.55.43)
domenica 11 ottobre 2009
mercoledì 7 ottobre 2009
Cogito ergo sum
Cogito ergo sum.
È l’uomo si scoprì pensatore…
Tutti…
Nessuno escluso.
Così l’universo umano man mano andò sempre più caratterizzandosi, fino a divedersi in due:
l’uomo pensatore escatologico;
l’uomo pensatore scatologico.
Il primo parla al mondo con il pensiero.
Il secondo olezza il mondo con il proprio afflato.
Michele (07/10/2009 9.48.47)
È l’uomo si scoprì pensatore…
Tutti…
Nessuno escluso.
Così l’universo umano man mano andò sempre più caratterizzandosi, fino a divedersi in due:
l’uomo pensatore escatologico;
l’uomo pensatore scatologico.
Il primo parla al mondo con il pensiero.
Il secondo olezza il mondo con il proprio afflato.
Michele (07/10/2009 9.48.47)
Amoralità...
Ore di pensieri assenti,
ne la carne turgida, te
smisurata, organo sento
Amore, ritmico pulsante
eiaculato, soffio movenze
ancestrali disio, spegne.
Michele (03/10/2009 18.50.12)
ne la carne turgida, te
smisurata, organo sento
Amore, ritmico pulsante
eiaculato, soffio movenze
ancestrali disio, spegne.
Michele (03/10/2009 18.50.12)
giovedì 1 ottobre 2009
Pensieri...
Voi che lì rinchiusi state, oh, pensieri,
ne l’amati, sudati… sofferti libri miei;
voi, tutti imperituri, che né spazio, né
tempo vi scardinerà vergati; voi, ch’io
ognun su pagine ho posseduto…, tutti
a me sopravvivrete. V’ho assai usato,
frequente il caso più ché pe’ intelletto
adoprati, or sarò da voi sopravanzato.
Oh, parole!, voi ne’ libri mii contenute
e di lettur fermate, voi che di governo
m’avete usato, pur possedendov’io, di
me fora, da li domini mia a or liberate,
lì, cosa farete? Altri, duttili, da plasmar
modelli troverete? Alcun, statur sì forte,
a venerar certo ponga che Vi si rispetti?
No che sia, di vivo rumor consunte, che
or voi stanche, cammin di gambe prive,
passo cederete a voce indistinta, eco di
silenzio greve? Ei, sì, crepitio di nessun
fuoco, suon assordante di parola negata.
Michele (01/10/2009 19.01.19)
ne l’amati, sudati… sofferti libri miei;
voi, tutti imperituri, che né spazio, né
tempo vi scardinerà vergati; voi, ch’io
ognun su pagine ho posseduto…, tutti
a me sopravvivrete. V’ho assai usato,
frequente il caso più ché pe’ intelletto
adoprati, or sarò da voi sopravanzato.
Oh, parole!, voi ne’ libri mii contenute
e di lettur fermate, voi che di governo
m’avete usato, pur possedendov’io, di
me fora, da li domini mia a or liberate,
lì, cosa farete? Altri, duttili, da plasmar
modelli troverete? Alcun, statur sì forte,
a venerar certo ponga che Vi si rispetti?
No che sia, di vivo rumor consunte, che
or voi stanche, cammin di gambe prive,
passo cederete a voce indistinta, eco di
silenzio greve? Ei, sì, crepitio di nessun
fuoco, suon assordante di parola negata.
Michele (01/10/2009 19.01.19)
domenica 27 settembre 2009
Pochi dì ancora
Pochi dì ancora
E il primo
Sarà dell’eterno
Soffio
Anni che il “cenere
Tuo muto” senz’ansia
Vincerà infiniti
Perso il presente
Oscuro
Del tempo affanno
Vano
Niente dell’umano
Memoria negletta
Sfiorerà la vesta cessa
A ore
Sgradevole tumulto
(Passi superflui
Ricordi rabberciati
Dolori sentiti
Pianti simulati
Preghiere abusate)
Affollerà rovinoso
Inutile
Il silenzio agognato
Cercato
Dal lucido gesto
Trovato
Per sempre afferrato
Comprenderà l’indegna vita
Rigettata
Dallo sconfinato amore
Che nessun pulsante
Ardore
Mai più
Scalderà a te
L’abbandonato
Cuore
Certo
Creatura affrancata
Benigno con te non è stato
Il fato ripudiato
Tutto egli ha ordito
L’aspetto tuo graziato
D’alcun travaglio
Risparmiato
Pure l’anima ti ha traviato
La maternità
A ognuno affabile
Con te ingrata
Oggi
Pur io conscio
Del monito della Yourcenar
“La memoria della maggior parte degli uomini è un cimitero
abbandonato, dove giacciono senza onore i morti che essi
hanno cessato di amare. Ogni dolore prolungato è un insulto
al loro oblio.”
Partecipo dell’orgia
Non contrito di tanto agape
Addio
(Michele, lunedì 28 settembre 1998 ore 10,54)
Breve nota
Il 17 settembre del 1997, Marilena, moglie di mio fratello Giovanni, tentava il suicidio lanciandosi dal terrazzo di casa.
Non moriva immediatamente, ma dopo lunghi giorni d’agonia.
Giorni durante i quali nessuno ha potuto parlarle.
Tutti consideravano il suo corpo, nessuno la sua anima.
Fui preso per pazzo sconsiderato da tutti: familiari e medici.
Medici che la ricongiunsero pezzo a pezzo, s’erano messi la coscienza a posto: l’avevano ricomposto il corpo, anima lei non ne aveva.
Moriva, dopo quali sofferenze, nessuno lo sa, il 10 ottobre.
I genitori mi chiesero un epitaffio da scrivere sulla sua lapide.
Quanto greve, tragica
è stata la tua esistenza
in vita, tanto lieve, quieta
sia la tua esistenza
in morte, Marilena,
dolce creatura dalla vita
breve, spezzata.
(Michele, venerdì 10 ottobre ’97 ore 9,00)
Non fu scritta sulla sua, forse per vergogna.
Tutti passando davanti a quel loculo avrebbero compreso il gesto insano.
Forse questa la motivazione.
A circa un anno dalla morte, fervevano i preparativi dell’anniversario.
Tutti, anche gli inconsapevoli colpevoli, partecipavano dell’orgia commemorativa.
Il dolore per quella donna sfortunata, mi spinse a scrivere ciò che avete letto.
Tutti i giorni lei visita la mia Mente.
Io la sua Memoria.
Il silenzio è oro…
Michele (san severo 28/09/2009 8.15.56)
E il primo
Sarà dell’eterno
Soffio
Anni che il “cenere
Tuo muto” senz’ansia
Vincerà infiniti
Perso il presente
Oscuro
Del tempo affanno
Vano
Niente dell’umano
Memoria negletta
Sfiorerà la vesta cessa
A ore
Sgradevole tumulto
(Passi superflui
Ricordi rabberciati
Dolori sentiti
Pianti simulati
Preghiere abusate)
Affollerà rovinoso
Inutile
Il silenzio agognato
Cercato
Dal lucido gesto
Trovato
Per sempre afferrato
Comprenderà l’indegna vita
Rigettata
Dallo sconfinato amore
Che nessun pulsante
Ardore
Mai più
Scalderà a te
L’abbandonato
Cuore
Certo
Creatura affrancata
Benigno con te non è stato
Il fato ripudiato
Tutto egli ha ordito
L’aspetto tuo graziato
D’alcun travaglio
Risparmiato
Pure l’anima ti ha traviato
La maternità
A ognuno affabile
Con te ingrata
Oggi
Pur io conscio
Del monito della Yourcenar
“La memoria della maggior parte degli uomini è un cimitero
abbandonato, dove giacciono senza onore i morti che essi
hanno cessato di amare. Ogni dolore prolungato è un insulto
al loro oblio.”
Partecipo dell’orgia
Non contrito di tanto agape
Addio
(Michele, lunedì 28 settembre 1998 ore 10,54)
Breve nota
Il 17 settembre del 1997, Marilena, moglie di mio fratello Giovanni, tentava il suicidio lanciandosi dal terrazzo di casa.
Non moriva immediatamente, ma dopo lunghi giorni d’agonia.
Giorni durante i quali nessuno ha potuto parlarle.
Tutti consideravano il suo corpo, nessuno la sua anima.
Fui preso per pazzo sconsiderato da tutti: familiari e medici.
Medici che la ricongiunsero pezzo a pezzo, s’erano messi la coscienza a posto: l’avevano ricomposto il corpo, anima lei non ne aveva.
Moriva, dopo quali sofferenze, nessuno lo sa, il 10 ottobre.
I genitori mi chiesero un epitaffio da scrivere sulla sua lapide.
Quanto greve, tragica
è stata la tua esistenza
in vita, tanto lieve, quieta
sia la tua esistenza
in morte, Marilena,
dolce creatura dalla vita
breve, spezzata.
(Michele, venerdì 10 ottobre ’97 ore 9,00)
Non fu scritta sulla sua, forse per vergogna.
Tutti passando davanti a quel loculo avrebbero compreso il gesto insano.
Forse questa la motivazione.
A circa un anno dalla morte, fervevano i preparativi dell’anniversario.
Tutti, anche gli inconsapevoli colpevoli, partecipavano dell’orgia commemorativa.
Il dolore per quella donna sfortunata, mi spinse a scrivere ciò che avete letto.
Tutti i giorni lei visita la mia Mente.
Io la sua Memoria.
Il silenzio è oro…
Michele (san severo 28/09/2009 8.15.56)
Iniziato dal vento…
Iniziato dal vento…
Ogni genitore credo abbia chiesto al proprio figlio ancora bambino di fargli un servizio, con la raccomandazione di far presto, non fermarsi a giocare per strada e di non “incantarsi”.
Vai a comprare il giornale, le sigarette, all’alimentari… vieni presto.
Ti raccomando…
A me quando i miei genitori ordinavano qualcosa, la raccomandazione era: vai piano, non correre, se torni con i ginocchi sbucciati ti do il resto.
Non sudarti, ti ammali…
Ero vento.
Ovunque mi chiedevano d’andare era una corsa di qualche minuto.
“Michelino, mamma, ancora non vai a…”
“ No, mamma, sono tornato. Ecco…”
Mio padre, l’ho compreso solo dopo: molto dopo, alcune volte s’inventava una commissione per misurare il mio tempo e ne rideva.
Avevo il mio cavallo sempre sotto; bastava che gli dessi una pacca sulla gamba; scuoteva la testa, un leggero nitrito e partiva come il vento.
Uno stallone bianco: testa alzata, criniera al vento, coda appena appena sollevata, narici aperte…
La libertà.
Sergio, sauro con una stella in fronte bianca, il solo garretto sinistro pure di bianco macchiato, un gigante.
Il cabriolet (sciarabbà) due posti con mio padre e me volava.
Ci incrocia un carretto, Sergio nitrisce, vuole girarsi, mio padre cerca di tenerlo a freno, scarta violento, ci fa ruotare come trottola, ci scaraventa nel canale di Santa Maria.
Si sfila i finimenti e corre: libero, veloce… nel vento.
Quando arrancando arriviamo alla masseria, Sergio è lì maestoso e fiero.
Non teme mio padre: Sergio è libertà.
Forse gli è costato la vita quel suo atto di superba libertà.
Non l’ho più visto e a mio padre non si chiedeva.
Ma io l’ho ammirato: gli sono stato sempre vicino.
Nella corsa furiosa, dirompente, gioiosa sentivo la libertà.
L’ho compreso molto tempo dopo, era una maniera d’assolvere l’ordine gratificando la mia libertà.
In una di queste mie corse commissione, non avevo dieci anni, percorrevo via Zingari, oggi via Duca Amedeo D’Aosta, ero all’acme della velocità, mi sentivo vento:
correvo, correvo… correvo.
Più correvo e più mi piaceva…
Sentivo fremiti nel corpo…
All’improvviso, arrivato a Largo Sanità, una piazza molto estesa che ospitava le fosse dove si stipava il grano, una sensazione sconosciuta all’inguine m’ha fatto piegare su me stesso, facendomi portare lì le mani per arginare la tempesta di piacere che mi sommergeva.
Mi fermai un poco, non capivo…
Quel piacere andò spegnendosi.
Era stato bellissimo.
Ripresi a correre con tutta la foga per riprovarlo, ma non mi capitò mai più.
Spesso ci pensavo e ci provavo a correre, senza l’esito desiderato, però.
Quando più grandicello iniziai le pratiche che fanno diventare ciechi gli adolescenti, me ne ricordai del sapore.
Avevo provato nel vento il mio primo piacere.
Sono stato iniziato dal vento.
Sarà questa la motivazione che spinge i cavalli liberi a correre?
Chissà!
Che non sia la libertà che solo il vento con sé porta a dare il sapore del piacere?
È il massimo del piacere non è l’orgasmo?
Possiamo allora dire che libertà è orgasmo?
E nel vento libero ho ripreso a camminare.
Michele (san severo 27/09/2009 10.34.29)
Ogni genitore credo abbia chiesto al proprio figlio ancora bambino di fargli un servizio, con la raccomandazione di far presto, non fermarsi a giocare per strada e di non “incantarsi”.
Vai a comprare il giornale, le sigarette, all’alimentari… vieni presto.
Ti raccomando…
A me quando i miei genitori ordinavano qualcosa, la raccomandazione era: vai piano, non correre, se torni con i ginocchi sbucciati ti do il resto.
Non sudarti, ti ammali…
Ero vento.
Ovunque mi chiedevano d’andare era una corsa di qualche minuto.
“Michelino, mamma, ancora non vai a…”
“ No, mamma, sono tornato. Ecco…”
Mio padre, l’ho compreso solo dopo: molto dopo, alcune volte s’inventava una commissione per misurare il mio tempo e ne rideva.
Avevo il mio cavallo sempre sotto; bastava che gli dessi una pacca sulla gamba; scuoteva la testa, un leggero nitrito e partiva come il vento.
Uno stallone bianco: testa alzata, criniera al vento, coda appena appena sollevata, narici aperte…
La libertà.
Sergio, sauro con una stella in fronte bianca, il solo garretto sinistro pure di bianco macchiato, un gigante.
Il cabriolet (sciarabbà) due posti con mio padre e me volava.
Ci incrocia un carretto, Sergio nitrisce, vuole girarsi, mio padre cerca di tenerlo a freno, scarta violento, ci fa ruotare come trottola, ci scaraventa nel canale di Santa Maria.
Si sfila i finimenti e corre: libero, veloce… nel vento.
Quando arrancando arriviamo alla masseria, Sergio è lì maestoso e fiero.
Non teme mio padre: Sergio è libertà.
Forse gli è costato la vita quel suo atto di superba libertà.
Non l’ho più visto e a mio padre non si chiedeva.
Ma io l’ho ammirato: gli sono stato sempre vicino.
Nella corsa furiosa, dirompente, gioiosa sentivo la libertà.
L’ho compreso molto tempo dopo, era una maniera d’assolvere l’ordine gratificando la mia libertà.
In una di queste mie corse commissione, non avevo dieci anni, percorrevo via Zingari, oggi via Duca Amedeo D’Aosta, ero all’acme della velocità, mi sentivo vento:
correvo, correvo… correvo.
Più correvo e più mi piaceva…
Sentivo fremiti nel corpo…
All’improvviso, arrivato a Largo Sanità, una piazza molto estesa che ospitava le fosse dove si stipava il grano, una sensazione sconosciuta all’inguine m’ha fatto piegare su me stesso, facendomi portare lì le mani per arginare la tempesta di piacere che mi sommergeva.
Mi fermai un poco, non capivo…
Quel piacere andò spegnendosi.
Era stato bellissimo.
Ripresi a correre con tutta la foga per riprovarlo, ma non mi capitò mai più.
Spesso ci pensavo e ci provavo a correre, senza l’esito desiderato, però.
Quando più grandicello iniziai le pratiche che fanno diventare ciechi gli adolescenti, me ne ricordai del sapore.
Avevo provato nel vento il mio primo piacere.
Sono stato iniziato dal vento.
Sarà questa la motivazione che spinge i cavalli liberi a correre?
Chissà!
Che non sia la libertà che solo il vento con sé porta a dare il sapore del piacere?
È il massimo del piacere non è l’orgasmo?
Possiamo allora dire che libertà è orgasmo?
E nel vento libero ho ripreso a camminare.
Michele (san severo 27/09/2009 10.34.29)
sabato 19 settembre 2009
Questa la mia mano, oh dolce melagrano
Questa la mia mano, oh dolce melagrano!
La tua grazia coglierò, e con spago di ori,
amor lieve t’avvolgerò, e per il peduncolo
alla trave del mio cuor sospesa ti eleverò.
Al riparo di tutte le intemperie te saporita,
oh amata sposa, augurale frutta: passione
d’amori gelosi e… custode d’accesi rubini,
bocche rosse di profondi piaceri… porterò!
Ne la soffitta, mansarda abusata e d’Amor
alcova, lì, su in cima, tutti i giorni, l’ore e
minuti m’affretterò, e salirò i gradini de il
mio altare… e di passion teco mi giacerò.
Le tue pene spolvererò e da la tua mie ansie
disseterò, e di baci assaggerò gli acini: versi
eterei di zampillante amor, e d’occhi sinceri
sguardi amerò e vesti profumate indosserò.
Michele (19/09/2009 23.46.17)
La tua grazia coglierò, e con spago di ori,
amor lieve t’avvolgerò, e per il peduncolo
alla trave del mio cuor sospesa ti eleverò.
Al riparo di tutte le intemperie te saporita,
oh amata sposa, augurale frutta: passione
d’amori gelosi e… custode d’accesi rubini,
bocche rosse di profondi piaceri… porterò!
Ne la soffitta, mansarda abusata e d’Amor
alcova, lì, su in cima, tutti i giorni, l’ore e
minuti m’affretterò, e salirò i gradini de il
mio altare… e di passion teco mi giacerò.
Le tue pene spolvererò e da la tua mie ansie
disseterò, e di baci assaggerò gli acini: versi
eterei di zampillante amor, e d’occhi sinceri
sguardi amerò e vesti profumate indosserò.
Michele (19/09/2009 23.46.17)
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